Il dono dell’annuncio: una riflessione, sul senso, sulla portata, ma anche sul modo in cui siamo chiamati ad essere missionari, ad annunciare il Vangelo.
- La missione: da Gesù agli apostoli, alla Chiesa
Partirei proprio dal fatto che per i cristiani il fatto di dover generare alla fede altri, di annunciare e testimoniare il Vangelo di Cristo per altri dovrebbe essere un fatto scontato, non fosse altro. Perché? Perché più volte Gesù invia i suoi discepoli ad annunciare.
Soprattutto il Cristo risorto consegna questo mandato come decisivo, direi unico, ai suoi discepoli, se ricordiamo tutti, o se no possiamo riprendere in mano, il finale del Vangelo di Matteo, lì vediamo in maniera netta questo mandato del risorto ai suoi discepoli: “Io sono con voi tutti i giorni sino alla fine dei tempi. Andate, ammaestrate tutte le genti, battezzatele, immergetele nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. E tuttavia da cristiani dobbiamo domandarci perché il Risorto, come ultimo desiderio esprime il fatto che i suoi discepoli siano missionari e per certi aspetti continuino la sua stessa missione?
- La Chiesa è missionaria: Io sono missione
Il Concilio Vaticano II sembra che lo abbia chiarificato in maniera piuttosto netta quando ha detto “La Chiesa, cioè la comunità dei discepoli di Cristo, è missionaria per natura”.
La citazione la faccio così, sembra che valesse la pena di fare un viaggio così lungo, per arrivare fin qua. Ad Gentes 2 dice: “La Chiesa pellegrinante e missionaria per natura”. Perché? Perché la Chiesa stessa deriva dalla missione.
Quale missione? quella di Dio. Dio ha mandato in missione il suo figlio, ha mandato attraverso il figlio lo Spirito ed esiste la Chiesa che è frutto della missione. Proprio per questo la Chiesa non può che essere per natura missionaria, che è come dire togli dalla Chiesa la missione, non hai più la Chiesa.
Però il Concilio poco più in là, in Ad Gentes, fa un altro passaggio molto significativo che ci deve far riflettere oggi, considerando che noi non siamo semplicemente la Chiesa in modo generico, ma siamo la Chiesa che vive qui a Termoli Larino nel 2026. Che cosa dice lo stesso concilio in Ad Gentes? dice che la Chiesa è per natura missionaria, ma i contesti diversi in cui si trova a vivere rendono evidentemente diversa questa missione.
- La missione oggi. Il nuovo contesto della società contemporanea
Un conto è annunciare Gesù Cristo, il Vangelo, là dove nessuno ha mai ascoltato l’annuncio evangelico. Un altro conto è farlo laddove invece il Vangelo è già stato annunciato. Un altro conto ancora, e vengo già un po’ a mettere qualche piccola domanda nelle nostre questioni di oggi, un altro conto ancora è annunciare il Vangelo in un contesto di una società che è stata cristiana, ma che oggi non è detto che lo sia ancora. Se questo è vero, allora potremmo dire, noi dobbiamo, per capire che cosa vuol dire annunciare il Vangelo oggi, generare delle donne e degli uomini alla fede oggi, dobbiamo in qualche modo essere edotti del contesto in cui viviamo. Dobbiamo in qualche modo cercare il più possibile di comprendere in che contesto siamo Chiesa oggi.
- La complessità del mondo contemporaneo
È difficile rispondere a questa domanda. Difficile rispondere a questa domanda, però perché? Perché se c’è una parola che contraddistingue, potremmo dire, il contesto in cui ci troviamo a vivere oggi è “complessità”.
Il mondo di oggi è totalmente diverso da quello che ha vissuto lui, con una vena anche di pessimismo perché c’è una complessità incredibile.
Tuttavia, qualcosa si può dire di che cosa caratterizza il contesto attuale, quel contesto in cui siamo chiamati ad essere chiesa per natura missionaria. Provo a offrire qualche elemento che poi mi indurrà a fare una proposta su come generare alla fede oggi, su che cosa significhi generare alla fede oggi.
– Veniamo da una stagione in cui essere cristiani e appartenere alla società civile era fondamentalmente un tutt’uno. I sociologi, i teologi dicono: “Abbiamo per molti secoli vissuto nel regime di cristianità”. Molto semplicemente possiamo dire, abbiamo vissuto dando per scontato che essere italiani e essere cristiani era la stessa cosa.
