UN APPELLO ALLA COSCIENZA COLLETTIVA PER LA PACE

PACE E POVERTÀ

“La pace è prima di tutto che non ci siano le guerre, ma anche che ci sia la gioia,

l’amicizia tra tutti, che ogni giorno si faccia un passo avanti per la giustizia,

perché non ci siano bambini affamati, malati che non abbiano la possibilità di essere aiutati nella salute.

Fare tutto questo è fare la pace.

La pace è un lavoro, non è uno stare tranquilli, lavorare perché tutti abbiano la soluzione ai problemi,

ai bisogni che hanno nella loro terra,

nella loro patria, nella loro famiglia, nella loro società: così si fa la pace, artigianale. […]

C’è tanto bisogno di fabbriche della pace, perché purtroppo le fabbriche di guerra non mancano”

(Papa Francesco – udienza 11 maggio 2015)

 

Pace “disarmata e disarmante”

Il concetto di pace – dal latino pax – non è più un concetto statico, ma dinamico, attivo e progressivo. Avevamo considerato la pace un bene acquisito, indiscutibile. Le vicende relative all’invasione della Russia all’Ucraina e non solo, invece, ci hanno dimostrato che la pace va costruita, conquistata e difesa. La pace è “una creatura imperfetta, fragile, sempre esposta a minacce disgregatrici”.

La pace necessita di robuste condizioni di carattere economico, politico, culturale all’interno della società, ovvero di una condizione di equilibrio di un sistema di relazioni sociali. Tale equilibrio si realizza allorquando vi siano una riduzione delle disuguaglianze, una capacità di offrire a tutti pari opportunità di progresso sociale, sanitario, culturale, ovvero esista una coesa società che non crei conflitti, ma riconcili e costruisca equità.

È, insomma, un processo in divenire, partecipativo e positivo, che si costruisce giorno per giorno, promuovendo una cultura della pace – attuando la giustizia sociale e internazionale. Un processo di solidarietà operante che si fondi su precondizioni di condivisione di valori – rispetto dei diritti umani, delle diversità, delle libertà, delle sovranità, la capacità di ricomporre le fratture sociali ed i conflitti con il dialogo, la mediazione, accordandosi e rispettando i patti assunti. La pace poggia su pilastri della verità, della giustizia, dell’amore e della libertà.

 

Pace valore universale

La pace, inoltre, è una condizione di serenità, di benessere interiore, convivenza serena tra i singoli e i popoli. Nasce dalla capacità di farsi prossimo. Inoltre “è opera di giustizia” (Gaudium et Spes 78), “è valore universale, è necessaria, è imperativa, è possibile, è doverosa e promuove la coabitazione pacifica di tutti gli uomini” (messaggi GMP).

Come Papa Leone XIV ha affermato, la pace deve essere “disarmata e disarmante”.

È necessario trovare nuovi linguaggi e nuovi gesti di pace, a partire dal disarmo delle parole. Occorre vivere un impegno individuale e collettivo nel volerla, viverla, difenderla e lavorare perché si cementifichi, anche nei cuori dei singoli.

Bisogna “disarmare gli spiriti, attuando la pace attraverso l’uso delle armi morali” (GMP). La solidarietà, in primis, crea un processo di sviluppo giusto – (lo sviluppo è il nuovo nome della pace – PP87) – crea condizioni di vita rispettose della dignità umana e riconosce i diritti umani universali, affinché si realizzi quanto San Francesco affermava: “la pace che pronunciate con la vostra bocca diventi opera delle vostre braccia”, nella considerazione, peraltro, che le risorse investite in armamenti e guerre sono sottratte allo sviluppo.

 

Pace e povertà

È di tutta evidenza il nesso tra sviluppo, pace, giustizia e bene comune. Operare per la giustizia vuol dire anche lavorare per sconfiggere la povertà. La povertà è uno dei fattori che favoriscono le guerre, causate anche dalla distorsione dei sistemi ingiusti. Guerre e povertà sono in stretta connessione: le guerre generano povertà e le povertà sfociano in lotte, conflitti. Le aumentate disparità tra ricchi e poveri oggi appaiono più evidenti. Intere popolazioni vivono in condizioni di estrema povertà, l’accesso alle risorse, anche alimentari, è diseguale.

Oggi assistiamo inermi ed indifferenti alla morte, per fame, di tante persone, soprattutto bambini, anche a causa di guerre, senza che la comunità internazionale intervenga per frenare questo sterminio.

Occorre ripensare il concetto di globalizzazione e di economia, rivedendo i modelli di sviluppo, per mettere al centro la cultura della solidarietà e superare quella che Papa Francesco definiva “la globalizzazione dell’indifferenza”, perché “l’indifferenza e il disimpegno costituiscono una grave mancanza al dovere che ogni persona ha di contribuire – nella misura in cui è capace – al bene comune, in particolare alla pace”, in quanto siamo una grande famiglia umana, interconnessa.

Occorre prestare attenzione anche alle cosiddette povertà morali, culturali, relazionali che derivano da un disagio esistenziale, rimuovendo gli ostacoli che impediscono la crescita integrale dello sviluppo umano, perché “la povertà non è solo quella del denaro, ma anche la mancanza di salute, la solitudine affettiva, l’insuccesso professionale, l’assenza di relazioni, gli handicap fisici e mentali, le sventure familiari” (Paolo VI).

È necessario promuovere programmi di sviluppo dei popoli che mettano a disposizione sufficienti risorse, sottraendole agli investimenti militari, alla produzione ed acquisto delle armi, promuovendo una solidarietà globale, tra paesi ricchi e poveri del mondo.

La lotta alla povertà necessita di uomini e donne che vivano in profondità la fraternità e promuovano la crescita di un autentico sviluppo comunitario integrale ed integrante.

Silvana Maglione