Cultura e territorio

LA DEVOZIONE MARIANA A MACCHIA VALFORTORE NEL MESE DI MAGGIO

Tra storia, tradizione e fede popolare, il culto mariano continua a rappresentare uno dei tratti più vivi dell’identità religiosa e culturale della comunità fortorina

Maggio, si sa, è il mese tradizionalmente dedicato alla Madonna. Non c’è infatti comunità parrocchiale, piccola o grande che sia, che non rinnovi in questo periodo dell’anno quel connubio, antico e pur sempre nuovo, con la memoria della Madre di Dio, il quale magari, per il resto del tempo, è probabilmente anche un po’ trascurato. Non fa eccezione, in tale contesto, la realtà parrocchiale di Macchia Valfortore che, da sempre, vive il mese mariano per eccellenza con singolare vitalità e devozione.

D’altra parte, il legame che unisce il piccolo centro fortorino a Maria non è certo un valore di poco conto e, soprattutto, di recente origine. Lo dimostra, ad esempio, la presenza all’interno delle proprie mura, ma pure al di fuori di esse, di siti votivi che, nella toponomastica popolare, vengono definiti genericamente con il termine di “cappelle”, ma che, nella loro singolarità, tendono a ricordare alla pietà religiosa degli abitanti alcuni dei più importanti e solenni misteri della vita terrena e celeste della Vergine. Giusto per riportare alla mente qualcuno dei suddetti edifici, si possono ricordare, ad esempio, le chiesette rurali innalzate in onore, rispettivamente, della Vergine degli Angeli e di Maria Assunta in cielo, che sorgono in aperta campagna, a quasi due chilometri di distanza dal centro abitato, e che vantano, alle loro spalle, vicende storiche di notevole portata già a partire dal XVI secolo.

È comunque nel centro cittadino che il mese mariano per antonomasia viene vissuto nella sua interezza, con la concomitante novena – va doverosamente ricordato – in preparazione alla festività del santo martire romano Bonifacio, compatrono del paese, da tradizione fissata al giorno 14 maggio. A tale riguardo, a fare da luogo di incontro per la preghiera comune è, più che la chiesa parrocchiale situata in piazza San Nicola, la cappella urbana intitolata a Maria Incoronata, situata lungo via Mazzini, nella zona, per così dire, ancora “viva” del paese, considerando che purtroppo le rimanenti strade risultano sempre meno abitate.

Secondo alcune testimonianze custodite nell’archivio parrocchiale e, ancora di più, sulla base dell’epigrafe dedicatoria dell’altare maggiore (composta poco dopo il 30 settembre 1723 durante l’episcopato del cardinale Vincenzo Orsini), ben visibile tuttora all’interno del sacro edificio, veniamo a conoscenza, in realtà, di una diversa intitolazione del tempio: a Santa Maria de balneo, espressione poi volgarizzata in Santa Maria “del Bagno”, con probabile riferimento al fatto che, in prossimità del luogo, vi fosse (come in realtà c’era) un rigagnolo d’acqua. Il successivo richiamo, con annesso cambio di dedica del tempio, alla Vergine Incoronata è probabilmente da collegare al diffondersi del culto in onore della Madonna Bruna venerata nel santuario di Capitanata, culto riferibile anche al diffondersi della pratica pastorale della transumanza.

Al di là di queste pur interessanti informazioni, c’è da dire che davvero la spiritualità mariana trova ancora, fra i fedeli di Macchia, una certa vitalità e continuità. Certo, sono soprattutto le persone “di una certa età” a rendere viva e a testimoniare questa forma di attaccamento alla devozione popolare che si manifesta, in particolare, soprattutto con la recita del santo Rosario. Una pia pratica devozionale, quest’ultima, che, se pare purtroppo sempre meno diffusa all’interno delle giovani generazioni, continua tuttavia a mantenere vivo non solo tutto il suo antico fascino ma, ancor di più, la sua fragranza e la sua vitalità in termini di vicinanza alla Vergine.

È noto, in proposito, come la parola “rosario” derivi da un’usanza medioevale che consisteva nel porre una corona di rose sulle statue di Maria; queste rose erano, evidentemente, simbolo delle preghiere “belle e profumate” a Lei rivolte. Così nacque l’idea di utilizzare una collana di grani (la corona, nell’accezione latina, ghirlanda di rose) per guidare la meditazione. Nel corso del XIII secolo, i monaci dell’Ordine cistercense elaborarono, a partire proprio da questa collana, una nuova preghiera che chiamarono appunto Rosario, dato che la comparavano a una corona di rose mistiche offerte alla Vergine.

Più nel dettaglio, all’origine di tale pratica vi sono, secondo gli studiosi, i 150 salmi che si recitavano nei monasteri. Ebbene, per ovviare alla difficoltà dei monaci conversi di imparare a memoria tutti i salmi (spesso erano privi di istruzione e a volte nemmeno sapevano leggere), un monaco irlandese suggerì di recitare, al posto dei salmi, 150 “Padre nostro”. La preghiera iniziò a essere utilizzata anche al di fuori dei centri religiosi. Per contare le preghiere i fedeli avevano vari metodi, tra cui quello di portare con sé 150 sassolini, ma ben presto si passò all’uso delle cordicelle con 50 o 150 nodi. Poco tempo dopo, come formula ripetitiva, si iniziò a utilizzare anche il Saluto dell’Angelo a Maria (noto anche come Angelus Domini), che costituiva allora la prima parte dell’Ave Maria.

La semplicità e, nello stesso tempo, la profondità teologica del Rosario e dei suoi misteri continuano a fare di questa preghiera una delle forme più diffuse e popolari di attaccamento, anche emotivo, alla Madre di Dio. Non è un caso, ad esempio, che fino a pochi decenni or sono fosse consuetudine, da parte delle famiglie di Macchia, riunirsi alternativamente ora in una casa ora in un’altra, non solo per recitare la benemerita preghiera davanti a una sua effige, ma anche per innalzare a Lei, dopo le famose litanie lauretane, uno dei tanti canti che da secoli accompagnano la devozione mariana.

Tra questi, chi non ricorda – anche in tal caso quasi a memoria – i ritornelli che si intercalavano all’esecuzione di inni come “Mira il tuo popolo” oppure “O Maria, quanto sei bella!”, che hanno, per così dire, segnato la nostra infanzia come tante piccole lezioni di catechismo spicciolo? Si comprende facilmente, pertanto, come la pratica devozionale del “mese di maggio” continui a rappresentare, per la comunità cristiana di Macchia Valfortore, un appuntamento imprescindibile non solo per rinnovare ancestrali forme di religiosità, ma anche per dare continuità a una tradizione, per certi aspetti, di natura culturale, dal momento che dietro ogni pratica religiosa tramandata nel tempo si nasconde, a ben vedere, la radice più fulgida e genuina della propria storia e del proprio passato.

Se poi questa storia e questo passato sono contrassegnati dall’amore costante verso Maria, tutto diventa più bello: anche spendere, magari, una mezz’ora del proprio tempo quotidiano in ginocchio e in orazione davanti a una sua icona, consapevoli di aver vissuto un’esperienza di vero attaccamento e di sicura amicizia nei confronti di Colei che, come recita il Prefazio della solennità dell’Assunzione, appare per tutti noi quale “segno di sicura speranza”.

di Giuseppe Carozza