
Il tema della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani di quest’anno è stato “Credi tu questo?” ispirato al brano del Vangelo di Giovanni in cui Gesù rivolge a Marta queste parole prima della resurrezione del fratello Lazzaro. Anche a noi oggi viene richiesto: “Credi tu questo?” Quest’anno ricorre il 1.700° anniversario del Primo Concilio Ecumenico di Nicea e la settimana di preghiera dal 18 al 25 gennaio scorsi ha offerto un’occasione unica per riflettere e celebrare la fede comune dei cristiani, così come si espresse nel Credo formulato proprio in quel Concilio del 325 d.C. E’ stata un’occasione per attingere a tale eredità comune e ad approfondire la fede che unisce tutti i cristiani. Ci siamo interrogati profondamente sulla nostra fede: in cosa davvero crediamo?
Credere in Cristo nella sua morte e Resurrezione è al centro della nostra fede. Egli è il Vivente e chi crede in Lui avrà la vita per sempre al di là delle differenti liturgie.
Questo ci unisce: la fede in Gesù Cristo Signore della vita. Si sente il bisogno di annunciare Cristo insieme e questo al momento può, ed è un punto importante di partenza per essere uniti.
Il 20 gennaio scorso, serata di apertura nella chiesa Valdese il nostro Vescovo ha commentato il Vangelo di Giovanni al capitolo 20, riguardante l’episodio di Tommaso, l’apostolo definito incredulo, che per credere deve mettere le sue dita nel costato e nelle piaghe di Cristo:
“La fede è una proposta costante che Dio fa a tutta l’umanità e Tommaso è il segno di una persona alla quale è stata fatta una proposta di fede profonda. In lui possiamo cogliere il cammino che ha fatto dall’incredulità alla fede. Era uno dei dodici, ha vissuto con Gesù, lo ha conosciuto, lo ha visto, ha camminato insieme a Lui. Allora, perché Tommaso non crede? Qual è l’errore o la poca fede di Tommaso? L’errore di fondo è il non fidarsi della comunità, che gli riferisce di aver visto il Signore. Questo lo porterà a perdere il senso delle cose, e si disorienta. Ma il Signore Gesù aveva promesso che sarebbe ritornato nella comunità, in mezzo agli uomini ed è lì che Tommaso dovrà imparare a riconoscerlo. Anche noi dobbiamo imparare a riconoscere Gesù nelle nostre comunità e nella grande comunità che è il mondo e c’è bisogno di fare esperienza del Signore Risorto. Tommaso si era fermato alla sola esperienza dell’uomo Gesù che era stato messo sulla croce ed era morto, per questo è smarrito. Gli mancava di fare l’incontro del Cristo risorto. Il toccare e il vedere Gesù allora era andare oltre, con una vista interiore per vedere con il cuore che Gesù era il Messia venuto tra gli uomini. Conosceva il passato di Gesù e aveva elementi teorici, ma non aveva fatto esperienza di Lui risorto e il contesto per sperimentare la presenza di Gesù risorto sarà ed è la comunità. Per noi è lo stesso e la gente che ci circonda deve vedere che noi facciamo esperienza del Signore risorto.”
Il fare esperienza di Gesù Cristo quindi porterà Tommaso alla sua straordinaria professione di fede: “Mio Signore e mio Dio!”. Senza l’esperienza tutto rimane teorico. E questo dobbiamo saper comunicare: uniti, testimoniare che Gesù è in mezzo a noi.
Travolgente poi la celebrazione ecumenica del 23 gennaio scorso. Molta la partecipazione del popolo di Dio nella cattedrale intorno al simbolo della fede per eccellenza: la Luce di Cristo. Hanno partecipato membri della chiesa cattolica, della chiesa ortodossa, della chiesa valdese e della chiesa pentecostale della riconciliazione. Dal fondo della chiesa, abbiamo seguito quattro rappresentanti delle chiese che portavano all’altare 4 grosse candele percorrendo la navata centrale in segno del comune cammino verso Cristo, luce del mondo, con l’interrogativo che riecheggiava: “credi tu questo?” Ognuno di noi ha potuto rivolgersi al fratello senza guardare alle differenze dicendogli: “Tu sei la luce di Cristo!”
