Il Concistoro di Leone XIV

PACE E CORRESPONSABILITÀ ECCLESIALE AL CENTRO DEL CONFRONTO CON I CARDINALI

Dai lavori del Concistoro emerge l'impegno per una Chiesa sempre più vicina alle comunità e alle sfide contemporanee

Ventisei, ventisette, ventotto, ventinove duemila ventisei sono i giorni che hanno interessato lo svolgimento del Concistoro Straordinario indetto da papa Leone XIV, sebbene i lavori si siano concentrati nelle due giornate centrali!

Per la seconda volta (il primo si è tenuto il 7 e 8 gennaio u.s.), con la presenza dei circa 180 cardinali, articolato in 4 sessioni: tanto per rimanere sulla scia dei numeri!

Ma … perché un concistoro, soprattutto cos’è e perché è straordinario?!

Andiamo per gradi.

Un concistoro che cosa è?

A questa domanda mi piace lasciare direttamente la parola a Papa Leone XIV così come ne ha parlato nel discorso conclusivo del Sinodo stesso: “il radunarsi del Collegio dei Cardinali attorno al Successore di Pietro perché, nell’ascolto reciproco e nel discernimento comune, lo Spirito Santo aiuti il Papa a guidare la Chiesa. Non un parlamento, non un congresso nel quale prevalgono opinioni o interessi, ma un’esperienza di comunione al servizio della missione”.

E aggiunge: “È uno stile che siamo chiamati a promuovere in tutta la Chiesa, perché ogni battezzato, secondo la propria vocazione e responsabilità, partecipi alla costruzione della civiltà dell’amore e al servizio del bene comune”.

Annotazione storica: il termine deriva dal latino “consistorium” che indicava l’assemblea o la sala delle udienze. Negli ultimi secoli dell’Impero Romano, era il consiglio privato dell’Imperatore.

Straordinario perché? A differenza del concistoro ordinario, quello straordinario non serve per creare nuovi cardinali ma per un confronto ad ampio raggio e “urgente” su tematiche e sfide di una certa rilevanza per la vita e la missione della Chiesa; prevede inoltre la convocazione di tutti i porporati del mondo.

Nell’ultima sessione del Concistoro del mese di gennaio, il Papa stesso aveva espresso la volontà di proseguire sul cammino tracciato, in “continuità” con quanto richiesto nelle varie congregazioni (sessioni) di incontro, per “essere una Chiesa che non guarda solo a se stessa, che è missionaria, che guarda più in là, gli altri.

Anzi, pensando al futuro di questi momenti, il Santo Padre aveva suggerito di calendalizzarli una volta all’anno.

Come si è aperto? Con un saluto del Santo Padre e con la consegna di un’icona evangelica: quella del Buon Samaritano, visto e presentato come “un uomo che si ferma davanti al fratello ferito, si lascia commuovere nelle viscere e se ne prende cura”. Questo è lo stile a cui sono stati invitati i presenti nel porsi e disporsi ai lavori di questi giorni.

Tematiche in agenda. Su quali temi si è concentrata l’attenzione dei cardinali? Diamo un’occhiata alla programmazione. Le quattro sessioni erano così intitolate e articolate:

Prima sessione: “In quale mondo siamo chiamati ad annunciare il Vangelo?”;

Seconda sessione: “La cultura della potenza e la civiltà dell’amore”;

Terza sessione: “Costruire nel bene: i cantieri del nostro tempo”;

Quarta sessione: “Il cammino di attuazione del Sinodo”.

In sintesi i quattro “focus” hanno riguardato la situazione internazionale, il tema della pace, l’enciclica Magnifica Humanitas e l’attuazione del Sinodo.

Luogo. Naturalmente la Città del Vaticano. Le celebrazioni di apertura e di chiusura (in concomitanza con la Solennità dei Santi Pietro e Paolo) si sono tenute nella Basilica di San Pietro, presiedute naturalmente da papa Leone XVI. Le sessioni di lavoro invece hanno avuto luogo nell’Aula Paolo VI.

La loro conclusione è stata segnata dall’interessante discorso finale del Santo Padre, che oltre ad esprimere vicinanza e la preghiera alla popolazione del Venezuela e gratitudine per la libertà, la fraternità e il senso ecclesiale che hanno caratterizzato i lavori, ha sottolineato l’importanza di tale esperienza accanto ai contenuti delle riflessioni.

