
La Santa Messa crismale rappresenta uno dei momenti più intensi e significativi della vita diocesana, in cui il presbiterio si raccoglie attorno al proprio Vescovo per rinnovare le promesse sacerdotali e per la benedizione degli oli santi. È una celebrazione che manifesta visibilmente l’unità della Chiesa e la comunione tra pastori e popolo di Dio, ma anche la profondità del mistero del sacerdozio come dono ricevuto e responsabilità da vivere. In questo spirito, la nostra Diocesi si è riunita attorno all’Arcivescovo lo scorso Mercoledì Santo.
L’Arcivescovo, nella sua omelia, ha sottolineato con forza proprio la dimensione del sacerdozio come dono, collocandolo all’interno di tre coordinate fondamentali: carità, comunione e missione. Fin dall’inizio emerge il volto di una Chiesa che è famiglia, raccolta nelle sue diverse componenti — sacerdoti, religiosi, diaconi, seminaristi e laici — per celebrare non solo un rito, ma una realtà viva e condivisa. In questo contesto, il sacerdote appare non come figura isolata, ma come parte di un corpo, chiamato a vivere relazioni autentiche e a custodire legami fraterni.
Al centro della riflessione, mons. Colaianni ha posto l’identità sacerdotale radicata nello Spirito Santo. Il richiamo alla profezia di Isaia e al Vangelo evidenzia come ogni presbitero sia consacrato per una missione che supera la dimensione puramente cultuale. Essere “unti” significa essere inviati, chiamati a rendere presente nella storia la compassione di Dio. In questo senso, la carità non è un elemento accessorio, ma costituisce il cuore stesso del ministero. È una carità concreta, che si esprime nell’attenzione verso le ferite dell’umanità: solitudini, povertà, conflitti, fragilità familiari e sociali.
L’Arcivescovo, poi, ha invitato a evitare il rischio di una vita sacerdotale ripiegata su una routine pastorale priva di slancio. Il sacerdote è chiamato a essere “incarnato nella storia”, capace di leggere i segni dei tempi e di rispondere con gesti semplici ma significativi. In un mondo segnato da guerre e divisioni, egli diventa operatore di pace, seminatore di riconciliazione nei contesti quotidiani.
Il nostro Vescovo, poi, si è soffermato sul grande dono dell’Eucaristia, definita come il cuore pulsante del ministero. Non si tratta di un atto da compiere per abitudine, ma di un incontro reale con il Signore, che ha una portata universale: ogni celebrazione è per la salvezza del mondo. Da essa nasce e si alimenta anche la fraternità sacerdotale. La comunione tra presbiteri non è solo un ideale, ma una necessità concreta per contrastare l’individualismo e sostenersi reciprocamente nelle difficoltà.
Il contesto attuale, segnato da secolarizzazione e talvolta da diffidenza verso la Chiesa, rende ancora più urgente questa testimonianza di unità e semplicità evangelica. Nella sua omelia, l’Arcivescovo ha invitato a non cedere alla tentazione della contrapposizione, ma a rispondere con una presenza fedele, discreta e autentica. Anche di fronte al calo delle vocazioni, lo sguardo resta fiducioso: Dio continua a chiamare, e ogni nuova ordinazione è segno della sua fedeltà.
Particolarmente significativo è il richiamo alla corresponsabilità tra sacerdoti e laici. Il cammino sinodale, infatti, spinge verso una Chiesa in cui tutti si sentano coinvolti e partecipi. Il popolo di Dio è affidato ai sacerdoti, ma allo stesso tempo i sacerdoti sono sostenuti dalla preghiera e dalla vicinanza dei fedeli. Si delinea così una Chiesa meno clericale e più relazionale, capace di valorizzare i doni di ciascuno.
Infine, la consacrazione degli oli sacri richiama il legame profondo tra il ministero sacerdotale e i sacramenti. Essi non sono strumenti da adattare arbitrariamente, ma doni da custodire e amministrare con fedeltà. In questo servizio si esprime la responsabilità del sacerdote come dispensatore dei misteri di Dio, chiamato a coniugare verità e misericordia.
La Messa crismale è stata, dunque, un momento di rinnovamento interiore e comunitario, un invito a riscoprire la grazia della chiamata, a vivere il ministero con autenticità e a guardare al futuro con speranza. In un tempo complesso, il sacerdozio continua a essere segno della presenza di Dio che si prende cura del suo popolo, attraverso uomini chiamati a essere testimoni di carità, costruttori di comunione e annunciatori di speranza.
don Davide Picciano



