
23 agosto 2026 e 30 agosto 2026.
Due semplici date, a prima vista senza alcun legame tra di loro (se non quello di essere parte dello stesso mese), eppure profondamente connesse.
La prima ci rimanda all’omelia che il nostro Arcivescovo ha tenuto durante i funerali di don Aloys nella Chiesa di San Francesco a Limosano.
La seconda rinvia all’Angelus domenicale pronunciato dal Papa in Piazza della Libertà a Castel Gandolfo.
Entrambe portatrici di una sfida, per nulla facile e cruciale, umana e di fede allo stesso tempo, che ci coinvolge personalmente ma che ci interroga comunitariamente.
Qual è?
Accettare le vie di Dio anche quando non corrispondono alle nostre attese, accettare le vie di Dio anche quando mandano all’aria i nostri piani e le nostre programmazioni, accettare le vie di Dio quando appaiono incomprensibili e diverse da quelle prefigurate.
Mi verrebbe da dire: è una parola?!!
Credo tutti noi conveniamo nell’affermare che ci troviamo di fronte ad un’impresa ardua, di “sisifiana” memoria, dove la prospettiva sembra essere proprio quella di fare un buco nell’acqua e di non approdare ad alcun risultato.
Di fronte alle provocazioni sferzanti e aggressive che ci provengono dagli eventi, dalla storia, dalle relazioni in cui questa sfida si incarna e scorre esattamente come un fiume carsico, interessante cogliere come Papa Leone XIV, mentre (ci) mette in guardia da una tentazione che colpisce il nostro pensare, anche di credenti – pensare che il Signore si sbagli o si disinteressi del suo popolo -, inviti tutti noi a non interrompere il dialogo con Lui e a non lasciarci prendere da giudizio e delusione.
Piuttosto è indispensabile da una parte manifestargli con fiducia e naturalezza tutta la nostra difficoltà a comprendere ciò che ci chiede e dall’altra metterci in suo ascolto nella preghiera.
Il Santo Padre in parole semplici ci indica una direzionalità: mantenere la ns. connessione con Dio e mantenerla, nonostante il ns. cuore sia confuso, con umiltà e docilità.
La relazione con Lui è quindi una “piattaforma” rocciosa che ci sostiene e ci libera dal baratro della morte e del non senso.
Gli fa eco Mons. Colaianni con una triplice direzionalità, a nostro dire, già tracciata nell’incipit delle sue parole, più precisamente nel titolo che ha voluto dare alle sue riflessioni: “Aloys, sacerdote per sempre. Il sorriso della fede davanti al mistero di Dio”.
“Intestazione” emblematica e consolante, confortante e incoraggiante quella del ns. Arcivescovo di fronte ad un evento inaspettato e dirompente come quella della morte di questo giovane prete, di questo nostro confratello nel sacerdozio, di questo pastore gioviale e amabile, avvenuta proprio nell’esercizio del suo ministero … con la conseguente “orfanezza” di due comunità da lui accompagnate.
Triplice direzionalità dicevamo, ravvisabile in tre vocaboli (“per sempre”, “sorriso” e “di fronte”) e nelle espressioni ad esse correlate.
Il “per sempre” rimanda alla dimensione dell’eternità, della pienezza, della significatività.
Seppure marcati e contrassegnati dalla “transitorietà, fragilità, finitezza”, crediamo che il nostro vivere e il nostro operare non vadano persi e dispersi, ma siano lo spazio propizio in cui far pulsare il “soffio vitale” e far brillare la fiammella di eternità che ci sono state regalati al momento della nostra “creazione” e del nostro battesimo; soprattutto spazio in cui “celebrare” l’amore di Dio. Essi trovano e ritrovano la loro completezza e la loro valorizzazione nel “per sempre” di Dio, nella definitiva comunione con Lui. Il “per sempre” ci salva dal “per nulla”.
Il “sorriso” … il sorriso della fede.
Perché la fede ha un sorriso?! Direi proprio di sì. Per di più: un sorriso “pacificante”. Quel sorriso che ancora oggi possiamo cogliere sul volto e nella vita di tanti uomini e donne, semplici (i santi della porta accanto oltre che i santi sugli altari); che hanno un vivo senso della Provvidenza; che hanno un animo abitato da spirito di serena accettazione delle difficoltà e una tempra corroborata dalle “fatiche” della vita; che hanno una fede adamantina e incarnata. Ingredienti che li hanno portati a formare – con l’aiuto di Dio – una “fiducia” bella, solida, gioiosa.
Il “sorriso” della fede ci salva dal “pianto” della sfiducia.
Il “davanti” … e non dietro.
Davanti implica la posizione e la capacità di chi si pone alla presenza di qualcuno, di chi vuole guardare in faccia la realtà, di chi esprime il proprio rispetto a … e di …, di riconoscimento e della conseguente riconoscenza; mentre “dietro” rimanda al “nascondimento”, allo stare in-dietro (arretramento), ad una sorta di “paura” e di rifiuto.
“Davanti” è sinonimo quindi di futuro e speranza, “dietro” di passato e di pessimismo.
L’uomo per sua natura è “vocatus”: è chiamato. La sua esistenza è intrinsecamente legata ad una risposta ad un appello che gli sta “davanti”. Il suo sguardo e il suo incedere sono e dovrebbero essere in “avanti”.
Vive la sua esistenza “di fronte” … di fronte a questa chiamata, di fronte a Dio, qui mentre è pellegrino sulla terra, ma “di fronte” a Lui nell’eternità quando è e sarà abitante di Villa Trinità.
Il “davanti” della speranza e del futuro ci salva dal “dietro” del passato e del pessimismo.
Il “davanti a” Dio e a Villa Trinità ci salva dal “dietro” al nulla e all’anonimato.
Di fronte alla sfida della vita e della morte, di fronte a ciò che ci si presenta come inatteso e che ci appare come incomprensibile, di fronte ai nostri piani in frantumi e alle imperscrutabili vie di Dio, ognuno di noi è “vocatus”.
È “chiamato” a mantenere la propria connessione con Lui, con umiltà e nella docilità.
È “chiamato” ad operare personalmente e nel suo cammino spirituale una “composizione” viva e vivace delle direzionalità del “per sempre”, del “sorriso” e del “davanti”.
Sapendo che non esiste un “pacchetto” preconfezionato da take away, pronto all’uso o, ancor meglio, alla risposta.
Ricordando come il “per sempre” ci salvi dal “per nulla”; il “sorriso” della fede ci salvi dal “pianto” della sfiducia”; il “di fronte a” alla speranza ci salvi dal “dietro” del pessimismo.
Come tutto questo ci permetta di rimanere “davanti” a Lui, alla vita, all’inatteso, non di arretrare e di finire nel baratro della morte e del nulla.
Ci permetta di vivere, celebrare e riempire di senso, servizio, serenità ogni giorno e ogni data del calendario della nostra vita e della nostra fede, certi che nella sua sapienza Dio saprà orientare anche gli eventi incomprensibili, drammatici, inattesi a salvezza!
di Don Gianpaolo Boffelli




