LA SFIDA DELL’EVANGELIZZAZIONE NELLE PARROCCHIE OGGI

MISSIONE È SOLO PARTIRE?

Come sentirsi missionari rimanendo “fermi” nella propria parrocchia

È ormai consuetudine, da decenni, nella vita della Chiesa universale, dedicare il mese di ottobre non solo alla devozione del Santo Rosario, ma anche a una sorta di sensibilizzazione collettiva verso il tema e la realtà delle missiones ad gentes, cioè verso i popoli ancora lontani dall’annuncio di Cristo.

All’interno dell’Anno giubilare, che stiamo vivendo ormai nella sua fase discendente e dedicato — come ormai noto — in maniera particolare a ravvivare la virtù della speranza, la riflessione sul carattere missionario della realtà ecclesiale appare evidente, tanto da non poter non trovare una sua precisa collocazione. Non solo sul piano delle iniziative temporali che continuano a scandirne il percorso, ma soprattutto come occasione di una riflessione — a nostro modesto avviso — sempre più necessaria sul senso stesso dell’essere missionari oggi, all’interno delle nostre realtà di appartenenza.

In tale prospettiva, è infatti di fondamentale importanza incanalare il carisma e il dono dell’annuncio cristiano avendo presente che, volenti o nolenti, ad aver bisogno di una rinnovata marturìa — ovvero testimonianza evangelica — non siano più soltanto le genti del cosiddetto “terzo mondo” (come si usava dire con enfasi oratoria alla fine del secolo scorso), ma proprio le nostre realtà parrocchiali. Forse anche quelle della nostra stessa diocesi (spero, evidentemente, di sbagliarmi in tale previsione), oggi alle prese con una crisi di identità senza precedenti circa il loro ruolo e la loro vocazione.

A questo proposito, mi tornano in mente alcune espressioni pronunciate lo scorso 5 ottobre da papa Leone XIV in piazza San Pietro, in occasione del Giubileo delle Missioni associato a quello dei Migranti. Credo sia opportuno riportarle nella loro interezza per la profondità e l’attualità del loro contenuto:

«Se per lungo tempo — afferma il Pontefice — alla missione abbiamo associato il “partire”, l’andare verso terre lontane che non avevano conosciuto il Vangelo o versavano in situazioni di povertà, oggi le frontiere della missione non sono più quelle geografiche, perché la povertà, la sofferenza e il desiderio di una speranza più grande sono loro a venire verso di noi. Ce lo testimonia — conclude Leone XIV — la storia di tanti nostri fratelli migranti».

Non è difficile cogliere in queste parole un cambiamento radicale dell’orizzonte dell’evangelizzazione. La missione, per mettersi in linea con i tempi moderni e le sue forme variegate di comunicazione, è oggi chiamata a tracciare nuove frontiere.

Il Papa, da un lato, chiede «una rinnovata cooperazione missionaria tra le Chiese per rendere il cristianesimo più aperto»; dall’altro, spiega che oggi non si tratta tanto di partire come i missionari del passato, ma di «restare per annunciare Cristo attraverso l’accoglienza, la compassione e la solidarietà», restare «senza rifugiarci nella comodità del nostro individualismo».

Ma, aggiungiamo modestamente noi, è fondamentale anche guardare in faccia, senza paura, i poveri, i fragili, i desiderosi di speranza che esistono (e come…) anche tra i vicoli delle nostre piccole comunità parrocchiali.

Fa davvero tanta tristezza — e lo diciamo senza alcuna venatura polemica né, tanto meno, con l’intento di accusare alcuno — constatare come stia venendo meno, sempre più, all’interno delle nostre realtà parrocchiali, quello spirito missionario così vivo fino a non molti decenni fa. Spirito che induceva numerose persone a incontrarsi, magari con il proprio parroco, per programmare un’attività di evangelizzazione o una semplice catechesi a beneficio di giovani, adulti o anche di coloro che, impossibilitati dalla malattia, non potevano recarsi in chiesa.

Si dirà: i preti sono sempre di meno e devono fare i salti mortali per assicurare un minimo di attività pastorale… È vero.  Ma è altrettanto innegabile che, talvolta, una certa pigrizia spirituale accompagni la missione religiosa di quei pastori d’anime che riducono l’annuncio della Parola e la pratica sacramentale a semplice “lavoro” da portare avanti — magari — come una pratica amministrativa.

Essere missionari nel vero senso della parola è anche questo:
“partire” restando, accorgendosi che un malato della propria comunità potrebbe desiderare una parola di conforto; rinunciare, magari, a una sagra estiva dal carattere unicamente godereccio — utile solo a far dimenticare (per qualche ora) la povertà di famiglie che, forse a pochi metri dalla parrocchia, non trovano il coraggio di chiedere aiuto.

Possono sembrare dure, queste osservazioni. Ma sono un modo per richiamarci alla responsabilità verso il bisogno altrui, che troppo spesso ignoriamo — per convenienza o perbenismo — fingendo che vada tutto bene.

D’altra parte, la missione evangelizzatrice della Chiesa — lo sappiamo — è un valore affermato fin dal Concilio Vaticano II come doveroso anche per il laicato. Certo, con cristiani impegnati e motivati, non con il primo venuto. Eppure, anche in questo campo, quanti pregiudizi ancora resistono! Dinanzi a credenti sinceramente disposti e ben formati, mossi dal solo desiderio dell’annuncio, non di rado si frappongono ostacoli: vengono dimenticati o addirittura emarginati nella loro volontà di servire il Regno e la Parola.

Alla luce di queste considerazioni — e di queste domande, forse un po’ provocatorie ma sincere — appare evidente come la vocazione missionaria della Chiesa e del singolo discepolo, consacrato o laico, conservi tutta la sua validità e il suo peso.

È fondamentale, dunque, che anche nel piccolo delle nostre parrocchie si ridesti questo spirito dell’annuncio, rimettendo al centro il tesoro più prezioso della nostra tradizione: il Vangelo.

È questo, infatti, l’unico e formidabile strumento capace di tenere unite le nostre comunità, anche attraverso la radicalità di alcune sue esigenze. È dal riconoscersi in esso che nasce la vera conversione di ciascuno e la gioia di annunciare anche a chi ci è prossimo quanto sia bello dirsi cristiani — e comunicarlo agli altri, pur con i nostri limiti e la nostra mancanza di coraggio.

Giuseppe Carozza