4. Il nuovo modello di Chiesa e di missione
Noi siamo ancora però fondamentalmente strutturati secondo questo modello.
Il fatto stesso che l’iniziazione cristiana avvenga per degli infanti e dei bambini dice che noi siamo strutturati su questo attorno a questo modello. Lo faccio notare perché immagino che tra di voi ci saranno dei catechisti, delle catechiste, che cominciano a dire “Ma questi bambini non son più come una volta, non sanno neanche le preghiere e poi non sai come tenerli”.
Se non cogliamo che questi sono soltanto dei fenomeni di superficie che ci fanno percepire qualcosa di più profondo, cioè noi siamo ancora strutturati come se tutti fossimo normalmente cristiani e quando si è tutti normalmente cristiani non c’è neppure necessità di generare qualcuno alla fede perché le cose vanno da sé.
Questa roba qua è finita o è in via di esaurimento. Non solo, che cosa dobbiamo guardare per cogliere il contesto di oggi? Il fatto che viviamo dentro una società che ha uno strutturale sospetto verso l’idea di una verità unica e valida per tutti.
E se vogliamo annunciare il Vangelo oggi, se vogliamo generare alla fede oggi, dobbiamo tenerlo ben presente. Anzi, qualcuno dice, alcuni filosofi, pensatori dicono la violenza è il parto della verità. Quando tu hai una prospettiva di verità, allora risulti violento.
Vi faccio un esempio molto più profondo che sta fermentando dentro le nostre vite, spesso a nostra insaputa. Guardate il mondo di internet che ormai è il nostro mondo; una volta c’era un’informazione tutto sommato istituzionale, oggi ognuno è centro di informazione da sé e ognuno pensa di accampare il diritto di dire tutto e il contrario di tutto. C’è un sospetto strutturale sul fatto che la verità possa in qualche modo imbrigliare la nostra libertà.
Siamo in un contesto di fine della cristianità, in un contesto in cui c’è un grande sospetto nei confronti di una verità unica e valida per tutti. E voi capite che però questo è un punto che dobbiamo tenere in conto. Annunciare il Vangelo significa dire, come dice Pietro negli Atti degli Apostoli, che “non c’è nessun altro nome in cui c’è salvezza se non nel nome di Gesù”.
- Come evangelizzare oggi?
Dunque, dunque dobbiamo riflettere come farlo dentro un contesto come oggi.
Siamo in un contesto secolarizzato che non vuol dire semplicemente che si è meno religiosi di una volta, poi non è neppure neanche così vero, ma significa, dice qualcuno, che mentre in un contesto non secolarizzato era semplicemente normale credere, si attraversava la vita da credenti. I miei nonni che hanno vissuto nella fondamentalmente nella prima metà dell’altro secolo davano per scontato che si attraversasse la vita da credenti. Notate in altre parti del globo terrestre è ancora così. Ecco, in che senso invece noi qui nell’occidente europeo viviamo in un contesto secolarizzato? Perché?
Perché, dice un pensatore canadese Charles Taylor, la fede è una possibilità che sta davanti alla possibilità uguale e contraria di non credere, il che significa però anche che pure chi è credente sente continuamente la sua fede messa alla prova. E anche questo dobbiamo riflettere. Un tempo era sufficiente annunciare il Vangelo e dare delle nozioni del Vangelo in età infantile e poi le cose andavano da sé.
- Globalizzazione, digitalizzazione, AI, crisi antropologica, etc: vantaggi e svantaggi
Oggi non funziona più così. E dico delle cose per certi aspetti un po’ altosonanti, ma poi sono le cose che verifichiamo tutti a casa nostra. Ognuno di noi nella sua famiglia sa benissimo che ci sono delle persone che condividono con lui la fede, ma ci sono già altre che non la condividono e non è che sono cattive persone. Non è che sono cattive persone, non solo, ma direi viviamo in un contesto segnato dalla globalizzazione che ha tanti meriti, tante possibilità.
Ci sono dei grandi vantaggi, ma non possiamo negarci anche il fatto che la china che ha preso la globalizzazione è quella di un certo sfrenato liberismo economico che non soltanto fa sì che pochi ricchi detengono la gran parte della ricchezza dell’umanità e quindi ci sono sempre più poveri, ma soprattutto sta ingenerando una visione strumentalista di tutto e di tutti, comprese le persone. In questo senso aveva ragione da vendere Papa Francesco quando ci diceva “Attenzione che oggi anche le persone diventano uno scarto. Ciò che non è utile e ciò che non è monetizzabile non vale”.
