DA COSTRUTTORI DI «VERITÀ» A COSTRUTTORI DI PACE

Questa storia che bisogna aiutare gli ucraini a perdere meno terreno prima di consentire una trattativa non mi convince. Peggio ancora. Che bisogna aiutarli a vincere la guerra per discutere di pace solo dopo. Peggio ancora. Che si debba fare queste cose per rovesciare il governo di Putin. E chiedere e ottenere ancora armi per tutto ciò. Non solo non mi convince, ma è pericolosa. Schiacciarsi sulla posizione del presidente Biden e del premier Johnson inseguendo l’opinione eterodiretta nel mondo occidentale è un ostacolo alla trattativa. Ancora di più se questa posizione è ispirata a una presunta superiorità nei confronti dell’oriente e del sud del mondo, che ha già prodotto gravi conseguenze nei precedenti infausti e destabilizzanti degli ultimi venti anni, in Iraq, Libia, Maghreb e via dicendo.

Ormai la propaganda si sovrappone alle azioni di guerra, sfruttando senza scrupoli la popolazione civile. Un segnale inquietante è il rifiuto, da parte dell’amministrazione britannica, di soddisfare la richiesta russa di un’indagine ONU sui massacri denunciati dagli ucraini. E non si registra nessuna reazione della cosiddetta opinione pubblica dominante alla posizione assunta oltre Manica. Sorgono legittimi dubbi, visto che poteva essere la strada per l’accertamento della verità. Stiamo forse costruendo le premesse per giustificare un intervento in funzione di una vittoria assoluta contro Putin? Zelensky dopo la denuncia del massacro di Bucha ha detto di volere andare subito alla trattativa. Ma come si concilia questo con la dichiarazione che non si accetterà da parte loro nessuna concessione territoriale? Anche in questo caso il sospetto che invece che trattare si voglia combattere e far combattere anche noi fino al successo finale è grande. E l’altro particolare, la rinuncia ad entrare nella Nato, si associa alla consapevolezza che i trattati dell’Unione europea stabiliscono per chi ne fa parte garanzie addirittura maggiori di quelle previste per gli affiliati all’alleanza atlantica. In sostanza, le condizioni poste dal leader ucraino sono quelle che spettano a un vincitore. E senza rispetto per chi, a costo di varie forme di persecuzione, ha chiesto l’autonomia in alcune regioni da ormai più di otto anni. Dire oggi che in Ucraina si combatte una guerra per procura degli Stati Uniti è considerata una bestemmia. Ma tutto lo fa credere, anche al di là dello sbarramento creato da un’informazione eterodiretta. Appunto per questo so che quella esposta in queste righe è una ricostruzione assolutamente minoritaria, ma è necessario porsi fuori dal coro per andare velocemente alla fine di questa devastante esperienza.

Lo sfruttare la tragedia di un popolo schiacciato sotto le violenze del conflitto per il gusto di sostenere una posizione politica ripugna proprio alla coscienza della nostra grande tradizione di libertà e democrazia. Invece, nei salotti come sul campo di battaglia, sembra che l’imperativo primario sia annientare il nemico, non la felicità della conclusione di un massacro. Questo intervento prescinde volutamente da infiniti dubbi sulle manovre mediatiche di ambedue i contendenti, uno notoriamente esperto del linguaggio delle immagini televisive e cinematografiche, l’altro ispirato alla lunga tradizione moscovita di addomesticamento della verità. Sempre intenzionalmente non ci si sofferma su precisazioni che allontanerebbero dall’incoraggiamento del dialogo fra le parti. Ma la stessa cosa dovrebbero fare tutti gli altri interventi, per trasformarsi da costruttori di opinione a costruttori di pace. Dunque, ascoltiamo il Papa, riconduciamoci nell’ottica della vera, autentica e pura ricerca di una soluzione.

Roberto Sacchetti