Riflessioni a seguito dell’aggiornamento del clero

Una liturgia per la vita?

All’indomani dell’aggiornamento del clero tenuto da don Mario Castellano[1], i sacerdoti hanno formulato in stile sinodale il tema che sarà al centro del prossimo anno pastorale. In linea con la lettera apostolica Desiderio desideravi sulla formazione liturgica del popolo di Dio saremo chiamati a riscoprire la bellezza e la verità del celebrare cristiano. Questo cammino non consiste nella ricerca di un estetismo rituale che si compiace nella cura della formalità esteriore[2], ma deve condurre allo stupore per il mistero pasquale. Lo stupore è la meraviglia per il fatto che la salvezza rivelata nella Pasqua ci raggiunge efficacemente nella celebrazione dei sacramenti. Lo stupore è ciò che nasce dall’incontro con il Risorto, vivo e presente in mezzo a noi.

Don Mario Castellano nel suo intervento ha ritenuto necessario partire da una costatazione: «Oggi si corre il rischio, da parte di molti, di vivere le celebrazioni liturgiche come tempi sacri, ma totalmente sganciati dalla loro esperienza vitale. I ritmi della vita si snodano in un clima totalmente profano ed estraneo al rapporto con Cristo, impregnati di una mentalità prevalentemente individuale e soggettivistica».
Davanti al cambiamento d’epoca che stiamo vivendo, la domanda fondamentale è diventata proprio questa: quale aggancio con la vita e con l’attualità hanno le nostre celebrazioni? Sono liturgie per la vita dei nostri cristiani?

Già con la promulgazione della costituzione Sacrosantum Concilium nel ‘63 (l’anno prossimo saranno trascorsi sessant’anni) il Concilio Vaticano II si poneva l’obiettivo di recuperare la capacità di vivere in pienezza la liturgia:

«Perciò la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano formati dalla parola di Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino ad offrire se stessi, e di giorno in giorno, per la mediazione di Cristo, siano perfezionati nell’unità con Dio e tra di loro , di modo che Dio sia finalmente tutto in tutti» (Sacrosantum Concilium n.48).

Ora, non si tratta di ripensare la riforma liturgica che è “irreversibile”, come già ha affermato papa Francesco. Si tratta di verificare se la nostra prassi celebrativa sia rispettosa dei criteri che l’hanno ispirata e se non scoraggi la partecipazione di molti battezzati invece di alimentare un’esperienza trasfigurante di Chiesa.

Se il contenuto proprio della celebrazione liturgica è “il mistero di Dio rivelatosi in Gesù e donatosi nella Pasqua”, comprendiamo che si tratta di una realtà in sé difficilmente esprimibile solo concettualmente. Il linguaggio logico-razionale non è in grado di provocare, né di sostenere un’esperienza di Dio. Il linguaggio proprio della liturgia è il linguaggio simbolico, che ha la pretesa di esprimere l’indicibile. Ricorrere a questo linguaggio senza conoscerne le regole significa rischiare di stravolgere il senso del messaggio che s’intende comunicare.[3]

Non appare dunque scontato sottolineare alcuni “punti deboli” delle nostre celebrazioni eucaristiche, non per il semplice gusto della critica, ma per ribadire la necessità di una seria e vitale formazione liturgica dell’intera assemblea celebrante. L’apatia, la passività e l’abitudine (tarlo dell’amore a Dio) portano a pronunciare parole e a porre gesti in modo meccanico, frettoloso, svuotando di significato il rito, ridotto a un mero adempimento di precetto. La paralisi del “si è sempre fatto così” vanifica l’esistenza di quegli spazi che possono essere adattati all’assemblea concreta. Oppure, all’altro estremo, la creatività sovversiva e autoreferenziale non rispetta il rito e i fedeli presenti, trasformando la celebrazione in un palcoscenico. Possiamo pensare che simili celebrazioni possano essere una sorgente da cui attingere la grazia? Come queste liturgie possono entrare nel nostro vissuto quotidiano toccando le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce?

Un apporto fondamentale per il superamento della dicotomia tra liturgia e vita ci viene da P. Magrassi:          
«Se la liturgia è ridotta alla sua dimensione cultuale e privata del suo slancio missionario e se – d’altra parte – la pastorale è ridotta a una tecnica che elabora per via empirica i suoi principi, tutta occupata nelle sue iniziative concrete, allora è chiaro che nessun punto di contatto è possibile. Ma le cose non stanno così»[4].
La pastorale è l’attività mediatrice con cui la Chiesa conduce gli uomini a Cristo; ora, lo spazio privilegiato in cui è possibile fare un’autentica e piena esperienza di Cristo è la celebrazione liturgica. La liturgia è “l’oggi della storia della salvezza”.
L’aver spogliato la liturgia della sua finalità missionaria ha comportato un allontanamento della stessa dalle vite degli uomini. Il rito stesso propone uno stile di missione: le parole «Andate in pace» alla fine di ogni celebrazione risuonano come un invio. Il Papa ci scuote quando dice che «non dovremmo avere nemmeno un attimo di riposo sapendo che ancora non tutti hanno ricevuto l’invito alla Cena o che altri lo hanno dimenticato o smarrito nei sentieri contorti della vita degli uomini».[5]

L’impegno non sarà quindi di rendere “più attrattive” le attuali liturgie, ma di restituire alla celebrazione il suo significato originale. Guardini sosteneva che era necessario recuperare il rapporto del visibile con l’invisibile, dove però il problema non era tanto l’invisibile, quanto la carenza del visibile. Comprendiamo quindi che non si può castrare il rito nel suo carattere squisitamente multisensoriale: i suoi gesti, le sue parole, la musica, i canti e il silenzio, i profumi e i colori, il tutto deve essere ben percepibile perché si possa rivivere l’esperienza concreta dell’evento pasquale. Evento che parla alla mia vita. Per lo stesso motivo non può mancare l’aspetto visibile della testimonianza dell’assemblea che celebra insieme al sacerdote, la quale non deve essere un filtro all’incontro con Cristo, ma una finestra sulla sua persona.

Gregory Pavone

 

[1] Direttore dell’ufficio liturgico nazionale da luglio 2020 a gennaio 2022.

[2] Desiderio Desideravi n.22

[3] Angelo Lameri, Segni e simboli riti e misteri. Dimensione comunicativa della liturgia, Paoline, Cinisello Balsamo (Mi) 2012, 68-69.

[4] M. Magrassi, Vivere la Liturgia, Edizioni La Scala, Noci (BA) 1978, p. 260

[5] Desiderio Desideravi n.5