Mentre nel passato si poteva guardare al futuro con fiducia, oggi proprio perché così i nostri giovani guardano al futuro più con terrore che con fiducia. E se vogliamo essere degli annunciatori del Vangelo qui e ora, dobbiamo riflettere a fondo su queste cose. Solo siamo in un contesto globalizzato, segnato anche dalla digitalizzazione che fa sì che tutti comunichiamo con tutti, ma questa comunicazione invece che creare comunità ci rende paradossalmente sempre più soli.
In fondo, attraverso i nostri meccanismi digitali noi incontriamo sempre soltanto noi stessi e l’intelligenza artificiale di cui Papa Leone ci ha parlato in maniera molto profonda, non parlando solo di questa, ma parlando della crisi antropologica che viviamo in Magnifica Humanitas e ci sta portando qui e gli algoritmi ci consegnano sempre quello che vogliamo vedere, quello che non vogliamo vedere non ci viene consegnato. Noi stessi siamo lo strumento di chi raccoglie dei dati.
- Secolarizzazione, nuovo metodo di annuncio: gratuità e dono
La Chiesa è missionaria per natura, ma lo deve fare in un contesto preciso. Qual è il contesto di oggi? difficile, però alcune coordinate le possiamo vedere. Siamo nella fine della cristianità, siamo in un contesto in cui ogni prospettiva di verità ha il sospetto della violenza, ha il sospetto, in qualche modo, di castrare la libertà.
Siamo in un contesto secolarizzato perché si può essere credenti o non credenti. È un fatto di libertà. E siamo in un contesto globalizzato con il pericolo sempre più incombente che tutto, anche le persone alla fine vengano strumentalizzati. Non si fa niente per niente.
Mi sembra che questa sia una grande occasione per riscoprire la possibilità di una missione secondo il registro della gratuità e del dono. E non a caso abbiamo messo nel titolo “il dono dell’annuncio”.
Del resto, già Gesù nel suo discorso missionario nel Vangelo di Matteo a un certo punto dice ai suoi discepoli mandandoli: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. M sembra che in un contesto come quello di oggi, dove c’è il sospetto che la verità incomba sulla libertà, dove tutto sembra monetizzabile, anche le persone, l’unica modalità per continuare ad essere Chiesa missionaria sia quella di farlo secondo la modalità del dono e dunque della gratuità.
- La dinamica del dono
Detto ciò, però bisogna che ci diciamo in maniera altrettanto seria che il dono, la gratuità è solo all’apparenza qualcosa di semplice. Se scandagliamo un po’ nel profondo è qualcosa di molto complesso. Tanto che pensate, molti pensatori, filosofi, sociologi in questi ultimi decenni hanno scritto volumi e volumi sul dono.
Qualcuno dice quand’è che veramente abbiamo a che fare con il dono e non con il circolo economico? Io ti do una cosa e tu me ne dai un’altra, e quel circolo che campeggia nella globalizzazione attuale, e tutto deve portare a un guadagno.
Qualcuno dice giustamente una cosa intuitiva, noi abbiamo a che fare col dono quando chi offre qualcosa non richiede nulla in contraccambio. Anzi, quando si dimentica addirittura di aver donato, perché se per caso ricevi un contraccambio, per il fatto stesso che hai ricevuto qualcos’altro non è più gratuito. È un pensiero interessante che ci fa riflettere molto, soprattutto a noi cristiani, perché non c’è mai non c’è nessuno come noi che parla di dono, però è altrettanto vero che si può donare all’apparenza e poi ricercare inconsapevolmente il contraccambio.
Se tu inviti una persona a cena una volta, due volte, tre volte e poi quella persona non ti invita a sua volta scoppiano delle piccole guerre familiari.
Attenzione, guarda che può essere che ciò che tu fai passare come dono non sia proprio dono. Faccio un altro esempio che ci riguarda un po’ di più. Faccio il catechista, mi impegno tanto, e ci metto tante energie e poi dopo tutto è gratuito, lo faccio. Però se poi dopo non vedo nessun risultato, e beh, allora capite, ci fa bene riflettere con alcuni pensatori che ci dicono “attenzione, il dono è dono quando è veramente gratuito”.
