PASTORALE E FORMAZIONE

LA POVERTÀ SPIRITUALE, FERITA DEL NOSTRO TEMPO E ATTESA DI SALVEZZA

Un incontro denso di contenuti e di ascolto, che ha accompagnato i presenti dentro una delle domande più vere del nostro tempo.

La serata promossa dalla Scuola “G. Toniolo” sul tema della povertà spirituale si è svolta in un clima di viva attenzione e sincera partecipazione. Fin dall’inizio si è avvertita la percezione di trovarsi davanti a un argomento tutt’altro che teorico, perché capace di toccare da vicino la vita concreta delle persone, le relazioni, la famiglia, il mondo giovanile e, più in generale, il nostro tempo segnato da tante fragilità interiori. A introdurre e moderare l’incontro è stato il prof. Marco Di Salvo, che ha guidato con misura e sensibilità il percorso della serata, aiutando i presenti a entrare gradualmente nel cuore del tema. La povertà spirituale è stata così presentata non come una formula astratta, ma come una ferita reale dell’uomo contemporaneo, una mancanza interiore che spesso si riflette nella qualità dei rapporti, nello smarrimento educativo e nella difficoltà di riconoscere ciò che conta davvero. In questo senso, la domanda di fondo che ha accompagnato l’ascolto è apparsa subito decisiva: quali vuoti abitano oggi il cuore dell’uomo e quale risposta può offrire la fede? Del resto, è il Vangelo stesso a ricordarci che «dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21).

La relazione della direttrice, prof.ssa Ylenia Fiorenza, ha posto in particolare risalto al tema della tenerezza come risposta alla povertà spirituale. In un mondo che premia la “performance” e il possesso, da cui derivano anche delitti e crimini, la tenerezza appare quasi sovversiva, perché riconosce l’altro come dono. Se l’altro è un dono, non posso rubargli nulla, posso solo accoglierlo. E soprattutto la tenerezza disarma il conflitto: se guardo l’altro con tenerezza, lo riconosco come fratello. Riconoscere la povertà spirituale richiede allora un cambio di sguardo: passare dalla logica del possesso alla logica del dono. La rivoluzione della tenerezza resta così l’unica via per ricostruire sulle macerie di una società che, avendo smesso di pregare Dio e di relazionarsi coi fratelli, non fa che depredare, deturpare e distruggere.

A dare il tono più ampio e profondo della serata è stata poi la conclusione dell’Arcivescovo Metropolita S.E. Rev.ma Mons. Biagio Colaianni, che ha sviluppato la propria meditazione a partire dalla figura di Zaccheo (cfr. Lc 19,1-10). Il suo intervento, insieme paterno e incisivo, ha mostrato come la povertà spirituale sia forse una delle povertà più gravi del nostro tempo, proprio perché spesso non viene riconosciuta. Essa attraversa la vita personale e sociale, si insinua nelle relazioni, nella famiglia, nella politica, nel lavoro, nelle leggi, e colpisce in modo particolare i giovani. Il punto più delicato, tuttavia, non è soltanto l’esistenza di questa povertà, ma il fatto che l’uomo di oggi rischi di non accorgersene, rifugiandosi in una falsa autosufficienza.

È qui che la figura di Zaccheo acquista una forza particolare. Uomo piccolo, segnato dal peccato e dalla sua storia, Zaccheo ha però una grazia decisiva: sa che gli manca qualcosa, e proprio per questo cerca Gesù. In lui si riflette, in qualche modo, anche la beatitudine dei poveri in spirito: «beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3). Mons. Colaianni ha accompagnato i presenti dentro questo movimento interiore con grande efficacia: Zaccheo corre, cerca, sale, si espone, si lascia guardare, poi scende e accoglie. È il dinamismo della conversione, il passaggio dalla ricchezza apparente alla verità di sé, dalla chiusura all’incontro, dalla solitudine alla grazia.

Tra i passaggi più significativi dell’intervento del Vescovo, è risuonata con particolare forza la riflessione secondo cui «se non si è consapevoli di essere poveri, non si cerca, non si anela, non si desidera nient’altro che se stessi». In questa luce, la povertà spirituale non è stata letta come una condanna, ma come il punto da cui può iniziare un cammino nuovo. L’uomo, infatti, non resta abbandonato nel proprio vuoto: il Signore lo raggiunge, lo guarda, lo chiama per nome. È questo il cuore del messaggio cristiano consegnato alla serata, espresso con parole limpide e forti: «la nostra ricchezza è Gesù, è il Cristo». E non è casuale che il racconto evangelico culmini nell’affermazione: «il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto» (Lc 19,10).

Molto bello anche il richiamo finale alla dimensione comunitaria della fede. L’incontro con Cristo non rimane mai un fatto puramente privato, ma cambia la vita, apre agli altri, rende più attenti ai poveri, più responsabili verso il mondo. Zaccheo, dopo aver accolto il Signore, cambia concretamente il proprio modo di vivere e trasforma ciò che prima era motivo di chiusura in occasione di bene e di restituzione. In lui si vede bene che la fede vera si traduce nella carità (cfr. Gal 5,6) e che l’amore di Dio conduce inevitabilmente all’amore del prossimo (cfr. 1Gv 4,20-21).

La serata si è chiusa lasciando nel cuore dei presenti una consegna semplice ma esigente: riconoscere la propria povertà non per restarne schiacciati, ma per permettere al Signore di abitarla e trasformarla. È proprio lì, nel cuore che si lascia incontrare, che l’uomo ritrova la sua vera ricchezza e torna a scoprire che la salvezza non è un’idea, ma una presenza.

Prof. Marco di Salvo

 

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