Educazione e territorio

LE RADICI E LE ALI DEL FUTURO

Un nuovo modello di alfabetizzazione

“Educare significa dare radici e ali”: è una frase tradizionalmente attribuita a William Butler Yeats, una di quelle espressioni capaci di attraversare il tempo e di assumere significati nuovi a seconda delle epoche. Oggi, alla luce del momento complesso che tutti gli ambiti della società stanno attraversando, queste due parole, radici e ali, sembrano descrivere con particolare efficacia la sfida educativa del nostro tempo e delle nostre comunità..

Ma cosa significa, oggi, dare radici e ali?

Viviamo dentro un contesto in rapida evoluzione, attraversato da transizioni continue, trasformazioni tecnologiche, mobilità, cambiamenti sociali e professionali. Il provvisorio tende a diventare una condizione ordinaria dell’esistenza e diventa sempre più difficile individuare punti fermi, costanti e condivisi che possano essere percepiti come certezze.

In questo scenario anche il concetto di radice cambia significato. Non siamo più necessariamente figli di un unico territorio, di una sola cultura, di una sola comunità. Ognuno di noi partecipa contemporaneamente a più contesti, appartiene a più luoghi, attraversa culture differenti, costruisce relazioni che possono superare confini geografici e linguistici. Siamo cittadini di un territorio fisico, ma anche di territori culturali, professionali, digitali e virtuali.

È quella che potremmo definire un’appartenenza multipla: non una perdita delle proprie radici, ma la loro possibile moltiplicazione. Le radici non sono più soltanto ciò che ci lega stabilmente a un luogo; sono anche ciò che ci consente di riconoscerci mentre attraversiamo luoghi diversi e ciò che ci permette di percepirci quali membri di una comunità. Cesare Pavese scriveva, ne La luna e i falò, che “un paese ci vuole, anche solo per il gusto di andarsene via”. È una frase che conserva una straordinaria forza pedagogica. Un luogo di appartenenza è necessario perché abbiamo bisogno di una storia, di volti, di parole, di memoria e di una comunità dentro cui costruire la nostra identità. Ma oggi quel “paese” non coincide necessariamente con un solo luogo geografico: può essere una comunità reale, una rete di relazioni, un patrimonio culturale, un sistema di valori, oppure la capacità di abitare più mondi senza smarrire se stessi.

E allora arrivano le ali.

Le ali sono la capacità di muoversi, di cambiare contesto, di trasferire competenze da un ambiente all’altro, di confrontarsi con culture, linguaggi e sistemi professionali differenti. Significa saper declinare i propri comportamenti, il proprio stile di vita e le proprie competenze anche in contesti e Paesi diversi, comprendendo che ciò che abbiamo imparato non perde valore quando cambia l’ambiente di riferimento, ma acquista valore se sappiamo adattarlo, reinterpretarlo e metterlo in relazione. Ma le ali, oggi, hanno anche una dimensione nuova: quella digitale e virtuale. Abitiamo contemporaneamente uno spazio fisico e uno spazio digitale, comunichiamo, apprendiamo, lavoriamo, costruiamo relazioni e produciamo conoscenza attraverso ambienti che non sono necessariamente legati alla presenza fisica. I nostri ragazzi attraversano ogni giorno linguaggi diversi: quello scritto e quello audiovisivo, quello scientifico e quello tecnologico, quello della comunicazione sociale e delle piattaforme digitali, quello della realtà concreta e degli ambienti virtuali.

Per questo la scuola non può limitarsi a un’alfabetizzazione tradizionale: deve sviluppare un nuovo modello, sia tecnico sia funzionale. Alfabetizzare significa fornire gli strumenti per comprendere e utilizzare consapevolmente una pluralità di codici: linguistici, scientifici, tecnologici, digitali, culturali e relazionali. Significa educare alla capacità di leggere un’informazione, interpretare un’immagine, comprendere un algoritmo, riconoscere una fonte, dialogare con chi appartiene a un’altra cultura e utilizzare una tecnologia senza esserne utilizzati.

È questa una delle grandi responsabilità educative dell’epoca contemporanea: insegnare non soltanto cosa sapere, possedendo contenuti e metodi euristici, ma anche come abitare la complessità. Il rischio, in una società caratterizzata dalla moltiplicazione dei linguaggi, non è soltanto quello di non conoscere abbastanza, ma anche quello di non possedere le chiavi per passare da un linguaggio all’altro, da un contesto all’altro, da una realtà all’altra.

L’educazione deve allora costruire competenze di traduzione e di gestione di linguaggi multipli, in modo da saper tradurre un sapere in altri linguaggi, un’esperienza in una nuova competenza, una cultura in un dialogo, una conoscenza in una scelta consapevole. Dobbiamo educare persone capaci di attraversare il mondo senza limitarsi a consumarlo, capaci di comprenderlo, interpretarlo e, quando necessario, trasformarlo. In questo senso, territorio ed educazione non sono dimensioni contrapposte. Il territorio continua a essere il primo luogo nel quale impariamo a dare significato alle cose, ma la scuola deve anche insegnare a uscire da esso, a confrontarlo con altri territori, a comprendere che ogni identità si arricchisce quando incontra ciò che è diverso.

Dare radici e dare ali, allora, non sono due azioni opposte, ma due direttrici dello stesso processo educativo. Le radici consentono di sapere da dove veniamo; le ali ci permettono di capire dove possiamo andare. Le prime costruiscono identità, le seconde apertura; le une danno appartenenza, le altre possibilità. La scuola del futuro dovrà essere sempre più il luogo nel quale queste due dimensioni si incontrano: un luogo capace di custodire la memoria e, nello stesso tempo, di preparare al cambiamento; di educare alla propria comunità e, contemporaneamente, alla cittadinanza globale; di insegnare a stare in un luogo e ad abitare responsabilmente molti luoghi.

Costruire il futuro significa, in fondo, questo: dare alle nuove generazioni le parole, i codici e gli strumenti per poter abitare un mondo che ancora non conosciamo, senza perdere le radici che ci permettono di riconoscere chi siamo. Perché le ali si spiegano quando le radici sono ben salde.

di Anna Paolella