Sono però un po’ esagerati quando dicono che se c’è un contraccambio allora siamo già nel circolo economico.
È proprio vero. Se io stasera vi offro una riflessione, un pensiero e poi voi mi dite grazie, allora vuol dire che la mia non è stata una gratuità. Forse no, quando c’è uno scambio io ti do quando io ti invito a cena, però poi tu fai passare del tempo e mi inviti tu a tua volta a cena. Questo non è un circolo economico, ma è anzi la verità del dono.
Quando chi riceve il dono e fa un controdono lo fa liberamente, non era tenuto a farlo.
E io se ti ho invitato a cena non mi dovevo aspettare che tu mi invitassi a cena. Ma se lo fai, e beh, se lo fai avviene, potremmo dire, qualcosa di grandioso che si realizza e si deve realizzare nel dono e cioè che io ospito te nella mia vita e tu ospiti me nella tua vita gratuitamente, liberamente.
È bella questa parola ospite in italiano perché è una parola che sta a segnalare sia a chi riceve qualcuno a casa sua, sia a chi è ricevuto a casa di un altro.
Un dono è dono quando è fatto gratuitamente. Che sia un vestito, che sia del denaro, che sia uno sguardo, che sia una parola. Sto parlando di doni materiali e di doni immateriali. Il dono è dono quando viene fatto gratuitamente. Ma gratuitamente non significa in modo insensato.
Qual è lo scopo del dono? Lo scopo del dono è che si crei una relazione reciproca tra me che faccio il dono e tu che lo ricevi, improntata non all’interesse, come facciamo al mercato, no? Io ti do €100, tu mi dai un paio di pantaloni, ma improntata al riconoscimento e alla gratuità reciproca. Io ti ospito in me e vengo a mia volta ospitato da te. Non solo, ma quand’è che c’è veramente il dono? Quando chi ne beneficia non lo tiene soltanto per sé, non soltanto ringrazia e entra in una relazione di gratitudine con chi gli ha fatto il dono, ma lo rende disponibile anche per altri.
C’è un autore che usa una parola difficile ma molto bella. Dice quando io ricevo un dono lo ricevo veramente come dono soltanto se c’è, dice lui, una ridondanza del dono. Cioè se io lo rendo disponibile per altri.
Ho ricevuto l’affetto, ho ricevuto l’amore in maniera gratuita, l’ho ricevuto davvero come un dono soltanto se sono capace di diffondere amore e affetto anche ad altri; è un po’ come una vasca che viene continuamente riempita dall’acqua fino a strabordare e quell’acqua che tu ricevi nello stesso tempo la mandi avanti perché raggiunga qualcun altro. Ecco, a me pare che noi siamo chiamati oggi a vivere la missione secondo questo dinamismo del dono e provo nella parte finale del mio intervento a chiarificarlo teologicamente al meglio che riesco.
- Il dono di Dio e della Chiesa
La Chiesa vive costantemente di un dono, il dono che il Padre ha fatto all’umanità mandando nel mondo suo figlio.
E vi invito, da questo punto di vista, sarebbe un esercizio interessante, a rileggere tutti i Vangeli e cogliere che tutta la vita di Gesù, tutta la sua esistenza è stata improntata al dono di sé gratuito.
C’è un bellissimo passaggio degli Atti, che sintetizza la vita di Gesù così: “Egli passò beneficando tutti fino alla sua morte, che è stato il dono totale di sé per noi uomini”, accettando, come deve fare il dono che è gratuito, che non chiede un contraccambio, il rischio di essere rifiutato.
Attenzione, è interessante questo per comprendere qualcosa di profondo del nostro essere cristiani e dunque della nostra missione. Gesù non ha cercato la croce per la croce. Gesù ha cercato me. Gesù ha cercato noi facendo dono di sé fino all’estremo, accettando anche il rifiuto di quel dono. Ecco la croce.
Ma in quel dono c’era un desiderio che io potessi riconoscerlo e altrettanto liberamente, gratuitamente rispondessi a quel dono.
