Due testimoni che ci spronano alla santità

GIOVANNI PAOLO I QUASI BEATO DON TONINO BELLO VENERABILE

LA MEMORIA POPOLARE E L’ORIGINALITÀ DEI LORO CARISMI

Papa Luciani e Don Tonino Bello sono due personaggi del secolo appena trascorso rimasti particolarmente impressi nel cuore di noi vecchie generazioni: stampati, scolpiti indelebilmente.

Il primo il Papa del “Sorriso” e della Maternità di Dio, il secondo il vescovo della “Chiesa del grembiule”. Agli antipodi geografici (l’uno proveniente da un piccolo paese nel bellunese Canale d’Agordo, l’altro da un paese agricolo del Salento Alessano) a distanza di una sola generazione (1912-1935) furono accumunati, nel loro alto servizio sacerdotale, da un profondo spirito evangelico.

 

PROFILO DI PAPA LUCIANI

Giovanni Paolo I (per la prima volta nella millenaria storia della Chiesa Luciani scelse un doppio nome in ossequio ai due pontefici che lo avevano preceduto) in soli 33 giorni di pontificato entrò nel cuore della gente. E, per la sua profonda specialissima umanità, continua a toccare la sensibilità dei credenti ed anche dei cosiddetti lontani.

Papa Benedetto, in occasione del trentunesimo anniversario della sua morte il 29 settembre 1978, ben sintetizzò il suo carisma così contagioso: «l’umiltà può essere considerata il suo testamento spirituale». Non è certo casuale che dopo la morte nella Chiesa del suo paese natale viene collocata una statua artistica dell’umiltà.

Nelle sue uniche quattro udienze generali esordisce con l’umiltà: mi limito a raccomandare una virtù tanto cara al Signore che ha detto imparate da me che sono mite e umile di cuore, dobbiamo sentirci piccoli davanti a Dio…io non mi vergogno di sentirmi come un bambino davanti alla mamma.

Inedita e famosa la sua affermazione: Noi siamo oggetto da parte di Dio, di un amore intramontabile: Dio è papà, più ancora è madre. E con la fiducia e la tenerezza di un figlio verso la madre si rivolgeva al Signore nella preghiera: Signore, prendimi come sono, con i miei difetti, con le mie mancanze, ma fammi diventare come tu desideri.

Una umiltà radicale, bambina alla maniera evangelica che non si vergogna nemmeno di ammettere da Papa la povertà della sua famiglia di origine, riconoscendo che durante la guerra, ed anche dopo, ha patito la fame: «almeno sarò capace di capire i problemi di chi ha fame». E davvero li capì e, nella sua stagione episcopale, li affrontò anche direttamente.

Negli anni di Vittorio Veneto, nonostante una grave situazione finanziaria della diocesi, non solo, su richiesta, inviò in Burundi tre sacerdoti missionari Fidei donum, ma vi si recò lui stesso in visita pastorale. Qui anticipando la disposizione del Concilio Vaticano II, permise di celebrare la messa non in lingua latina, ma nell’idioma locale, il Kirundi, che cercò di imparare anche lui.

Giovanni Paolo I fu, perciò, senz’altro pastore mite, umile, ma anche innovativo e determinato, non certo buonista, come una miniserie televisiva lo ha etichettato.

Non si può dimenticare da Patriarca di Venezia la sua lotta aperta in occasione del referendum del 1974 contro l’istituzione del divorzio e la chiusura, che impose, della FUCI veneta schierata con altre associazioni a favore del divorzio.

Quanti cattolici con esse! E quanti cattolici, col senno di poi, si sono amaramente pentiti!

La sua radicalità evangelica si univa ad altrettanta originalità.

Preferiva sempre il contatto diretto alla mediazione scritta. Basti pensare che, nonostante fosse sacerdote di profonda cultura, da grande catechista che era, di lui abbiamo un solo scritto, pubblicato in sei edizioni italiane e una in spagnolo, prima che diventasse vescovo: Catechista in briciole.

