
La Liturgia del Triduo Pasquale è piena di segni. Segni che parlano … segni che lasciano il segno. Nel nostro cammino di persone e di credenti. Segni che ci parlano nell’itinerario che ogni giorno tutti noi viviamo, fatto di condivisione e comunione (cfr. Giovedì Santo nella Cena del Signore), di “croci” e di sofferenza da portare (cfr. venerdì santo), di silenzio e di assenza interlocutori (cfr. il grande silenzio del sabato santo), ma anche di risurrezione e di rinascita (cfr. la Domenica di Pasqua).
Il tutto bene implementato da un impegno di graduale crescita e di progressiva maturazione per l’acquisizione di una sempre più convinta e personale sapienza umana e cristiana. Oltre che comunitaria ed ecclesiale.
Anche il nostro Arcivescovo -mi sembra – abbia voluto percorrere la stessa strada e abbia voluto fare la stessa scelta, attraverso il dono dei suoi interventi e delle sue riflessioni proposti durante questo Triduo Pasquale targato 2026. Anche Lui (ci) ha lasciato dei segni … che lasciano un segno. Semplici ma eloquenti, allo stesso tempo. Quali?
Il Giovedì Santo, Messa Crismale: il segno della Mitria, dono a Lui molto gradito. Perché mai? Perché segno di quell’attenzione e comunione reciproca che fa essere l’intero presbiterio famiglia sacerdotale, comunità che, se vissuta nell’autenticità delle proprie relazioni e della fedeltà all’unico Signore, diventa dono e si riversa come ricchezza sull’intero popolo di Dio nelle sue diverse forme: nella forma della carità concreta (verso le nuove piaghe e i nuovi mali del nostro tempo); nella fedeltà viva e rinnovata al proprio ministero; nella custodia dell’Eucaristia e in quella reciproca tra i suoi membri. Una comunità quella presbiterale segnata allo stesso tempo da ricorrenze festose, da malattie e perdite ma anche da una nuova ammissione all’ordine sacerdotale: quella del giovane seminarista Vincenzo Di Stasi.

Il Giovedì Santo, messa “In Coena Domini”: il segno della Lavanda dei Piedi, compiuto nei confronti dei ragazzi.
La lavanda dei piedi – che appartiene alla Pas-
qua di Gesù – gesto riservato agli schiavi è la via da percorrere se vogliamo che l’Eucaristia diventi dono, non solo capace di alimentare la nostra vita, ma di permeare il nostro cuore e le nostre azioni.
Via che porta un duplice nome: “umiltà” e “servizio”.
Via che ci ricorda e ci spinge a servire con umiltà in tutte le forme del bene possibile … soprattutto verso chi è più debole e indifeso, chi spera e chi si apre alla vita ed è incamminato verso un futuro “migliore”!

Il Venerdì Santo: la Piccola Croce in legno realizzata e donatagli dai detenuti presenti nella casa circondariale che il nostro Vescovo ha scelto di portare sul suo petto in processione assieme a tutto il popolo di Campobasso. E lo ha fatto come segno di che cosa?
Segno di tutte le sofferenze che si vivono sia all’interno dell’istituto di detenzione sia nel nostro contesto cittadino, siano esse di naturale spirituale, interiore, morale.
Segno di unità tra i reclusi e tutta la città: non siamo separati e isolati ma uniti nella croce di Cristo.
Segno di una maggiore consapevolezza di quel male che tutti noi compiamo quotidianamente con linguaggio, atteggiamenti e gesti non corrispondenti ad un cuore chiamato ad amare e attraverso relazioni sbagliate o malate, da sanare e recuperare per ricostruire fraternità e rispetto umano gli uni verso gli altri.
Segno di speranza nella misura in cui tutto noi ci impegniamo a poggiare (= affrontare, combattere, sopportare, offrire con fede) tutto questo “bagaglio di dolore” sulla croce di Cristo, sapendo che -unitamente ad essa – questo nostro darci da fare ci conduce ad esperienze di risurrezione, rinascita, rinnovamento della nostra vita e della nostra fede.
Il Sabato Santo – Veglia Pasquale: il segno del Fuoco che rischiara il buio e la morte, luce che progressivamente si diffonde e illumina il popolo di Dio nelle sue notti, e che lo rende capace di scorgere la Presenza del Risorto nella sua vita concreta, anche là dove meno se lo aspetta … anche là dove meno lo pensa.
Segni che lasciano un segno. Eccome!
Giovedì – “Messa Crismale”: sì perché la “Mitria” è indicativa del dono di una comunità e di una comunione (quella presbiterale e dell’intero popolo di Dio) che cammina nella storia, con fiducia e speranza, e del relativo impegno e dedizione ad una fedeltà e testimonianza chiamate a rinnovarsi e, attraverso gesti piccoli e concreti – chiari e semplici, a divenire seme fecondo di dedizione, accoglienza reciproca e condivisione nel tessuto ecclesiale e sociale.
Giovedì – “In Coena Domini”: sì perché il lavarsi i piedi ci porta e ci riporta alla logica e ai gesti di servizio gli uni verso gli altri, in particolare verso i più piccoli e deboli, da celebrare nell’eucaristia della vita di tutti i giorni, senza accampare scuse e con senso di responsabilità.
Venerdì: sì perché la “croce” oltre ad essere memoria e richiamo del male che tocca tutti in vario modo, è pungolo e sprone concreti perché sempre più il bene dilaghi e raggiunga tutti.
Sabato – Veglia Pasquale: sì perché il “fuoco”ci chiama ad essere presenza fattiva di luce, di speranza, di calore … presenza indicativa della Presenza del Signore Risorto.
Segni che lasciano un segno
Che anche noi – come individui e come comunità – possiamo esserlo attraverso il nostro impegno, la nostra dedizione, la nostra abnegazione: segni che lasciano i segni nell’altro, nei contesti in cui viviamo, nelle comunità a cui apparteniamo, nel Mondo e nel Regno di Dio.
Allora come concludeva il nostro Vescovo nell’omelia della Veglia Pasquale “la risurrezione è (n.d.r. sarà) già presente. Sta a noi accoglierla e testimoniarla con la vita”.
Don Gianpaolo Boffelli