In un passaggio del suo Vangelo, l’evangelista Giovanni sintetizza magnificamente tutta la vicenda di Gesù come dono di Dio, dicendo “Dio ha tanto amato il mondo da – il verbo che usa è questo – donare il suo Figlio”. E lo scopo di questo dono è di fare spazio in sé, di ospitare in sé l’uomo e infatti il crocifisso risorge e la risurrezione non significa, se non questo che quell’uomo Gesù, anche con la sua umanità finalmente trova spazio e ospitalità in Dio.
Noi distinguiamo i momenti, ma celebrare la risurrezione è celebrare simultaneamente l’ascensione al cielo. Ma che cosa significa questo? che un nostro fratello Gesù anche nella sua umanità viene accolto, ospitato in Dio.
- Il dono dello Spirito
Dio fa dono del suo figlio per poter ospitare quel suo figlio con la sua umanità, per fare spazio in sé a qualcosa che non è Dio. Bellissimo, bellissimo. Ma non solo. Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo figlio e quando il suo figlio, anche nella sua umanità, viene ospitato in Dio, dona il suo Spirito, la sua vita, perché quello Spirito passi da lui a noi.
E lo Spirito ci viene donato perché noi veniamo ospitati in lui. E infatti che cos’è la Chiesa? Dice San Paolo, “è il corpo di Cristo”. Noi siamo il corpo di Cristo. Abbiamo ricevuto lo spirito di Gesù.
Riceviamo costantemente il dono dello Spirito di Gesù che nella grande tradizione cristiana l’abbiamo invocato: Veni creator Spiritus. È definito il dono per eccellenza. E il dono che è Dio ci viene fatto perché noi troviamo spazio in Gesù, perché diventiamo ospiti suoi al punto da diventare il suo corpo. E la Chiesa esiste perché Dio continuamente manda il suo spirito. Dice San Tommaso, ciò che di Dio è donabile. E qual è la prima missione della Chiesa? Ecco che veniamo al punto.
La prima missione della Chiesa è rendere grazie liberamente per il dono continuo che Dio fa di se stesso, cioè del suo Spirito. La prima cosa che la Chiesa deve fare per essere missionaria è non fare niente. Lo ripeto, la prima cosa che la Chiesa deve fare per essere missionaria è non fare niente, stare nel dono dello Spirito che viene costantemente ricevuto in un atteggiamento di rendimento di grazie.
- Preghiera e liturgia: missione come rendimento di grazie
Il tempo della preghiera e della liturgia che scandisce e dovrebbe scandire la vita della Chiesa è un tempo che dal punto di vista funzionale ed economico non serve a niente. È un tempo improduttivo. Eppure quando noi ci raduniamo per rendere grazie, sommamente, lo capite tutti, il rendimento di grazie per eccellenza è l’eucaristia, noi ci siamo nel mondo per svolgere la nostra missione, tanto più in un tempo come quello di oggi, dove Tutto è monetizzabile, tutto è strumentalizzabile, compreso l’uomo.
Da questo punto di vista c’è una chance incredibile per noi cristiani oggi, perché se non c’è la Chiesa non c’è più nessuno che riesce profeticamente a dire che il meglio dell’umanità non è ciò che strumentalizzi, non è ciò che ti fa guadagno. Il meglio dell’umanità è altrove.
Per il fatto stesso di esserci e di celebrare Dio con gratitudine, con lode, con rendimento di grazie, noi stiamo svolgendo la missione nel mondo senza fare niente.
Il grande teologo che poi fu Ratzinger, racconta, per esprimere questa dimensione, un aneddoto interessante. Quando la Russia fu evangelizzata, doveva scegliere a quale confessione appartenere e vedendo la grande liturgia dei greci ortodossi, dove non si aveva questione di tempo, dove non si aveva questione di risparmio, furono indotti a fare quella opzione, a fare quella opzione perché dissero ci sembrava di vedere il cielo in terra.
La prima cosa che dobbiamo fare come Chiesa in questo nostro mondo per essere missionari, per generare alla fede è, tra virgolette, “non fare niente”, cioè questo non fare che dice che Dio è inutile, cioè a scanso di ogni equivoco, non è manipolabile, non è utilizzabile, è di tutt’altro ordine dall’utile e dal monetizzabile, dentro cui sembra sempre più rinchiuso questo nostro mondo.
Da qui si possono derivare poi delle cose molto pratiche. Come celebriamo? Spesso celebriamo tanto, ma rischiamo di celebrare male. Se il problema è di permettere che ciascuno abbia la messa comoda la domenica. E il problema non è invece che la domenica nel giorno del Signore noi celebriamo bene attestando che c’è un unico Dio assoluto di fronte a cui ci inginocchiamo, è il Dio di Gesù Cristo.
