
Siamo ormai all’epilogo di questo excursus, certamente non esaustivo ma – speriamo – almeno utile ai nostri lettori, per far comprendere come l’esperienza dei Giubilei, lungo la storia della Chiesa e della cultura in genere, non vada compressa solo dentro l’ambito della spiritualità ma, anzi, debba essere inserita nel quadro più ampio del costume e, se si vuole, del modo stesso di vivere dei popoli. La nostra indagine vuole pertanto, stavolta, prendere in considerazione un periodo di sicuro a noi tutti più noto sia per il gran numero di testimonianze a nostra disposizione, sia per il fatto di trovarci ormai all’interno di periodi storici di grande impatto sociale ed emotivo. D’altra parte, chi non potrebbe scorgere, ad esempio, nel Settecento il secolo che, nel bene e nel male, è stato sicuramente l’apripista – con le sue rivoluzioni (non solo, quindi, quella francese) – delle tante trasformazioni economiche, politiche e sociali di cui oggi, in qualche misura, continuiamo a “subire” le conseguenze?
Ebbene, per tornare al filo originario del nostro discorso, possiamo senz’altro avere quale punto di partenza della presente tappa l’Anno Santo del 1775, entro il quale sarebbe impossibile tralasciare, non senza sorpresa, il celebre commediografo veneziano Carlo Goldoni (Venezia 1707 – Parigi 1793). Non è sicuro che vi abbia partecipato di persona e, tuttavia, le quasi sessanta ottave sotto il titolo Il pellegrino potrebbero esserne indizio: «Movendo il piè con la corona in mano / per il lungo, fangoso, arduo cammino / meditando il mister da buon cristiano / vo con gli occhi socchiusi e in capo Dio». E con questo componimento non dimentichiamo le ottave scritte in omaggio a Teresa Milesi per la sua professione religiosa, probabile frutto di una sua peregrinazione romana. Certo, difficile ritrovare il creatore di Mirandolina in un testo che inizia con le parole «Io sono in Roma, e divozion mi accese / di visitar per lei le Sette Chiese» e prosegue con i rimandi alla «Roma santa, dove aperti stanno / i tesori di Grazia al peccatore».
Si arriva così al XIX secolo, quello senza Giubilei, tranne che nel 1825 e alcuni anni straordinari. E qui, espressione delle diffuse ventate anticlericali, sono i sonetti del poeta romano Gioacchino Belli (1791-1863) a prevalere. Eccone uno famoso – da riferirsi al Giubileo straordinario di Gregorio XVI del 1832 – dove si rivolge all’amico Meo, l’incisore Bartolomeo Pinelli: «Arfine, grazziaddio, semo arrivati / all’anno-santo! Alegramente, Meo: / er Papa ha spubbricato er giubbileo / per ttutti li cristiani bbattezzati // Bbeato in tutto st’anno chi ha ppeccati / ché a la cuscenza nun je resta un gneo! […] Tu vvà’ a le sette-cchiese sorfeggianno, / méttete in testa un po’ de scenneraccio, / e ttienghi er paradiso ar tu’ commanno».
Echi analoghi nel sonetto del 1832 Er zanatoto ossii er giubbileo (“zanatoto” sta per sana-totum), o in un altro del 1846: La Tirnità de pilligrini.
Giunti all’alba del Novecento, ci soffermiamo su Giovanni Pascoli (San Mauro 1855 – Bologna 1912), che al Giubileo del 1900 dedicò La Porta Santa. In questa poesia egli implora il papa di non murare la Porta, di lasciarla spalancata, pena l’isolamento dell’umanità. Vi è in queste righe l’idea di un cristianesimo che rischia di languire se non si rinnova: «Non ci lasciar nell’atrio / del viver nostro, avanti / la Porta chiusa, erranti / come vane parole; // ad aspettar che l’ultima / gelida e fosca aurora / chiuda alle genti ancora / la gran porta del Sole; // quando la Terra nera / girerà vuota, e ch’era / Terra, s’ignorerà». Allo stesso Anno Giubilare arrivò anche lo scrittore irlandese Oscar Wilde (1854-1900), che poeticamente descrisse il papa visto da vicino («non era né carne né sangue, ma un’anima candida vestita di bianco»). Venticinque anni dopo giunse a Roma Max Jacob (1876-1944), poeta francese che dedicò alla ricorrenza giubilare alcune liriche. Nel 1950 vennero ricevuti da Pio XII due poeti pellegrini: Paul Claudel, che prima di partire aveva annotato «non sono capace di camminare, ma sono ancora capace di mettermi in ginocchio», e il drammaturgo britannico Graham Green (1904-1991), che dopo l’udienza pontificia annotò: «Ne conserverò il ricordo fino alla morte».
All’inizio di quel 1950, non ancora noto, esiliato dal suo Friuli, si trasferì a Roma Pier Paolo Pasolini (1922-1975), che subito abbozzò un romanzo titolato Giubileo, autobiografico, con il protagonista alla scoperta di Roma durante l’Anno Santo. Un quarto di secolo dopo, l’ormai apprezzato intellettuale riflette sui dilemmi di Paolo VI circa il rapporto fra Chiesa e mondo moderno, attendendo risposte dal papa, consapevole di poterle ricevere «magari attraverso le illusioni che non potrà non dare l’Anno Santo». Consumate tutte le sue più diverse peregrinazioni nella città eterna, Pasolini viene ammazzato in questo Anno Santo 1975. David Maria Turoldo (1916-1992), membro dell’Ordine dei Servi di Maria nonché insigne teologo e fine poeta, celebrandone i funerali religiosi a Casarsa in Friuli, rivolto alla madre Susanna Colussi, affermò: «C’è troppa violenza su Roma. […] E le messe in piazza San Pietro servono a poco, né convincono molti a credere che sia questo davvero un Anno Santo».
Siamo così giunti alla fine del nostro viaggio. Per scelta abbiamo escluso dalla nostra galleria autori viventi. Fra gli ultimi che se ne sono andati, la citazione finale è per Valentino Zeichen (1938-2016), all’anagrafe Giuseppe Mario Zeichen, scrittore e poeta italiano seppur di origini croate, dalla conclusione del suo componimento L’Ateo al Giubileo: «A Roma, per il Giubileo / ci sarà misericordia; / gli uffici dello spirito / sono le molte chiese / di svariati ordini e stili, / a cui raccomandare l’anima; / è sufficiente affrancarla / con l’effigie di qualche santo / sul francobollo, per esser certi / che la destinino al cielo».
Al di là delle diverse sensibilità espressive con cui, in questi ultimi resoconti mensili, abbiamo cercato di riportare il modo di vivere il Giubileo da parte di uomini e donne più o meno noti, rimane la consapevolezza del fatto che, da sempre, questo evento è fondamentalmente un tempo di speranza. È anche vero però che la speranza può nascere solo da un cuore riconciliato, da un cuore che ha perdonato, che ha sanato le ferite. Non c’è speranza nell’orgoglioso, non c’è speranza in chi odia, non c’è speranza in chi dimentica il suo essere figlio. Solo chi ama la vita spera, e chi spera ha sete di bellezza. E la bellezza è il volto di Dio perché è il volto dell’amore. Con tale consapevolezza, cerchiamo di vivere al meglio i mesi giubilari che ancora ci attendono.
Giuseppe Carozza



