
Nel Tempio di Gerusalemme, al di là del candelabro d’oro, la Parochet pendeva come un confine invalicabile tra il tempo e l’eternità. Dietro quel velo spessissimo, nell’oscurità densa del Kodesh HaKodashim (il Santo dei Santi), riposava l’Arca dell’Alleanza sormontata dal Kapporet. Era il trono invisibile della Shekinah, il grembo della Kabod: la gloria inaudita del Dio Vivente. Su questo spazio gravava un principio cosmico, ineffabile e assoluto, che definiva la natura stessa del Qadosh, il Dio «Separato»: lì, toccare era morire. Il Sacro esigeva la distanza; il contatto sconsiderato con la Purezza Originaria generava la morte per l’uomo segnato dalla polvere e dalla colpa. La separazione era l’unica condizione di sopravvivenza davanti a un’energia troppo abbagliante per essere sfiorata.
Con Gesù, l’energia del Santo dei Santi si capovolge. Al Suo ultimo respiro sul Golgota, la Parochet si squarcia dall’alto in basso: il corpo di Cristo diventa il Nuovo Tempio, la Tenda piantata in mezzo a noi. Il Sacro non è più una minaccia che folgora, ma dynamis (forza divina) che risana e risuscita, un abbraccio che chiede la fusione. Ne è testimone Tommaso, che toccando il Risorto fa l’esperienza della zoé (la Vita Eterna) e crolla in ginocchio gridando d’amore. Davanti all’Altare cessa ogni lontananza: l’Assoluto si rimpicciolisce infinitamente in un frammento di pane, e nutrirci di Lui diventa l’atto più umile e potente. Anche una sola Comunione innesta la Sua Presenza per sempre nella nostra carne mortale, annidandola persino nella debolezza della nostra volontà fragile e nelle ferite della paura. Questo mistero permanente si incarna nella vita di ogni giorno, trasformandola in un focolare colmo di Presenza. L’amare diventa l’adesione al cielo, la certezza felice di Qualcuno che cammina al nostro fianco e spezza con noi il pane sacro della condivisione gratuita. Nell’amore ci si scopre alleati della vita, avvolti in quel bacio di cui Dio stesso ha bisogno per respirare in noi.
Ogni dono ricevuto dal Cielo diventa un impegno sulla e per la Terra.
L’anelito eterno si ritrova così in ogni miracolo dell’incontro, del cammino, del dono. La vita diventa la tavolozza dei colori di Dio, la sfumatura leggera infusa dal Suo fiato creatore. Davanti a un Dio che vuole essere coinvolto e non temuto, l’unica vera scienza è vivere di Lui, vivere con Lui, vivere per Lui. Egli lavora al Suo telaio di meraviglie e ci insegna che solo chi ama la vita ne diventa il profumo, penetrando nelle esistenze toccate da Dio stesso. Accostarsi al Senso di Tutto, all’Eucaristia, significa assumere l’impegno di buttare via le superficialità, le bassezze, le maschere e le catene che umiliano l’esistenza. Significa riconciliarsi con il comandamento a non violare, non frenare e non spegnere la vita, per diventare «esperti in vita» più che in ogni altra cosa, come ha ricordato il nostro arcivescovo, Mons. Biagio Colaianni, nella solennità del Corpus Domini vissuto in diocesi.
La processione del Santissimo Sacramento tra le case e le strade è la manifestazione di un Dio che cammina con noi. È il Risorto che attraversa la fragilità della nostra storia, convertendo le nostre comunità in un santuario a cielo aperto, dove il Suo Amore si dona a tutti senza misura, senza riserve, senza fine. La Vita che Lui ci dona è la pace che riempie l’anfora del per-sempre: l’intrusione della luce nell’universo, la mano che si posa sul cuore, il volo dei corpi e il bacio di riscatto in ogni suo brandello di magnificenza. Nella Comunione, la Sua vita e il Suo modo di amare si mescolano al nostro sangue. Lo sguardo resta fisso su di Lui per attraversare ogni deserto, consapevoli che l’unico modo per accedere all’Infinito è sciogliersi con tenerezza, varcare la soglia sacra e trovare, finalmente, il Cuore di Gesù.di Ylenia Fiorenza.
Ylenia Fiorenza



