Pastorale e Formazione

LA LOTTA DI GIACOBBE, SCUOLA DI VITA SACERDOTALE

Dio non chiama a essere copie, ma sé stessi, il messaggio consegnato al presbiterio nel ritiro del Sacro Cuore

Venerdì 12 giugno, nella Solennità del Sacro Cuore di Gesù, ricorrendo la Giornata di Santificazione Sacerdotale, il presbiterio della nostra Arcidiocesi ha vissuto un intenso e profondo ritiro spirituale guidato da don Leonardo Lepore, proponendo una riflessione sul brano biblico della lotta di Giacobbe con l’uomo misterioso (Genesi 32,23-33).

La meditazione di don Leonardo Lepore ha aiutato ciascuno di noi a comprendere il significato del combattimento spirituale e ciò che esso può insegnare alla vita sacerdotale.

Ecco una sintesi della sua riflessione.

  1. Chi è Giacobbe?

Giacobbe si presenta attraverso tre caratteristiche fondamentali.

  1. Un uomo astuto

Giacobbe è intelligente, abile, capace di muoversi con furbizia nelle situazioni della vita. L’episodio più noto è quello della benedizione sottratta al fratello Esaù grazie all’inganno organizzato con la madre. Tuttavia, la sua astuzia incontra un limite quando viene, a sua volta, ingannato da Labano.

La Bibbia, sottolinea il relatore, non presenta eroi perfetti, ma persone reali, con luci e ombre, nelle quali ciascuno può riconoscersi.

  1. Un uomo invidioso della vita altrui

Dietro la sua furbizia si nasconde una ferita più profonda: Giacobbe desidera essere Esaù. Ammira il fratello, più forte e più amato dal padre, e pensa che la benedizione possa arrivargli soltanto assumendo l’identità di un altro.

Quando si presenta a Isacco travestito da Esaù, simbolicamente rinuncia al proprio volto. La sua tragedia consiste nel credere di non poter essere amato e benedetto per ciò che realmente è.

La svolta arriverà soltanto nella notte della lotta, quando scoprirà che Dio non lo chiama a essere qualcun altro, ma a essere se stesso.

  1. Un uomo del conflitto

Fin dalla nascita, Giacobbe vive nella tensione e nella rivalità.

Lotta con il fratello, con Labano, all’interno della propria famiglia e, infine, con Dio stesso.

È un uomo continuamente coinvolto nei conflitti, ma possiede una qualità decisiva: la tenacia. Non fugge dalle difficoltà, non si arrende, continua a combattere e ad andare avanti anche quando è ferito.

Questa perseveranza diventa una lezione importante per ogni sacerdote chiamato a non lasciarsi vincere dallo scoraggiamento.

  1. La notte della lotta

L’episodio della lotta si colloca ventidue anni dopo la fuga di Giacobbe. Egli sta tornando verso casa e sa che dovrà affrontare Esaù, il fratello che aveva ingannato. Ancora una volta cerca di controllare la situazione attraverso strategie, doni e messaggeri inviati in anticipo. Tutto, però, crolla quando viene informato che Esaù sta arrivando con quattrocento uomini. BLa Bibbia descrive allora il suo stato d’animo con due parole forti: paura; angoscia.

Per la prima volta Giacobbe comprende che la sua intelligenza non basta più.

Anche nella vita spirituale arrivano momenti in cui le nostre capacità non sono sufficienti e siamo costretti a confrontarci con il nostro limite.

  1. La solitudine come luogo della verità

Dopo aver fatto passare il fiume ai familiari e ai beni, il testo afferma:

«Giacobbe rimase solo».

Questa è la svolta decisiva.

La solitudine diventa il luogo in cui non può più nascondersi dietro ruoli, persone, beni o strategie. Rimane soltanto lui davanti a Dio.

Nasce così la domanda fondamentale:

Chi sono io quando resto solo davanti a Dio?

È proprio in questo spazio di verità che compare il misterioso uomo con cui lotta per tutta la notte.

  1. La lotta con Dio e con se stesso

L’identità dell’uomo non viene chiarita. Il profeta Osea dirà che si tratta di Dio, ma il racconto permette anche una lettura simbolica.

In quella notte Giacobbe combatte contemporaneamente: con Dio; con se stesso.

Per tutta la vita aveva attribuito le proprie difficoltà agli altri. Ora è costretto a guardare dentro di sé e a riconoscere le proprie responsabilità, le proprie ferite e le proprie illusioni.

La lotta dura fino all’alba e lascia un segno concreto: Giacobbe viene ferito all’anca.

La ferita indica che il cammino verso la verità non è mai indolore.

Conoscere davvero se stessi comporta sempre un prezzo.

  1. «Non ti lascerò andare se non mi avrai benedetto»

Il momento più intenso arriva quando Giacobbe, pur ferito, rifiuta di lasciare andare il suo avversario e chiede una benedizione proprio a colui che lo ha ferito.

Questo gesto rivela una maturazione profonda: da giovane aveva rubato la benedizione di un altro; ora desidera la benedizione che Dio ha preparato per lui. Vuole che la sua sofferenza non sia inutile, ma diventi sorgente di grazia.

  1. Il nome nuovo: da Giacobbe a Israele

Alla domanda: «Come ti chiami?», Giacobbe risponde finalmente senza maschere: «Mi chiamo Giacobbe».

È la prima volta che accetta pienamente la propria verità. A quel punto riceve un nome nuovo: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele».

Nella Bibbia il cambiamento del nome indica un cambiamento di identità.

Dio gli fa comprendere che il valore della sua vita non dipende dall’essere Esaù, dall’approvazione degli altri o dai suoi successi. La sua vera ricchezza consiste nell’essere se stesso davanti a Dio.

Anche le ferite e le fragilità possono diventare luoghi di benedizione.

  1. Il messaggio per i sacerdoti

La lezione finale è profondamente sacerdotale.

Come Giacobbe, anche il sacerdote può essere tentato di confrontarsi continuamente con gli altri, di imitare modelli altrui o di cercare il proprio valore nel successo e nel riconoscimento.

Invece, la vera maturità spirituale nasce quando si accetta la propria identità e si vive davanti a Dio senza maschere.

Il sacerdote è chiamato:

– ad affrontare i propri conflitti interiori;

  • – a non fuggire dalle proprie ferite;
  • – a vivere la solitudine come luogo d’incontro con Dio;
  • – a perseverare nella lotta spirituale;
  • – a scoprire che la benedizione di Dio passa proprio attraverso la verità di sé.

In definitiva, la notte di Giacobbe insegna che il combattimento spirituale non serve a distruggere l’uomo, ma a trasformarlo. Dio non ci chiama a essere copie, ma persone uniche.

La vocazione non consiste nel diventare come qualcun altro, ma nel diventare pienamente ciò che Dio ci ha chiamati a essere.

Chi accetta di confrontarsi con la propria verità può ricevere da Dio un’identità nuova e vivere con autenticità la propria vocazione.

don Giovanni di Vito