Caratteristiche dominanti che ritroviamo, espresse diversamente nell’altro grande candidato alla beatificazione: Don Tonino Bello.

 

PROFILO DI DON TONINO BELLO

La Chiesa del Grembiule da lui coniata e da lui fino in fondo vissuta può apparire, a qualche sacerdote, diminutiva rispetto alla solennità dell’altare e alla dignità dell’autorità episcopale. Ma Don Tonino, come preferiva farsi chiamare, anche da vescovo indossa il grembiule per fedeltà totale al Vangelo.

Forse Gesù nel cenacolo istituendo l’Eucarestia, «non prende un panno e se ne cinge» per lavare i piedi ai neo eletti sacerdoti, raccomandando loro di imitare lui Signore e Maestro? (Gv.13, 4 e s.s.)

Nel suo primo messaggio inviato alla nuova Circoscrizione Ecclesiastica Pugliese delle unificate diocesi di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi, si coglie tutto il suo appassionato impegno di viandante sacerdotale:  cingendosi anche lui di grembiule, si «china sugli ultimi» che incontra per lavare loro i piedi stanchi e rimetterli in cammino Il Signore mi ha mandato in mezzo a voi perché mi metta a camminare alla Sua Sequela, cadenzando il mio passo col vostro. Sulla via ci aiuteremo a vicenda. Spartiremo il pane e la tenda. Anzi, faremo in modo che la nostra tenda e il nostro pane siano disponibili per quanti, dispersi o sbandati, incontreremo nel viaggio, anche chi, pur non condividendo le nostre speranze cristiane, sperimenta come noi la durezza della strada e si impegna perché la sua vita e quella degli altri sia più degna dell’uomo. Ma non è già questa una speranza cristiana?

Vero manifesto programmatico delle sue iniziative e prassi pastorali.

La strada era la sua Cattedrale a Ciclo aperto dove, girando con la sua vecchia cinquecento o addirittura con la bicicletta, incontrava i barboni diventando loro amico o raccogliendo i tossicodipendenti nella sua casa di accoglienza.

Lui raffinato e poetico scrittore, persino al latino fece indossare il grembiule: durante l’ospitalità di un’intera famiglia di rifugiati nel suo episcopio, parlava in latino con la signora insegnate per comunicare. Storico Presidente di PaxChristi (il movimento cattolico internazionale per la pace) continui furono i suoi interventi contro gli armamenti e, con grande mobilitazione, di partecipanti, contro i rafforzamenti di poli militari di Crotone e Gioia del Colle. Già operato di tumore, celebre è rimasta la marcia a piedi su Sarajevo assediata dai serbi durante la guerra civile. Terziario francescano non era solo vescovo di azione, ma anche di preghiera e profeta di speranza cristiana che seminava a piene mani intorno a lui.

«Coraggio non temere» era il suo motto. Alle paure opponeva l’antidoto: «il Vangelo dell’Antipaura». Con il quale seppe vincere, annientato dal male, anche le sofferenze del tumore che a soli 58 anni (nell’aprile del 1993 a Molfetta) lo portò alla morte serenamente perché «Cristo soffre con me». Don Tonino grazie della tua grande eredità cristiana: sei stato sempre “Bello” anche nella dolorosa e precoce morte.

 

RISPETTIVE CAUSE DI BEATIFICAZIONE

L’iter procedurale di tutti i processi di Beatificazione è lungo e complesso. Quello di Papa Luciani iniziato nella sessione diocesana nel 2003, è approdato nel 2017 alla proclamazione di venerabilità.

Nel 2021 Papa Francesco ha riconosciuto il miracolo della bambina di Buenos Aires quasi moribonda avvenuto per intercessione di Giovanni Paolo I. Il prossimo 4 settembre di quest’anno Papa Francesco lo proclamerà Beato.

Don Tonino Bello, invece, solo di recente (novembre 2021) è diventato venerabile e mentre continua il processo di beatificazione, si aspetta il miracolo che sancirà la sua salita alla gloria degli altari.

Rosalba Iacobucci