
Con l’elezione di Papa Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost, in molti, una volta saputa la sua appartenenza all’ordine agostiniano, hanno spolverato celebri citazioni e ripreso in mano le opere del grande Padre e Dottore della Chiesa, Aurelio Agostino, nato a Tagaste nel 354 e morto ad Ippona nel 430. Tra i suoi scritti, il libro della Confessioni resta quello più tradotto, letto e conosciuto nel mondo. È un testo molto amato proprio perché in esso Agostino rivela che la ricerca di Dio implica la ricerca di se stessi e, secondo il filosofo di Tagaste, chi cerca Dio non manca di alcun bene.
Al contrario, riconosce che a chi è privo di Dio manca tutto perché non ha la pace. L’Umanità ha bisogno sempre più di capire il senso dell’esistere, per prendersene cura e non cadere nella rete mortale dell’avidità senza fondo.
Agostino è conquistato dal Cristo che propone agli uomini di scegliere la parte migliore e indica loro qual è il vero tesoro per cui vale la pena lasciar perdere tutto il resto. Sappiamo, inoltre, che «Interiorità» in sant’Agostino è sinonimo di «Sorgente» e questo ci spinge a cercare il nostro vero sé, nell’armonia somma con quell’intimo desiderio di Dio che ci porta al di là di noi stessi. È un’esperienza da rischiare, come un tuffo nell’oltre, che, di propria mano, firma in noi un’altra parola, altrettanto cara ad Agostino ed è “felicità”. Ecco come argomenta il teologo d’Ippona, la questione riguardante la felicità: “Lontano, Signore, lontano dal cuore del tuo servo che si confessa a te, lontano il pensiero che qualsiasi godimento possa rendermi felice. C’è un godimento che non è concesso agli empi, ma a coloro che ti servono per puro amore, e il loro godimento sei tu stesso. E questa è la felicità, godere per te, di te, a causa di te; fuori di questa non ve n’è altra” (Conf. X, 22-32).
L’intuizione di Agostino filtra la certezza incrollabile del mistero dell’Incarnazione e la trasforma in monito: “Dal momento che Dio si è degnato di abbassarsi per gli uomini, facciamo in modo che l’uomo possa ascendere a Dio”. In che modo possiamo ascendere a Dio?
Il Cristianesimo si fa strada nella storia proclamando che solo attraverso Gesù si raggiunge il Padre, facendo, di fatto, unico riferimento alle parole che il Maestro rivolge ai discepoli: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Agostino predilige questa sintesi: “Cercando te, Dio mio, io cerco la felicità della vita. Ti cercherò perché l’anima mia viva”. In questa certezza è racchiusa la dottrina agostiniana della felicità. Tutta la natura umana è orientata alla felicità, è chiamata alla felicità. Esiste un’aspirazione universale ad essere felici, ma non tutte le strade conducono ad essa. Cercando si dà voce a ciò che risiede nel cuore e da ciò prende forma, tra gli innumerevoli affanni della vita, il vero nome della beatitudine. Per il santo d’Ippona siamo cittadini della terra che cercano il senza fine.
Tornare a rileggere Agostino è scoprire che la penna può diventare una cetra, con la quale generare una musica ineffabile, come questa salmodia innalzata dall’intimo più intimo della spiritualità agostiniana: “Ciò che sento in modo non dubbio, anzi certo, Signore, è che ti amo. Folgorato al cuore da te mediante la tua parola, ti amai, e anche il cielo e la terra e tutte le cose in essi contenute, ecco, da ogni parte mi dicono di amarti, come lo dicono senza posa a tutti gli uomini, affinché non abbiano scuse. (…) Ma che amo, quando amo te? Non una bellezza corporea, né una grazia temporale: non lo splendore della luce, così caro a questi miei occhi, non le dolci melodie delle cantilene d’ogni tono, non la fragranza dei fiori, degli unguenti e degli aromi, non la manna e il miele, non le membra accette agli amplessi della carne. Nulla di tutto ciò amo, quando amo il mio Dio. Eppure amo una sorta di luce e voce e odore e cibo e amplesso nell’amare il mio Dio: la luce, la voce, l’odore, il cibo, l’amplesso dell’uomo interiore che è in me, ove splende alla mia anima una luce non avvolta dallo spazio, ove risuona una voce non travolta dal tempo, ove olezza un profumo non disperso dal vento, ov’è colto un sapore non attenuato dalla voracità, ove si annoda una stretta non interrotta dalla sazietà. Ciò amo, quando amo il mio Dio” (Conf. X, 6,8). Lo stupore che si veste di silenzio. La natura umana che si lascia abbracciare dalla Grazia.
Ylenia Fiorenza



