Cultura e territorio

INGEGNO E FEDE, L’INCANTO DEI MISTERI

I celebri ingegni di Di Zinno trasformano la città in un racconto vivente di fede e appartenenza

L’aria che si respira a Campobasso nel giorno del Corpus Domini non è quella di una semplice domenica di festa, ma quella di un’emozione collettiva che coinvolge e unisce generazioni di campobassani. Strade, vicoli e piazze del centro storico diventano il palcoscenico delle tredici installazioni che rievocano figure e pagine dell’Antico e del Nuovo Testamento.

La comunità si ritrova davanti al Museo dei Misteri dove, dopo la preparazione degli ingegni e la celebrazione della Santa Messa, accompagna lungo il percorso cittadino le macchine ideate dallo scultore campobassano Paolo Saverio Di Zinno (1718-1781).

Realizzati nel 1748 con l’obiettivo di educare il popolo alla conoscenza dei Vangeli, i Misteri erano inizialmente ventiquattro. Sei non superarono i collaudi e altri sei andarono distrutti nel terremoto del 26 luglio 1805. Da allora sfilarono i dodici superstiti fino al 1959, quando i cugini Tucci realizzarono il tredicesimo Mistero, il Santissimo Sacro Cuore di Gesù, sulla base di un disegno attribuito a Di Zinno.

Particolarmente intensa l’omelia pronunciata quest’anno dall’Arcivescovo Monsignor Biagio Colaianni, che ha richiamato il valore della festa sia sul piano umano sia su quello religioso. Da un lato la condivisione, la collaborazione, la partecipazione, la comunione e l’inclusione; dall’altro la presenza di Dio che non abbandona mai l’uomo e si fa compagno di viaggio.

In questa trama di vicinanza e accompagnamento prende forma il significato più profondo del Corpus Domini. Come i Misteri attraversano le vie della città raccontando il cammino dei Santi attraverso suggestivi quadri viventi, così la presenza divina percorre i sentieri del mondo. Un cammino discreto che sfiora le esistenze umane, portando con sé un messaggio di pace e la certezza che nessuno è destinato a camminare da solo.

Assistere alla sfilata dei Misteri è come sfogliare un antico libro di preghiere le cui pagine prendono vita attraverso sguardi, movimenti, sorrisi e respiri.

Gli ingegni, infatti, non sono semplici carri allegorici né statue di legno, ma autentici quadri viventi sospesi tra terra e cielo. Le strutture in acciaio flessibile e legno, sapientemente celate da drappi colorati, sostengono nel vuoto bambini che si trasformano in angeli apparentemente in volo sopra la folla, santi immobili nella loro estasi e diavoli dal volto dipinto di nero che salutano e scherzano con il pubblico, alleggerendo per un istante la solennità del momento con la loro ironia.

In questa festa convivono poesia e contrasto, in un equilibrio capace di renderla unica.

C’è il contrasto tra leggerezza e peso: i bambini sospesi a diversi metri d’altezza sembrano fluttuare nell’aria come piume, sfidando la gravità. Eppure, sotto di loro, il passo dei portatori è pesante, ritmico e faticoso. Le macchine possono raggiungere i 605 chilogrammi di peso e i sei metri di altezza.

C’è il legame tra sudore e devozione: al grido ritmato di “scannett’ allert’!”, i muscoli si tendono e il cammino si fa corale. Sulle spalle di dodici uomini per ogni Mistero, guidati da un caposquadra che scandisce il ritmo della marcia, non grava soltanto il peso del legno e del ferro, ma anche quello, felice e condiviso, di una tradizione secolare.

C’è infine l’incontro tra sacro e profano, dove la solennità della processione religiosa si intreccia con la festa popolare: le bancarelle colorate, il profumo dello zucchero filato, gli sguardi meravigliati dei passanti e il susseguirsi di suoni, colori e relazioni.

Il percorso dei Misteri si conclude in piazza del Municipio con la solenne benedizione impartita dal Vescovo e con il successivo rientro delle macchine nel Museo dei Misteri.

Quando l’ultimo ingegno si allontana lasciando dietro di sé il fragore degli applausi e l’eco delle voci, resta la sensazione di aver vissuto qualcosa che va oltre lo spettacolo. Un viaggio nell’anima, nel quale l’ingegno dell’uomo riesce a dare forma visibile all’invisibile.

Francesca Valente