Un’esperienza significativa grazie alla quale non solo è stata possibile la loro elaborazione ma che si è concretizzata nell’ascolto reciproco e nella ricerca comune sia di “ciò che meglio serve il Vangelo” sia della volontà del Signore “nella convinzione che Cristo continua a operare nella sua Chiesa”.

Anche qui Papa Leone XIV ha voluto consegnare un’icona evangelica (quella dei discepoli di Emmaus) quale metafora del cammino vissuto e della ripartenza di ciascun porporato verso le Chiese di appartenenza  …una ripartenza carica di speranza nel cuore e di una novità di sguardo, soprattutto di fronte ai grandi capitoli della guerra, della sofferenze e delle crisi che attraversano il nostro tempo e la nostra storia.

Segni particolari: uno, fra i molti. Racchiuso, a mio parere, in una domanda significativa che il Santo Padre ha chiesto di porre all’inizio, durante e al termine dei lavori. E’ la domanda della e circa la sinodalità: una domanda chiave che la dice lunga sullo stile e sul metodo con cui camminare nel futuro, a tutti i livelli della Chiesa, a partire da quello  “locale” per arrivare a quello “universale”  ed “istituzionale”

Qual’è questa domanda? Ecco le parole stesse di Papa Leone XIV: “Mi sembra che la domanda della sinodalità non sia anzitutto: «Chi ha il potere di decidere?». La domanda è più profonda: «Come custodiamo insieme il dono che il Signore ha affidato alla sua Chiesa?». Quando questa domanda diventa il centro del nostro discernimento, anche le questioni dell’autorità, della corresponsabilità e delle decisioni trovano il loro giusto posto, illuminate dalla missione e dalla comune fedeltà al Vangelo”.

L’accento è posto su due parole: il verbo “custodire” e l’avverbio “insieme”.

L’azione del custodire implica cura e responsabilità nel saper conservare in modo” geloso” la Buona Notizia e il patrimonio della Tradizione che ci sono stati donati e consegnati: un bel “deposito”, un bel tesoro di fede e di prassi che non può andare disperso.

è evidente come sia chiamata in causa l’attenzione attiva e creativa che ogni comunità cristiana e che la comunità cristiana nel suo insieme (non è casuale la ripetizione dell’avverbio) sono invitate a mantenere e a coltivare se vogliono e se vogliamo essere fedeli al mandato e alla missione che ci sono proprie.

L’avverbio “insieme” rimanda alla condivisione, collaborazione, confronto, reciprocità da attuare e vivere:  ha in sé l’idea dell’unità e della compattezza delle diversi parti o elementi in gioco.

Interessante come il Santo Padre richiami a tal proposito il contributo del Card. Grech: “la sinodalità non è un insieme di riunioni, né un metodo di lavoro. È uno stile spirituale. Nasce dall’incontro, cresce nell’ascolto e matura nel discernimento. La vera domanda non è quante conversazioni sapremo organizzare, ma quale qualità evangelica avranno i nostri incontri.”

C’è in gioco la qualità della nostra vita, cioè lo spessore e la portata delle nostre azioni, delle nostre relazioni, delle nostre iniziative, delle nostre conversazioni da vivere e sperimentare non tanto e non solo come uno scambio ma come spazio prezioso … come “luogo di conversione, nel quale cresciamo insieme nella fedeltà al Signore”.

Mandato. Lo sintetizzerei attraverso le parole conclusive dedicate all’affidamento dei frutti del Concistoro alla Vergine Maria, Madre della Chiesa: “custodire l’unità nella diversità e servire il Vangelo della pace con umiltà, coraggio e speranza. Grazie!

Come lasciarci?!

Con due termini “collegialità e continuità” e con la domanda sulla sinodalità. I due termini richiamano dimensioni e contenuti essenziali per un cammino autentico di Chiesa: esso va “fatto” e vissuto insieme” nella modalità di un “processo” portato avanti non a flash ma in modo graduale, coerente, sapiente,  in una parola “continuativo”; motivato e orientato dalla domanda di fondo: «Come custodire insieme il dono che il Signore ha affidato alla sua Chiesa?».

Che questi siano anche il nostro sguardo e il nostro passo (= il nostro stile), a partire dal cammino personale e in quello delle nostre comunità locali.

 di Don Gianpaolo Boffelli