
Spazio di confronto: è quanto, anche quest’anno, la Scuola di Cultura e Formazione Socio-Politica “Beato Giuseppe Toniolo” della nostra Arcidiocesi, nel suo 15° anniversario di attività, ha voluto proporre e abitare.
Il tema-guida è stato formulato nei seguenti termini: “Custodi e promotori delle radici dell’umanesimo cristiano”. A essere tematizzata è stata, in particolare, la dimensione della povertà nelle sue diverse sfaccettature.
Il tutto è stato affrontato all’insegna dell’esortazione apostolica Dilexi Te di Papa Leone XIV e attraverso contributi interessanti e significativi, tesi a sondare e leggere da diverse angolature la tematica in questione.
Come sempre, con un unico focus: offrire chiavi di lettura per affrontare le sfide della contemporaneità e riscoprire la visione integrale dell’uomo illuminata dalla fede, unica via per costruire una società giusta e fraterna: «Il compito oggi – come afferma il Santo Padre – è osare un umanesimo integrale che abiti le domande del nostro tempo senza smarrire la sorgente».
A chiusura del percorso possiamo dire che, ancora una volta, l’obiettivo è stato pienamente raggiunto e che il cammino proposto ha arricchito di spunti e provocazioni l’uditorio, sia in presenza sia in streaming.
Per esplicitare la ricchezza del percorso offerto, non possiamo non citare i diversi apporti e le sollecitazioni proposte, nel loro ordine cronologico e nella loro esatta sequenza mensile: “La povertà educativa del nostro tempo” (30 gennaio 2026 – dott.ssa Anna Paolella); “Povertà morale – povertà in spirito: perdita e ricchezza” (27 febbraio 2026 – don Michele Bartolomeo Pellegrino); “La povertà economica” (7 maggio 2026 – don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio Nazionale per i Problemi Sociali e il Lavoro della CEI); e, infine, “La beatitudine della povertà in spirito, antidoto a tutte le povertà” (28 maggio 2026 – don Gianpaolo Boffelli).
A queste citazioni è doveroso aggiungere, o meglio ancora premettere, la sapiente regia della prof.ssa Ylenia Fiorenza, direttrice della Scuola, e il fattivo operato di tutti i moderatori che si sono alternati nel sollecitare e guidare il confronto tra gli esperti e gli uditori.
Al riguardo, ecco come si è espressa la responsabile: «Sono stati loro (i relatori) il cuore pulsante dei nostri seminari, perché hanno arricchito le nostre menti e le nostre coscienze, intrecciando visione e respiro, dandoci slancio e sentieri. Il fondamento di tutto è il camminare insieme, è la forza del Noi, certi che l’unico modo per vivere pienamente, per far regnare la stima e la benevolenza, per agire saggiamente, sia entrare in una relazione personale e profonda con Cristo, nostro unico Maestro».
Un parterre de rois di qualità, dunque; una programmazione e una scaletta ben organizzate e scandite; una serie di competenze di tutto rispetto. Anche se…
Anche se ora rimane, come sempre accade per iniziative di questo calibro, la necessità della loro concretizzazione e valorizzazione nei nostri contesti di vita, tanto sociali quanto culturali e religiosi.
Altrimenti il rischio è che tutto rimanga confinato negli incontri vissuti e nelle persone che vi hanno partecipato.
E allora come fare in modo che gli stimoli ricevuti “tracimino” nel vissuto, ci cambino e cambino il sapore del nostro modus essendi e modus operandi, individuale e comunitario, a partire, innanzitutto, da noi credenti?
Proprio a questo ci ha richiamati e sollecitati il nostro arcivescovo Biagio che, a mo’ di inclusione, come aveva aperto i lavori della Scuola il 5 dicembre scorso con una prolusione sul tema della dignità inalienabile della persona nella sua dimensione spirituale e sociale, così li ha chiusi nell’incontro finale del 28 maggio con importanti richiami che si collocano esattamente nella linea delle indicazioni di Papa Leone XIV: «Occorre custodire un cuore che ascolta, uno sguardo che incoraggia, un’intelligenza che discerne».
Quali sono, allora, le preziose consegne che il nostro Arcivescovo ci ha affidato nel suo intervento conclusivo?
- La prima consiste nel non disperdere quanto è stato seminato e ricevuto: «La ricchezza dei contenuti condivisi non deve restare un’esperienza occasionale o un semplice ricordo di momenti significativi». E continua: «Tale ricchezza deve invece essere custodita, radicata e coltivata affinché diventi una traccia stabile di vita. Se non mette radici, rischia di rimanere soltanto una bella esperienza del passato».
- La seconda sta nell’accogliere e nel lasciarsi trasformare dall’esperienza di Dio e dalla sua inesauribile ricchezza. Concretamente: vivere e alimentare quotidianamente la nostra relazione con Lui, riconoscendo la nostra personale povertà e fragilità.
- La terza consiste nello scoprire e ritrovare il “perché”, la motivazione e il senso del nostro cammino e del nostro impegno di credenti, che risiedono nella straordinaria forza dell’amore di Dio e nella nostra capacità di rispondervi. «È per amore che accetto la mia povertà. È per amore che accolgo il cammino che mi viene indicato. È per amore che desidero il Regno dei cieli». Proprio per questo, «ciò che conta – sono ancora parole del nostro Arcivescovo – è non smettere di pronunciare quelle parole, senza darle per scontate».
Custodire quanto ricevuto, lasciare spazio e lasciarsi trasformare dall’esperienza di Dio, riscoprire nell’amore detto e vissuto la motivazione e il senso del nostro impegno e del nostro cammino: sono queste le azioni che ci consentono di trasformare in risposta effettiva, affettiva e fattiva le parole «Io ti ho amato», che sanciscono e suggellano la conclusione della Dilexi Te e del percorso di questo anno accademico.
Che dire? Arrivederci al prossimo anno, a un nuovo e stimolante spazio-tempo di illuminante e confortante confronto. Con puntini di sospensione? Con una sorpresa? O magari – perché no – con la sorprendente prima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica humanitas (15 maggio 2026)?
Nel frattempo a ciascuno di noi l’impegno di saper essere custodi consapevoli e promotori convinti di umanesimo, di umanesimo integrale, di umanesimo cristiano.
don Gianpaolo Boffelli



