COSA SIGNIFICA DAVVERO “ESSERE IN MISSIONE”?

ARTIGIANI DI SPERANZA, RESTAURATORI DI UMANITÀ, GENTE DI PRIMAVERA

Riscoprire il senso profondo della “mission” cristiana tra slogan moderni e radici spirituali

MISSION IMPOSSIBLE O POSSIBLE?!

“Mission Impossibile?!” È proprio così?! Bella domanda. In gioco non c’è tanto la serie cinematografica e la relativa saga che tutti noi conosciamo e che ha riscosso successo di critica e pubblico nell’arco di tempo che va dal 1996 ad oggi, 2025, né tantomeno il sesto film Mission: Impossibile – Fallout, pubblicato a luglio 2018, che è stato il più redditizio della serie, bensì il tema e la dimensione della “mission”.

Anche qui, non della “mission” a cui il linguaggio e i contesti attuali ormai fanno riferimento e ci hanno abituato. Sì, perché ormai qualsiasi azienda, o associazione, o movimento arriva a definire e a dichiarare la propria “mission aziendale-lavorativa”: in parole semplici, ciò che fa, per chi lo fa e come lo fa nel presente.

Il tutto grazie alla condivisione delle decisioni strategiche e alla collaborazione sinergica dei singoli lavoratori o membri che rendono fattibile e concreto il suo raggiungimento e la sua realizzazione attraverso il proprio impegno quotidiano.

La “mission”, di fatto, realizza nel presente quella che è la “vision” (= la visione), l’aspirazione propria del team aziendale o del movimento, chiaramente orientata e proiettata al futuro e sempre pronta a rispondere e a mantenersi al passo con i cambiamenti e le evoluzioni in atto. Mission, vision, fallout, impossible-possible: concetti, strategie, dimensioni che sono ormai divenuti di uso comune e corrente e – mi si permetta – “sdoganati” dal linguaggio e dall’ambito religioso, nella fattispecie cristiano… da dove, senza voler peccare di modestia, sono sorti e nati. Tutti li comprendono, li capiscono, non si sorprendono.

Invece le cose cambiano un po’ quando si tratta di cogliere e leggere gli stessi concetti, e soprattutto il concetto di “mission”, nel loro alveo natìo e di abbracciarli e viverli oggi nel nostro cammino di credenti. Qui – spero di non sbagliarmi – credo siamo tutti un po’ in difficoltà, inciampiamo… non ci appaiono così nitidi e così vivibili. Se dovessimo chiederci a caldo qual è la “mission” della Chiesa o quale è la mia/nostra “mission” come credenti, non è da escludere che andremmo facilmente nel pallone e in confusione! Tutt’al più, e alla meglio, riusciremmo a balbettare qualche frase e a pronunciare qualche affermazione della serie o del tipo “siamo chiamati ad essere missionari di speranza”, visto l’anno giubilare in corso. Citare la speranza e unirla alla missione è un’operazione più che lodevole e dignitosa, tanto più che di speranza ne abbiamo bisogno tutti e tanto più che la speranza è una delle tre virtù teologali. Almeno possiamo dire di riuscire a riscoprire in parte la gioia della nostra fede, ma soprattutto a fare centro nella nostra disanima!

Per molti appare evidente una cosa: la connessione terminologica e concettuale di “mission” con “missionarietà” o, ancor meglio, con la persona dei “missionari”: è risaputo e conosciuto il fatto che ci sia una “Giornata Missionaria” che ormai da decenni, come Chiesa, celebriamo proprio nella terza domenica del mese di ottobre, da sempre connotato come mese “mariano e missionario”. Si tratta di una giornata di preghiera e di raccolta di offerte per sostenere fattivamente l’impegno dei missionari. Accanto a questa evidenza c’è pure la percezione diffusa che la “mission” sia di pertinenza e spettanza della comunità cristiana: sia “un impegno” comunitario e non tanto e prima di tutto individuale; sia cioè – per rifarci al linguaggio di cui sopra – una “questione aziendale” del team “Chiesa”.

Ma di fatto dove nasce la “mission”?! Qual è la sua culla?! Belle domande anche queste. Certamente, tra le righe emerge un’esigenza: quella di ridare chiarezza e concretezza alla “MISSION” credente (alla dimensione missionaria della vita cristiana e della nostra vita di fede, sia comunitariamente che singolarmente). E per fare questo dobbiamo, con semplicità, riandare e ripartire dal suo “abc”.

