
Se c’è un aspetto della formazione spirituale (ma non solo di essa) di tante comunità ecclesiali locali che, a nostro parere, andrebbe non solo valorizzato ma, sotto certi aspetti, rimesso al primo posto nel loro itinerario di crescita, questo dovrebbe essere sicuramente costituito da un approccio meno episo-dico e, possibilmente, anche più consapevole dal punto di vista culturale nei confronti del patrimonio scritturistico. Pur con tutti gli innegabili e, perché no, anche meritori sforzi compiuti dai responsabili delle nostre parrocchie nel rendere almeno il testo dei Vangeli un po’ meno ostico al sempre più ormai, purtroppo, sparuto gruppo di fedeli che continuano ancora, almeno la domenica, a mantenere vivo il senso della partecipazione all’Eucaristia settimanale, si ha tuttavia la sensazione, sempre più diffusa, di una conoscenza oltremodo nebulosa e superficiale – per non parlare in termini di vera e propria “igno-ranza” – di quel patrimonio culturale e narrativo che è alla base stessa della nostra fede.
Talora l’unico approccio caratterizzato da una certa familiarità con i testi biblici si ha durante gli anni del catechismo adolescenziale o, tutt’al più, in occasione dei periodi di preparazione ai sacramenti come la cresima o (anche in questo caso, ahimè, con sempre minore frequenza) il matrimonio. Per il resto, riconosciamolo con amarezza, regna il buio più assoluto, salvando forse lo spazio dell’omelia domenicale da tanti, però, vissuta senza quella gioia interiore che dovrebbe derivare dal fare propria una “buona notizia” in grado di dare luce alle nostre azioni per la nuova settimana che si apre.
D’altro canto, quante volte la stessa proclamazione delle prime due letture della liturgia della Parola (quelle affidate, per intenderci, per lo più a quei pochi laici, anche in questo caso, sempre meno disponibili ad un incarico pure così importante…) è svolta senza quella necessaria competenza non solo a livello espositivo ma, spesso e volentieri, snaturando persino la nomenclatura di personaggi e di località ben altrimenti resi famosi dalla penna degli evangelisti. Ora, è chiaro che non si pretende di essere tutti degli esegeti né, tanto meno, di avere delle acclarate competenze accademiche, ma è pur necessario che si torni ad avere, nei confronti della Parola, quell’atteggiamento di sacralità e di rispetto che possa rendere il singolo credente capace di trarne fuori quella ricchezza di contenuti in grado di dare un senso di maggiore credibilità al proprio cammino di fede e al proprio sforzo quotidiano di testimonianza.
Perché allora, a questo scopo, non organizzare all’interno delle nostre parrocchie, magari mettendo insieme le forze anche tra diverse foranie, degli incontri finalizzati a un confronto più periodico e consapevole con i testi biblici? Momenti formativi non necessariamente guidati da soli sacerdoti ma, perché no, anche da figure certamente competenti in ambito biblico che possano loro affiancarsi in un’opera di estrema validità a livello di evangelizzazione e di servizio fraterno.
È del resto sotto gli occhi di tutti come non solo i credenti molisani ma gli italiani in generale non abbiano molta confidenza con la Bibbia, per varie ragioni anche storiche, e lo confermano tante indagini. È proprio per questo, dunque, che ci sarebbe un gran bisogno di attrezzarsi un po’ per affrontare un testo che ha più di duemila anni e che è stato scritto in circostanze storiche precise e in un contesto culturale molto distante dal nostro. Già questa osservazione dovrebbe suggerirci che non possiamo e non dobbiamo cercarvi una risposta alle nostre domande in modo ingenuo, dato che la Bibbia non è (non in modo immediato almeno) un codice morale e nemmeno un prontuario di soluzioni “prêt-à-porter” o una raccolta di “slogan spirituali”.
Semplificando un po’, è la storia di Dio con un popolo, Israele, e, in Gesù, con tutta l’umanità: un Dio che vuole comunicarsi e parla agli uomini come ad amici invitandoli alla comunicazione con Sé (cf. Dei verbum, n. 2). Trattandosi in gran parte di racconto, bisogna poi lasciarsi coinvolgere dalle domande e dai percorsi che la Bibbia disegna: si tratta, insomma, di entrare in un mondo diverso e, frequentandolo con assiduità, a poco a poco prenderemo confidenza e ne apprezzeremo i tesori spirituali capaci di parlarci, magari spiazzandoci.
Di recente, un grande biblista, il belga Jean Louis Ska, ha dichiarato in un’intervista che le pagine della Bibbia contengono «un bel numero di domande essenziali che il popolo d’Israele prima e poi le prime comunità cristiane si sono poste nelle diverse circostanze della loro storia». Dunque, «non abbiamo soluzioni, abbiamo percorsi di vita che siamo invitati a rifare in compagnia dei grandi personaggi biblici, in situazioni analoghe». È un po’ come imbarcarsi in un’avventura: facendo il percorso, si troveranno luci anche inaspettate.
I testi biblici, del resto, lo si diceva già in precedenza, sono nati in un contesto e sono stati scritti in determinate circostanze: occorre dunque conoscerle un po’, ad esempio con delle introduzioni ai singoli libri, per mettersi nella postura di “ascolto” del testo e non imporgli subito le nostre idee e domande. E se alcune frasi si possono prestare a “riassumere” un messaggio biblico in modo conciso, molte altre hanno bisogno di una lettura più attenta al contesto. Meglio poi se, oltre a leggerla da soli, leggiamo la Bibbia insieme ad altri.
Sempre padre Ska, nell’intervista prima richiamata, spiegava che la narrazione biblica «è un’esperienza che può essere condivisa da ogni lettore, che rivive, a modo suo, l’esperienza descritta nel racconto». Ma il lettore «deve anche “spaesarsi”, deve lasciare il mondo della sua propria esperienza per entrare nel mondo delle esperienze altrui […]. È invitato a lasciar parlare il racconto, a scoprire nuovi paesaggi, nuovi territori dell’esperienza umana».
Poco a poco vi scopriremo il volto di un Dio che vi si rivela e ci spiazza, per così dire, perché «i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» (Isaia 55,8). In una tale prospettiva è pertanto augurabile che si assista, all’interno delle parrocchie della nostra diocesi, a una rinascita di interesse e di attenzione meno episodica verso la tradizione scritturistica, coinvolgendo in tale percorso un numero sempre maggiore di fedeli. Ne trarrebbe giovamento, ne siamo certi, la crescita dell’intera loro vita pastorale.
Giuseppe Carozza



