
Un traguardo di fede, servizio e dedizione è quello raggiunto da don Antonio Arienzale nel 50° anno di servizio sacerdotale. È vissuto nelle campagne del paese da genitori che lavoravano la terra e accudivano le mucche. Figlio di Giovanni e Maria Libera Maglieri, è nato a Sepino il 31 ottobre 1949. Fin da giovane aveva in animo di diventare sacerdote, spinto anche dalla sua amicizia con don Achille Vignone, parroco a Sepino negli anni della sua fanciullezza. Lo considera suo padre spirituale e lo ha sempre ammirato come sacerdote. Ha conseguito la licenza media nel seminario di Campobasso, ha proseguito gli studi ginnasiali e di teologia a Benevento. La retta era pagata dai genitori, che con enormi sacrifici, vendevano il latte porta a porta in paese e a fine mese incassavano il corrispettivo. Nel colloquio che mi ha concesso in sacrestia, don Antonio mi racconta che lui è contento del traguardo raggiunto, opera certamente del Signore, che lo ha chiamato cinquanta anni fa, ma anche grazie al rapporto che è riuscito a instaurare con la comunità in tutti gli anni di servizio a Sepino. Tiene a precisare che il sacerdote non svolge una carriera, come sottolineato dal cardinale Lazzaro You Heung-sik (attuale prefetto del Dicastero per il clero), che era presente alla sua ordinazione sacerdotale nel 1976, officiata dall’allora amministratore mons Enzo D’Antonio, chiamato a sostituire monsignor Alberto Carinci, che aveva problemi di salute. Questo cardinale coreano ha scritto una lettera a un sacerdote uruguaiano, nella quale spiega che il ruolo del prelato è rispondere alla chiamata di Dio, non gestire un potere. Come rimarcava papa Francesco, il prete non deve interpretare la sua vocazione come se detenesse il potere, bensì svolgere un servizio umile a favore del prossimo. Nel mondo odierno la figura del sacerdote talvolta non gode di molta stima, anche a causa di episodi poco piacevoli che hanno interessato alcuni prelati. Un giovane si deve avvicinare alla vita presbiteriale solo se ha un rapporto di fede con Dio.
Nella veste di vicario generale della curia arcivescovile di Campobasso – Bojano, don Antonio mi dice che ha istituito una buona intesa col nuovo vescovo Colaianni, nonostante egli fosse stato nominato da mons Giancarlo Bregantini. Il vicario sostituisce in pieno il vescovo, ha potere di firma, quindi il legame tra lui e il suo superiore deve essere di piena fiducia. Il presule deve sentirsi libero di affrontare qualsiasi argomento, senza correre il rischio che le cose dette vengano riferite agli altri. È contento che questo ruolo sia giunto dopo il pensionamento dall’insegnamento della religione nella scuola media del paese. Si reca in episcopato tre volte a settimana, ma questo impegno comunque sottrae tempo alla parrocchia, per la quale il lavoro non è mai svolto appieno. Il tempo dedicato ai giovani non è mai abbastanza, vorrebbe impegnarli maggiormente, in special modo nella catechesi. Viviamo una società in cui si sente fortemente il secolarismo: si dà importanza all’apparenza, alle cose futili e spesso si fugge dalla realtà. Compito del sacerdote è creare le condizioni affinché ci si metta in ascolto del fedele, specialmente delle generazioni più giovani, che sono tra le più fragili.
La giornata dedicata ai festeggiamenti del suo 50° giubileo sacerdotale ha visto la partecipazione di numerosi confratelli dell’arcidiocesi nella chiesa dedicata a Santa Cristina, la stessa dove venne ordinato sacerdote. Erano presenti le autorità civili e militari, tanti fedeli e conterranei venuti anche da città limitrofe. La messa è stata celebrata da don Antonio e al vescovo è stata affidata l’omelia. Le parole di monsignor Colaianni sono sempre ispirate dalle letture e dal Vangelo. Il sacerdote svolge la missione di pastore che non domina il gregge, ma dà la sua vita per le pecore, vive con loro e per loro, in uno scambio di dono reciproco. Mezzo secolo a contatto con la comunità che ha imparato a conoscere e formare con spirito di abnegazione e di amore. Stesso atteggiamento che si riscontra nella sua funzione di vicario generale: attenzione alle persone e impegno nella risoluzione dei problemi e/o situazioni sempre con spirito di umiltà e sincera dedizione. Nelle nostre preghiere rivolte a lui, tutti chiediamo la santità. Non quella straordinaria, bensì la capacità di vivere una quotidianità all’insegna della semplicità, fedeltà e amore in mezzo al suo popolo. La serata si è conclusa con un momento di convivialità nel giardino comunale, adiacente alla chiesa.
Mi ha colpita molto la risposta di don Antonio quando gli ho chiesto di riassumere in una sola parola i suoi cinquanta anni di sacerdozio. Senza esitazione alcuna e con atteggiamento deciso, ma pacato, mi ha detto che la parola non può che essere GRAZIE. Un ringraziamento in primo luogo al Signore, perché è Lui che sceglie e decide. Poi ai suoi famigliari e a tutte le persone che gli sono state vicine nel cammino in tutti questi anni.
Auguriamo dunque a don Antonio una vita sacerdotale ancora lunga e proficua, che il Signore lo guidi e illumini sempre il suo cammino e gli dia salute, forza e discernimento.
di Mariarosaria Di Renzo