La “mission” credente nasce dall’incontro con Cristo, nel giorno del nostro battesimo. È proprio con il battesimo che ognuno di noi diviene “cristiano”. Concretamente, cosa significa questo? Basti andare a ciò che “cristiano” risulta essere nella nostra grammatica: è un aggettivo che deriva e fa riferimento al sostantivo “Cristo”. Essere e divenire “cristiani” è divenire “come Cristo”, divenire come Lui che è “re-profeta-sacerdote”! “Re”, cioè essere dei “signori”, quindi vivere con “signoria-stile” la nostra vita di figli di Dio. “Sacerdoti”, e lo si è espletando uno dei compiti propri del sacerdote, quello di “celebrare”: siamo chiamati a “celebrare” con la nostra vita e nella nostra quotidianità le meraviglie dell’Amore di Dio. E infine “profeti”, cioè testimoni. Proprio qui si innesta la dimensione “missionaria e profetica” (della “martyria”) di ogni battezzato, data semplicemente dall’adesione a Cristo. Ognuno di noi, in quanto battezzato, sceglie di aderire a Cristo, di assumere Cristo come punto di riferimento fondamentale della propria vita: come criterio del proprio pensare (mente), del proprio amare (cuore), del proprio agire (piedi e mani). Comprendiamo bene allora come la “dimensione missionaria” sia parte integrante e dimensione fondamentale che inerisce ed esprime il “DNA” dell’essere credenti. Ma che tipo di “martyria” (testimonianza) è e che tipo di “martyria” siamo chiamati ad offrire? È una testimonianza di fede (= della nostra relazione personale con Cristo), che viene attuata attraverso la carità e la fraternità. Quindi non trattasi di proselitismo: essere missionari non vuol dire e non ha come finalità quella di fare nuovi “adepti” (= seguaci). Non solo, essa deve essere attuata in ogni ambiente che frequentiamo, nessuno escluso.

Un “excursus”, quello appena terminato, sintetico ma spero interessante. Mi viene da dire: tutto molto bello, tutto molto chiaro, almeno me lo auguro. Il rischio, come sempre, è che si rimanga a livello concettuale e teorico e la nostra vita rimanga fuori o al balcone. Occorre allora planare sulla realtà e domandarci: come posso e come possiamo concretizzare la nostra “mission” di credenti nella vita di tutti i giorni?! Ulteriore e bella domanda anche questa, accanto a quelle già viste e proposte. Le risposte potrebbero essere varie e variegate. Faccio una scelta: quella di attingerle ed estrapolarle dal Messaggio che Papa Francesco, il 25 gennaio 2025, ha preparato proprio per la XCIX Giornata Missionaria Mondiale 2025. Lì vi sono alcune espressioni significative, difficili da dimenticare ma facili da ricordare… anche se impegnative da applicare: noi però non ci perdiamo d’animo!

Ecco le sue provocazioni.

La prima: occorre che ogni credente diventi e si impegni ad essere “artigiano” di speranza e “restauratore” di umanità, in un’umanità spesso distratta e infelice. Ci chiede di essere fattivamente cesellatori, curatori, animatori, promotori di speranza e di umanità, con la nostra prossimità e presenza fatta di gesti-parole-azioni che abbiano il profumo e il marchio dell’incoraggiamento, della sprone, della prospettiva, della forza d’animo, della determinazione, della pazienza. L’input ci richiama e risveglia in noi l’impegno nel presente e la fiducia nel “futuro”. In termini teologici: dell’hic et nunc (= del “già e non ancora”). Per affrontarlo e viverlo, diventa allora ineludibile da una parte prepararsi e formarsi, e dall’altra rinnovarsi e rinnovare la spiritualità pasquale (attraverso la partecipazione all’Eucaristia, il Triduo Pasquale e l’intero itinerario dell’Anno Liturgico).

La seconda: occorre essere “gente di primavera” (mi verrebbe da dire “non di autunno e di inverno!”). La primavera è per eccellenza la stagione del risveglio, il tempo che segna concretamente la nuova germinazione. Basterebbe porre gesti capaci di “rinnovare e risvegliare” la vita (anche la nostra vita cristiana) in noi e negli altri (soprattutto in chi abbiamo accanto). Basta, e basterebbe, anche solo mantenere e donare uno sguardo pieno di speranza e condividerlo con gli altri. Quanti “visi pallidi” o quanti “tori seduti” si aggirano nei nostri contesti familiari ed ecclesiali!

E infine la terza: occorre essere e divenire sempre di più “uomini e donne di preghiera”, perché «la persona che spera è una persona che prega». Pregare è la prima azione missionaria e, al contempo, «la prima forza della speranza» (Catechesi, 20 maggio 2020), scintilla che, attraverso la Parola di Dio e i Salmi, diventa capace di divenire un grande fuoco, che illumina e riscalda tutti attorno.

Che dire dopo tutte queste provocazioni e considerazioni?!

Una “Mission”, quella credente, una “Mission”, la nostra, bella e nutrita, chiamata quindi e in grado di esprimere e di incarnare la “vision” cristiana, soprattutto vocata ad essere espressione di una fede più matura e contributo in vista di una maggiore comunione di preghiera e di azione, anche nelle nostre comunità. È chiaro che non possiamo sottrarci, proprio a motivo della sua inerenza al nostro DNA.

A ciascuno di noi allora raccogliere tale sfida! Certamente, con l’aiuto dall’Alto e di casa, una mission possible! Buona partenza, o meglio, ri-partenza, buon impegno ad ognuno di noi!

Padre Gianpaolo Boffelli