SPECIALE: Il Capolavoro di Leone XIV

“MAGNIFICA HUMANITAS”

La prima lettera enciclica del Santo Padre Leone XIV è dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale

Immersa nel mondo digitale di oggi, la Chiesa riafferma la necessità di un fecondo e ininterrotto dialogo con le scienze umane e tecnologiche. Questo confronto risponde al metodo dialogico volto a decifrare i «segni dei tempi» alla luce del Vangelo. Con questo sguardo aperto e attento, il Magistero declina i principi perenni dell’antropologia cristiana, la Giustizia, la Verità, la Condivisione, all’interno delle attuali configurazioni storiche, sollecitando l’innovazione scientifica alla guida della sapienza etica: “Se lo sviluppo tecnologico procede senza un’adeguata maturazione etica e sociale, può accadere che aumentino i mezzi senza che cresca in pari misura l’umanità: si “ha di più” ma non si “è di più”, e la persona rischia di essere valutata soprattutto in base alle prestazioni che garantisce”. (MH, n.94).

Al cuore del documento pontificio c’è l’accorato imperativo antropologico: l’appello a “rimanere umani”, un traguardo raggiungibile attraverso la piena rivendicazione della “sovranità del cuore” dinanzi al meccanismo algoritmico.

In questo orizzonte, Papa Leone XIV definisce “magnifica” l’umanità, restituendo a questo termine una densità teologale che si articola così: L’umanità si rivela magnifica ogni volta che, consapevole del proprio valore, si riscopre capace di aprirsi alla Gloria del suo Creatore, irradiandone lo splendore nel tessuto della storia. Essa si fa magnifica quando le creature, sul modello del Magnificat mariano, riconoscono la propria costitutiva piccolezza e la propria vulnerabilità, trasfigurando il limite in uno spazio di accoglienza teologale spalancato sull’Infinito.

L’umanità, infine, custodisce la sua essenza più magnifica quando riafferma la centralità della Trascendenza, confermando che l’essere umano supera infinitamente se stesso e i suoi stessi manufatti tecnici perché capace di accogliere la magnificenza dell’Amore divino.

Questo dinamismo sapienziale riecheggia, in filigrana, gli accenti più memorabili del pensiero di Sant’Agostino. Tra le pagine dell’enciclica riecheggia luminosa l’ontologia politica e spirituale che il Dottore d’Ippona compose nel De Civitate Dei: «Due amori fecero due città: l’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio fece la città terrena, l’amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé fece la città celeste» (De Civitate Dei, XIV, 28).

L’enciclica esorta a un discernimento radicale. Dinanzi alle sfide relazionali della complessa realtà digitale, la Chiesa stimola i credenti e tutti gli uomini di buona volontà a orientare l’ingegno verso la costruzione di operosi cantieri di comunione. L’obiettivo è edificare la storia secondo la pace della civiltà dell’amore, un cammino caratterizzato da un’inclusione totale, da una piena uguaglianza e da una reale condivisione dei beni. Il Papa infatti ribadisce con forza un principio cardine: “Tutto ciò che Dio ha creato appartiene a tutti e non a pochi”. In quest’ottica, il progresso deve essere orientato continuamente verso la logica del dono, della cura reciproca e della solidarietà incarnata. Questo significa “custodire l’umano nella trasformazione”.

Il rischio opposto si annida proprio nelle dinamiche della civitas terrena, mossa dall’amor sui -l’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio – che oggi si manifesta attraverso la diffusione della Sindrome di Babele. Il volto tecnocratico contemporaneo assomiglia profondamente all’antica Babele, simbolo biblico del tentativo prometeico di edificare una civiltà basata sull’efficienza pura e sull’omologazione artificiale. Attraverso questa deriva, l’umanità pretende di essere fondamento a se stessa: tenta di scalare il cielo con le proprie torri di dati e glorifica la propria potenza tecnica, occultando la strutturale vulnerabilità della condizione creaturale. Sotto il profilo etico-sociale, l’idolatria del profitto cancella le diversità intrinseche del reale. L’altro cessa di essere un tu ontologico e viene ridotto a mezzo: un “ingranaggio algoritmico”, un quantificatore comportamentale da monetizzare. È evidente che questa città, attraverso i beni digitali ed economici che persegue – quali il controllo del mercato, l’egemonia sui dati e il potere transnazionale – propone una Babele digitale. Un simile modello rischia di frammentare profondamente il tessuto sociale, acuendo le disuguaglianze ed esercitando una strisciante violenza sulle relazioni umane, riducendo l’altro a mero elemento funzionale del sistema.

Per porre in salvo l’umanità da ciò che la potrebbe deturpare e sminuire nella sua vera grandezza, il Papa propone il Modello di Neemia. Nella concretezza del racconto biblico, Neemia è un laico, un governatore, un uomo d’azione ed esperienza che lavora alla corte del re di Persia. Quando gli giunge la notizia che «le mura di Gerusalemme restano piene di brecce e le sue porte sono consumate dal fuoco», non si abbatte, ma si rimbocca le maniche e trasforma il dolore in un progetto sociale di riscatto comunitario. L’enciclica rilegge straordinariamente questa grande ricostruzione storica ed indica che è urgente riscoprire i “cantieri di comunione” in cui si lavora fianco a fianco. Ricostruire la Nuova Gerusalemme significa restituire valore alla prossimità. Il cantiere di Neemia esige infatti il rifiuto netto di quello che il Papa chiama lo “scarto algoritmico” o profitto privatistico. Non si possono costruire le mura della comunità se prima non si ascolta e di cura chi soffre.

La Nuova Gerusalemme non è affatto una torre di Babele che celebra se stessa e non nasce dall’egemonia del più forte o del dispositivo più potente. È piuttosto una festa della gratuità.

Il senso ultimo di ogni cantiere umano, di ogni software, di ogni progresso sociale o scientifico, è generare questo tipo di comunità dove la gioia di sapersi amati da Dio e l’amore si traduce in futuro perché fa della terra un luogo in cui regna la fraternità.

Ylenia Fiorenza