
L’estate è il tempo in cui ripresentarsi al silenzio interiore. È una sosta necessaria per riposare lo spirito e nutrire gli affetti, che si tratti di ritornare alla terra d’origine o di riappropriarsi semplicemente di ciò che la vita quotidiana, nella sua corsa incessante, spesso ci porta a trascurare o a dimenticare.
Chiamato Shabbat, questo tempo dedicato al riposo ci permette di conoscere a fondo il punto più alto del nostro spirito, quello strettamente unito alla grazia.
Nel racconto biblico della creazione, questo Shabbat costituisce il momento culmine dell’intero sogno di Dio, è in quel momento che Lui pone un sigillo di stupore, di compiacimento. Il riposo è questo tempo sacro per partecipare direttamente alla creatività di Dio, non solo alla creazione.
È perciò qualcosa di salutare il riposo, nel senso più ampio, perché è un vero, necessario ritornare al cuore per ritrovarsi, per fare argine alle corse, agli affanni, ai tumulti, alle inquietudini e riprendere fiato. È come recuperare tra le proprie mani la tela e ritessere con calma sogni, progetti, legami. L’estate va vissuta come un settimo giorno prolungato del riposo divino. La mistica ci ha sempre insegnato che il momento in cui l’uomo si sottrae al fare per “essere” entra in comunione con l’Eterno. E questo ci permette di andare oltre il significato consueto di “pausa” dopo la stanchezza, per reimparare a vivere i momenti e a distinguerli, guardando la propria vita fino a dire come Dio: “È cosa buona!”.
Dio trova riposo nella bellezza che ha creato e questo è un concetto davvero profondo su cui meditare per non saltare il passaggio più importante che è quello di stare appunto un po’ soli col proprio cuore, tornando ad ascoltarlo, a scrutarlo, a placarlo per come merita, strappando via ogni sorta di affanno. Il gesuita p. Paul Agaësse nel commentare sant’Agostino scriveva che: «Non possiamo infatti trovare un riposo definitivo che nel Bene immutabile, cioè in Dio che ci ha fatti. In altre parole, il vero riposo dell’uomo non è imitazione, ma partecipazione al riposo di Dio e questa partecipazione sarà migliore della nostra stessa esistenza». Non dimentichiamo che proprio nel settimo giorno cominciò la relazione fra l’Umanità e Dio…
Anche la pietà popolare esprime bene questo necessario ritorno alle radici, perché essa rappresenta uno spazio collettivo in cui la fede si trasmette e si incultura nell’incontro tra le generazioni, trasfigurandosi così in espressione comunitaria, specialmente nel ricongiungimento con chi rientra dalle altre regioni italiane o dall’estero. In questo processo, il fare memoria, celebrato nelle feste di paese, diventa rigenerativo per tutto il popolo per custodirne l’identità.
Il punto è proprio questo riorientarci al Cuore di Dio, sempre, nonostante i timori e le debolezze, come persone, come discepoli, come comunità diocesana. Come a dire: “Finché conserviamo integro il cuore e lo orienteremo al Cuore di Dio, saremo liberi, saremo felici, saremo uno!”.
di Ylenia Fiorenza



