
All’ombra del limite, la pretesa dell’onniscienza può trasformare l’uomo da esploratore a controllore. È il motivo principale, forse, del fenomeno delle dimissioni che si stanno verificando nei laboratori dell’IA, con una progressione che ci interpella tutti. Con quali argini affrontare e gestire la questione che di per sé presenta aspetti molteplici, complessi e anche contraddittori? La domanda che fa anche da titolo ci riporta al nodo del dilemma globale. Tornare indietro non si può, ma l’importante è capire dove stiamo veramente andando, dove ci stiamo orientando con questa pretesa di controllo sulle vite piuttosto che sul potere di cui si sta abusando. L’illusione di poter dominare tutto, incasellando dati e perfino le identità di tutti, si sta facendo drammaticamente “misura di ogni cosa”, con o senza algoritmo. E questo perché l’uomo continua a commettere l’antico peccato di superbia, vestendosi ancora insistentemente da padrone assoluto dei doni del Creatore.
La riflessione sottesa alla domanda che mi sto ponendo in questi giorni è: come rallentare ciò che è stato creato senza freni? Come può sfuggire al controllo umano proprio ciò che è stato creato dall’uomo stesso? E, andando ancora oltre, la domanda che li riassume è: l’uomo crea per sé o contro di sé?… a suo favore o… per sua condanna? La questione, insomma, è questa: quando si varca il limite, si è di fronte al superamento o all’ingovernabilità delle forze umane?
La risposta è chiarissima, se viviamo di fede e nella fede, se camminiamo al cospetto di Dio: l’origine della caduta dell’uomo è sempre il suo volontario allontanamento da Dio. E chi si allontana da Dio, prima o poi, si allontanerà di conseguenza dal fratello e alla fine da se stesso. Ecco perché i doni non si chiamano più tali ma piuttosto strumenti, perché li si adopera come armi di dominio, di divisione, di violenza. È sempre utile tentare l’approfondimento su questo smarrimento non solo morale, ma tremendamente esistenziale. Possibile che il mondo possa credere di sopravvivere senza il coinvolgimento della Verità, della Giustizia, del Bene?
Dopo la pausa estiva, in cui abbiamo recuperato un po’ il respiro e la sinfonia dei ritmi della vita, è tempo ora di aprire gli occhi sulla realtà del nostro tempo storico e lasciarci coinvolgere dalle sue domande, dai suoi gemiti e predisporci al calore del sole della Sapienza, in modo da poter sempre essere pronti, come dice san Pietro, a rispondere a quelli che ci chiedono spiegazioni sulla speranza che arde in noi, rispondendo con gentilezza e rispetto, con la coscienza formata e illuminata (cfr. 1Pt 3,15-17).
Nel momento in cui ci liberiamo degli impacci mondani come la spregiudicatezza, la spietatezza, la vanagloria, il controllismo, rinasciamo, sì, riscattando ogni cosa dall’ombra dell’egoismo, dell’assenza di amore, tornando al cuore, come ci dice Gesù, il nostro unico Maestro. Ben vengano momenti di riflessione condivisa, di formazione comune, purché tutto ci aiuti a fare ritorno alla bellezza del Noi e al modello dialogico. E questo, ovviamente, per non trascurare le differenze negli approcci e nelle specifiche sensibilità di ciascuno, perché il primo campo dell’applicazione evangelica sono i nostri ambienti ecclesiali, prima ancora che le piazze esterne, quelle ancora lontane e aride, con la capacità e il forte desiderio di trasformare la variabile dell’incertezza in costruzione e ricostruzione del significato autentico di “comunità”. Comunità che ospitano e si prendono cura, con spirito di servizio e di gioia, l’Umano.
di Ylenia Fiorenza