Abbiamo ascoltato dal profeta Geremia una promessa di benedizione e di futuro da parte di Dio come ci ha detto nel suo sermone il Pastore Anziani, Presidente delle Chiese Metodiste in Italia: “Sappiamo che il ministero di Geremia è stato portato avanti in uno dei momenti più drammatici della storia di Israele: annunciare la Parola di Dio nel tempo complicato della deportazione, il tempo del giudizio di Dio in cui Israele deve vivere e pregare per il bene della città che è Babilonia, non Gerusalemme. E noi, come agiamo per il bene della nostra città? Il Signore promette un futuro di bene e la chiesa riceve una promessa di benedizione rimanendo ancorati alla sua volontà. Gesù ha detto: “Voi siete nel mondo ma fatevi coraggio perché io ho vinto il mondo”. Gv 16,33. E quello che chiede Dio alla sua chiesa nel tempo della deportazione di allora e del tempo di incertezza e del disinteresse di oggi è: ascolta, credi, ama.
I credenti non devono interrogarsi su che cosa fare nel mondo ma su come “essere” davanti a Dio. La postura dei credenti è quella dei figli e figlie che amano Lui e lo ascoltano, e ubbidiscono alla sua volontà. Questo è il fondamento del nostro cammino di fede: credere in Dio, amare Dio nella complessità del nostro essere e continuare ad aspettarlo, ponendolo a fondamento della nostra esistenza avendo la sua volontà davanti agli occhi, davanti alla propria casa, sugli stipiti delle nostre case, impegnandoci a raccontare di Lui alle nuove generazioni. Dobbiamo essere profeti come Geremia anche nel tempo della sventura. Ma per fare questo abbiamo bisogno gli uni degli altri nel tempo degli isolamenti e dei conflitti.
Perché l’Ecumenismo allora? Perché nessuno si salverà da solo! Perché non vogliamo essere come il mondo che alza ponti, chiude strade, costruisce muri e fa finta di fare la pace, una pace a tempo, tra una guerra e l’altra, senza costruire segni concreti di riconciliazione.
Noi non vogliamo essere come il mondo che chiude alla diversità lo spazio della vita, della riconciliazione.”
Avanti allora senza paura, nell’unità, pur diversi perché insieme in Gesù Cristo nostro Signore potremo vincere il mondo. Il Pastore Ciccaglione della chiesa della Riconciliazione ha commentato sulla lettera agli Efesini: “Comportatevi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza”. (Ef. 4,1-3) “Comportarsi in maniera degna della chiamata ricevuta è la coerenza che dobbiamo avere tra quello che diciamo e quello che viviamo. Bisogna camminare con umiltà, con pazienza, con quelle qualità che creano armonia nel corpo. Umanamente è impossibile camminare così e l’unità si ottiene con l’opera sola dello Spirito Santo e non altro. La coerenza in mezzo alle difficoltà diventa così una testimonianza per gli altri.
L’unità vera di cui parla San Paolo si trova solo in Gesù, e non si basa su riti esteriori ma sulla fede condivisa in Cristo. Il suo amore allora è indispensabile per costruire e mantenere l’unità tra noi e con la preghiera riceveremo la sua umiltà per ricucire relazioni. Non un amore umano, forzato. Siamo chiamati ad una fattiva collaborazione di amore uniti nella fede come Dio comanda perché lo Spirito agisce secondo la sua natura divina che è relazione, bontà, amore. è necessario accogliere allora gli input che vengono dallo Spirito, il suo amore, la sua gentilezza perché Solo Lui produce il frutto delle cose, e questo non significa uniformarsi.
L’Unità non è uniformità. Dio ci ama personalmente, ci ha chiamati e ci ha colmati di talenti e siamo un dono gli uni degli altri con i nostri doni. Unità allora nella diversità”. Come ci ha ripetuto costantemente anche Papa Francesco.
A conclusione della settimana ecumenica ci siam chiesti: se nella prima chiesa apostolica i credenti erano un cuore solo e un’anima sola è ancora possibile oggi il sogno dell’unità? Possiamo ancora camminare così come i primi cristiani? E’ possibile riconoscere in ciascuno un fratello o una sorella? Solo percorrendo la strada della Luce di Cristo risorto apparirà chiaro il nostro percorrere insieme e insieme ce la faremo a rendere una chiesa, santa, cattolica e apostolica pronta per il Ritorno dello Sposo.
Carmela Venditti



