Non ci aggiungiamo al mantra secondo cui si combatte tra chi tratta sui dazi e chi reagisce con altri dazi, Stato per Stato o uniti in Europa. È il mantra dei soliti media allineati, appiattiti ed eterodiretti a cui siamo abituati e che denunciamo da tempo.
Ci interessa analizzare prima di tutto gli effetti della globalizzazione che i dazi di Trump sembrano combattere. Davvero negli ultimi decenni è stato utile e produttivo azzerare i confini commerciali e produttivi? E davvero sono stati annullati? Da tutti e con tutti?
Il primo effetto positivo della facile esportazione e importazione di merci e servizi è indubbiamente una disponibilità di manufatti e utilità a basso costo, che ci permette, nel mondo occidentale garantista delle migliori condizioni di lavoro, di acquistare ciò che in altre realtà viene offerto a prezzi resi possibili dallo sfruttamento di manodopera che sarebbe impossibile entro i nostri confini.
Il secondo vantaggio è dato dalla possibilità di esportare su scala mondiale merci che prima viaggiavano faticosamente entro limiti e dimensioni ridotti. È il caso del vino, che parte in milioni di bottiglie per Usa, Europa, Cina, assicurando vendite di portata inconcepibile soltanto pochi decenni fa.
Ma è oro quello che luccica?
Diminuiscono le possibilità di controllo della qualità e parallelamente si ingrossa il sistema della regolamentazione nei paesi che, come quelli europei, sono sensibili al problema, mentre si trascura l’oggettiva ignoranza dello stesso da parte di grandi Stati come la Cina, per esempio.
E il guadagno facile assicurato dalla frequentazione di un mercato enorme, quasi spropositato, non solo si concentra nelle mani di pochi, ma impedisce anche ai piccoli di riemergere. Addirittura la globalizzazione favorisce, oltre ogni dubbio, fenomeni di concentrazione finanziaria che si spingono a condizionare gli eventi, guerre soprattutto, che garantiscono la conservazione e l’incremento dei privilegi e dei capitali.
L’ultima occasione del Covid ha testimoniato, per le penne ancora libere, come la paura e la regola possano favorire manovre diffuse, tendenti a una inconsapevole accettazione di ogni comportamento, anche irragionevole. Al punto da sostenere con una campagna mediatica l’idea che la stragrande maggioranza degli scienziati condividano e suggeriscano la linea imposta dall’autorità statale. Fino ad evitare le autopsie nei casi di morti da vaccino. Ma qui ci incammineremmo su un versante pericoloso e fuorviante.
Veniamo dunque ai dazi imposti o minacciati da Trump. Siamo convinti che in una situazione normale i prodotti di qualità non dovrebbero temere, in quanto il mercato li promuoverebbe comunque. Semplicemente costerebbero di più fuori dei confini europei, per fare un esempio. O svelerebbero che fortune costruite su un facile percorso di merci non meritevoli sarebbero rimesse in discussione. E sappiamo che le stesse fortune si concentrano nelle mani di pochi senza alimentare un vero progresso occupazionale.
Quanto alla richiesta di Trump di esportare negli Stati Uniti le produzioni, non appare verosimile, e se lo è, non è molto diverso questo contesto dal trasferimento di lavorazioni e maestranze in paesi dell’Europa che la favoriscono per una tassazione ridotta e per salari inferiori alla media continentale.
C’è poi il dibattito anche noioso sul fatto che con l’amministrazione americana si debba trattare o meno o comunque farlo da Europa unita o da entità nazionale. Questa pretesa è priva di senso se si considera soltanto quanto appena ricordato sulle differenze sostanziali di tassazione e condizioni di lavoro nei paesi che governa Bruxelles. Infatti, il vero problema, rispetto a questo e alla guerra stessa in Ucraina, è che il processo di integrazione e federazione europea è incompiuto e per questo paralizzato.
Ultimo punto da affrontare è se convenga o meno non rispondere con altri dazi. La risposta è che non conviene, per una serie di motivi. I primi a pagarne le conseguenze sarebbero i comuni cittadini, lavoratori dipendenti, che non producono ma consumano spendendo di più con merci americane gravate di tasse. L’obiezione poi del tipo “occhio per occhio, dente per dente” è miope perché effettivamente, già senza Trump, le nostre imprese e i nostri lavoratori in certi settori ricevono danni dalla politica green di Bruxelles, convinta che i comportamenti teoricamente virtuosi e probabilmente solo folli di un decimo della popolazione mondiale influiscano agendo da freno al cambiamento climatico.
Trump infatti non lamenta solo una pretesa tassazione ingiusta da parte di noi europei, ma anche una più sostanziale barriera non tariffaria, determinata proprio dalle disposizioni green applicate ai prodotti americani.
Quanto abbiamo detto, che non conviene creare allarme o alzare controdazi, trova conferma nell’ultima decisione di Trump: sospensione per 90 giorni e avvio di trattative con i singoli paesi europei.
Roberto Sacchetti