Noi rendiamo grazie a Dio per il dono costante che lui fa del suo Spirito, vivendo in una reciprocità buona anche tra di noi, in rapporti fraterni ma gratuiti anche tra di noi. Non c’è missione che possiamo fare dentro questo mondo se prima di tutto non viviamo delle relazioni veramente gratuite tra di noi in cui io ti offro quello che posso offrirti e ti ospito in me, ma vengo anche ospitato da te e viceversa. Niente di nuovo sotto il sole.
Nell’antichità molti aderivano al cristianesimo perché dicevano “Guarda come si amano”.
Guarda come si amano, appunto, per attrazione, come diceva Papa Benedetto e come ha ripreso Papa Francesco. E allora dobbiamo veramente riflettere, se vogliamo essere una Chiesa che genera alla fede sul tipo di relazioni che si vivono tra di noi. Papa Francesco aveva ci aveva invitati tutti ad essere una Chiesa in uscita. Poi spesso abbiamo parlato la Chiesa in uscita, la Chiesa in uscita, la Chiesa in uscita. Io spesso dicevo e continuo a dire il problema è ciò che esce quando usciamo.
Perché se quando usciamo escono i pettegolezzi, le competizioni, le rabbie, gli odi, i risentimenti, è meglio che non esca niente. Com’è che noi siamo missionari? È vivendo delle relazioni gratuite tra di noi, non dandolo per scontato, a cominciare da noi preti.
E tuttavia, non soltanto siamo missionari perché, appunto, ricevendo costantemente il dono dello Spirito, anche questa sera lo Spirito è qui, lo abbiamo invocato, non è una farsa.
Veni, Sante Spiritus, vieni perché tu vieni donato costantemente dal Padre attraverso il Figlio e se cessassi di donarlo non ci saremmo più.
- Il debito della Missione
Noi siamo missionari rendendo grazie gratuitamente, non facendo attenzione a tempi, a spesa nel nostro rendere lode a Dio, ma anche in relazioni reciproche tra di noi in cui ci ospitiamo gli uni gli altri. E poi, ridondando il dono, facendo in modo che quel dono dello Spirito che ci rende Chiesa, che ci fa ospiti di Cristo e dunque di Dio, sia reso disponibile anche per tutte le donne e gli uomini che incontriamo. C’è un passaggio bellissimo della lettera ai Romani e al capitolo primo, versetto 14, che mi ha colpito e fortemente. Paolo dice, lo riprendo per citarlo testualmente, che lui “è debitore verso tutti, verso i greci come verso i barbari, verso i sapienti come verso gli ignoranti”.
Perché è un passaggio significativo questo versetto 14 del capitolo primo della lettera ai Romani? Perché in realtà Paolo dai greci, dai barbari, dai sapienti, dagli ignoranti, non ha ricevuto nessun dono. Eppure dice lui, io sono in debito nei vostri confronti.
Perché si sente in debito nei confronti di tutte le donne e di tutti gli uomini che incontra per il fatto di aver ricevuto attraverso e nello Spirito Gesù Cristo quel dono che ha ricevuto e che lo fa essere discepolo, lo rende in debito nei confronti di tutti coloro che incontra. Come dire, se io non faccio come quella fontana che riceve il dono e dà l’acqua fuori, non sono veramente ciò che devo essere.
E allora si tratta di sentire che siamo in debito nei confronti delle donne e degli uomini che incontriamo in famiglia, sul lavoro, al mercato, nella politica, nello sport, all’università, a scuola.
Siamo in debito dell’annuncio di Gesù Cristo che alla luce di quello che ho provato a dire fino adesso potremmo quasi sintetizzarlo così: “C’è un posto per te in Dio, puoi diventare ospite di Dio.”
Solo che se le cose che ho detto sono vere, questo annuncio non potrà realizzarsi se non nella forma del dono e dunque da persona a persona, come ci ricordava Papa Francesco, perché un dono o è personalizzato o non è.
Ed è interessante questo perché ci potrebbe aprire moltissime riflessioni e non basta annunciare il Vangelo, ma quando incontro una persona io mi devo chiedere qual è il modo per cui tu puoi percepire che questo annuncio diventa un dono per te a partire dalla tua storia, a partire da quello che vivi, a partire dai tuoi fallimenti, a partire dai tuoi desideri.
