Vita diocesana

“UN SOLO SPIRITO E UN SOLO CUORE”

Nella Cattedrale di Campobasso la celebrazione ecumenica della Parola in preparazione alla Pentecoste: cristiani di diverse confessioni uniti nella preghiera e nell’ascolto dello Spirito Santo

Nella luce della Pentecoste, la Cattedrale della Santissima Trinità di Campobasso ha accolto, nella serata del 12 maggio scorso, un’intensa veglia ecumenica che ha riunito cristiani di diverse confessioni in preghiera, ascolto e riflessione. Pastori convenuti insieme alle loro Chiese: Cattolica, Valdese, Ortodossa e Battista.

Al centro dell’incontro, una convinzione forte e condivisa: soltanto lo Spirito Santo può rinnovare la Chiesa, abbattere le divisioni e restituire al mondo una testimonianza credibile di pace e fraternità.

A rendere significativo il clima della serata è stato il simbolo scelto per accompagnare la preghiera comune: fili di colori diversi, uno per ciascuna delle quattro Chiese rappresentate, passati di mano in mano nell’assemblea, sono stati intrecciati fino a formare una rete. Un gesto semplice ma profondamente evocativo: differenze che non si annullano, ma che, unite, diventano legame, sostegno reciproco, comunione. Un’immagine concreta di quella unità possibile che solo lo Spirito Santo può generare.

Le parole pronunciate dalla pastora Susy De Angelis e da mons. Biagio Colaianni, nelle loro meditazioni, hanno tracciato un percorso spirituale profondo, capace di interrogare la coscienza ecclesiale del nostro tempo. Due voci diverse, ma convergenti nello stesso annuncio: la Chiesa non può vivere chiusa nelle proprie sicurezze, ma deve lasciarsi continuamente convertire dall’azione dello Spirito.

Nel suo intervento, la pastora Susy De Angelis ha indicato con chiarezza uno dei rischi più grandi della vita ecclesiale contemporanea: adagiarsi nella “via facile” della fede, quella che non chiede cambiamento né conversione.

Il vero peccato della Chiesa oggi è spesso il desiderio di non essere disturbata. Le attività pastorali, le tradizioni, le liturgie e le strutture possono diventare una zona di comfort nella quale si continua a fare “come si è sempre fatto”, evitando il rischio della novità evangelica.

Eppure il Vangelo disturba. Lo Spirito Santo disturba. Non viene semplicemente a confermare le nostre abitudini, ma a rigenerare l’esistenza del credente e della comunità cristiana. È consolazione, ma anche fuoco; è presenza di Cristo che scuote, converte e rimette in cammino.

Da qui nasce l’appello all’unità. Non un’unità costruita cancellando le differenze, ma una comunione resa possibile proprio dallo Spirito. Come i molti fiumi confluiscono in un unico mare, così i diversi doni, carismi e percorsi ecclesiali trovano la loro sorgente nell’unico Spirito di Dio.

La domanda decisiva diventa allora spirituale, prima ancora che organizzativa: sappiamo riconoscere l’azione dello Spirito nell’altra Chiesa? Sappiamo vedere i doni di Dio negli altri cristiani, invece di fermarci alle differenze o criticarci gli uni gli altri?

La pastora ha richiamato con forza la necessità di tornare al “punto di vista di Dio”, liberandosi dalla tentazione di mettere al centro sé stessi o la propria confessione. Quando la Chiesa assolutizza sé stessa, dimentica il Vangelo e mette da parte lo Spirito Santo. Solo Cristo deve rimanere al centro.

Le sue parole hanno assunto anche il tono profetico di un invito alla conversione: accettare persino la crisi, il deserto, il giudizio di Dio, se necessario, pur di lasciarsi rinnovare. Perché il vero problema non è conservare strutture o tradizioni, ma essere disponibili a lasciarsi abbattere e ricostruire dallo Spirito.

Mons. Biagio Colaianni ha sviluppato il medesimo tema a partire dal Vangelo di Giovanni. L’immagine dei discepoli chiusi per paura diventa icona dell’umanità contemporanea: una società ferita, impaurita, spesso incapace di dialogo e fraternità.

Ma il Risorto entra anche a porte chiuse.

Cristo si presenta in mezzo ai suoi non per lasciarli nella paura, ma per trasformarli in una “comunità in uscita”, capace di annunciare speranza al mondo. La pace che Gesù dona non è un fragile equilibrio politico o umano: è dono concreto di sé, possibilità reale di riconciliazione e fraternità.

Per due volte il Signore dice: “Pace a voi”. Mons. Colaianni ha sottolineato che questa pace non può restare chiusa nel cuore del credente, ma deve diventare missione, testimonianza, costruzione quotidiana di relazioni nuove. E dalla pace nasce la gioia, e dalla gioia nasce la comunione.

Lo Spirito Santo, donato dal Risorto, è il soffio della nuova creazione. Come nel racconto della Genesi Dio alita la vita sull’uomo, così Cristo alita sui discepoli una vita nuova, capace di guarire le ferite dell’umanità e della Chiesa.

Lo Spirito apre, abbatte i muri, supera le barriere. Per questo la diversità delle confessioni cristiane, illuminata dalla grazia, può diventare non motivo di conflitto ma ricchezza reciproca.

Particolarmente intensa è stata la riflessione sul perdono. La riconciliazione ha sempre un prezzo: Cristo ha pagato il più alto sulla croce. Ogni credente è chiamato a chiedersi quale prezzo sia disposto a pagare per amare l’altro, persino il nemico.

Le due meditazioni, pur con accenti differenti, si sono incontrate in una stessa prospettiva spirituale: la Pentecoste non è soltanto memoria di un evento passato, ma realtà viva che continua nella Chiesa.

Lo Spirito Santo è colui che rende possibile ciò che umanamente appare impossibile: l’unità nella diversità, il perdono nelle ferite, la pace in un mondo segnato dalla guerra, la speranza dentro la crisi.

In un tempo storico attraversato da divisioni, individualismo e conflitti, questa celebrazione ecumenica della Parola ha ricordato che la testimonianza cristiana sarà credibile soltanto se fondata sulla comunione.

Non una comunione superficiale o diplomatica, ma una comunione che nasce dalla conversione del cuore e dalla docilità allo Spirito.

Alla fine, resta una certezza: tutto passa, anche le strutture ecclesiali e le vicende della storia. Solo Dio resta. E solo la forza dello Spirito può continuamente rinnovare la Chiesa e renderla segno di speranza per il mondo.

E, per chiudere con le parole della pastora Susy De Angelis: “Lasciamo allora che questa energia rinnovi noi stessi e la Chiesa. Lasciamo che un nuovo battesimo nello Spirito Santo ci risvegli, perché il mondo intero aspetta il rinnovamento dei figli e delle figlie di Dio”.

di Carmela Venditti