Qual è il modo per cui il Vangelo che io ho ricevuto come un dono può toccare anche te? Tu puoi percepire e sentire che sei ospite di Dio.
- La missione è di tutti i battezzati
È abbastanza implicito in tutto questo che ad annunciare il Vangelo non ci devono pensare soltanto i vescovi, i preti e i diaconi, ma tutti quanti. Anzi, se le cose che sto dicendo sono vere, sono anzitutto le cristiane, i cristiani laici che nei luoghi della loro vita, mentre incontrano delle persone, devono trovare la breccia perché da persona a persona, l’altro possa percepire c’è un posto per me in Dio.
Ma se questo è vero, dobbiamo dirci con onestà che abbiamo il dovere di revisionare al meglio le nostre comunità cristiane perché siano delle comunità veramente ospitali, cioè delle comunità capaci di accogliere qualcuno che, raggiunto dal Vangelo decidesse di entrarci.
Ci può essere la grande lamentela perché siamo sempre gli stessi e non ci sono degli altri. Eh, capita anche qui, mi sono sbagliato.
E poi però se per caso qualcuno di nuovo si inserisce in una comunità e rimane, facciamo di tutto perché percepisca che è l’ultimo arrivato.
- L’ospitalità come stile
Questo discorso è vero nella misura in cui sappiamo essere delle comunità ospitali e forse possiamo rifletterci su come esserlo, su come anche manifestarlo.
Invito qualcuno alla celebrazione eucaristica domenicale. Ma si sente accolto e a casa oppure si sente l’estraneo che appena può se ne va?
Non soltanto, ma siamo in debito, vorrei dire, di una testimonianza nel mondo, di una prassi che dica con i fatti che nessun uomo e niente dell’umano deve essere scartato, può essere scartato.
E se le cose che ho detto sono vere, voi capite che allora non si tratta semplicemente di annunciare il Vangelo e poi di promuovere l’umano, ma le due cose sono due facce della stessa medaglia. Se annunciare il Vangelo significa c’è un posto per te in Dio, allora questo io te lo devo manifestare anche prendendomi cura tutte le volte che c’è qualcuno che viene scartato o c’è qualcosa dell’umano che viene scartato. Facciamoci attenzione oggi con gli sviluppi tecnici. Stiamo sviluppando la tecnica, possiamo decidere tutto noi, ma siamo sicuri che non c’è qualche parte dell’umano che venga scartata?
E allora vedete, però questo dice anche di uno stile con cui noi ci prendiamo cura. Non può essere lo stile di chi fa cadere la carità dall’alto al basso.
Ci sono modi nelle nostre comunità di fare la carità che sono qualche volta molto violenti. Ti do qualcosa e non ti guardo neanche negli occhi. Se le cose che ho detto sono vere, allora c’è un modo di fare la carità che significa: “Ti offro qualcosa perché tu sia mio ospite e io vengo ospitato in te e non c’è nessuno così povero da cui non possa ricevere qualcosa.”
- Portare il Vangelo nell’agora. La presenza pubblica
E infine, mi sembra che questo ci porti anche a strutturare e pensare una presenza pubblica dove non abbiamo niente da pretendere, però abbiamo il diritto, dovere di portare nel dibattito pubblico il Vangelo perché illumini La società è il nostro vivere civile e sociale, tutto il Vangelo senza sconti, argomentando, facendo vedere che il Vangelo è fonte di umanizzazione anche per gli altri, ma non tacendo nulla di ciò che il Vangelo è.
Mi sembra che si può aprire la stagione anche di una presenza politica dei cristiani in questa forma.
E un cristiano che facesse il politico riducendo il Vangelo a una parte non sta portando il Vangelo.
Si tratta di portarlo tutto nel dibattito pubblico democratico dove si portano degli argomenti e a noi spetta di argomentare perché la gente percepisca che è un dono, facendo vedere che dal Vangelo c’è un modo diverso di concepire la società, di concepire il rapporto con i più fragili. C’è un modo diverso di concepire la giustizia. C’è un modo diverso di concepire il rapporto tra le generazioni e via di seguito. Grazie del vostro ascolto.
1 ottobre 2026. Repole Card. Roberto





