
Varcata la soglia di questo Anno Santo, ci lasciamo alle spalle il frastuono di un mondo sempre più preoccupato a creare conflitti, disparità e deserti morali. Entriamo nel vivo del Giubileo con dentro al cuore le parole di Papa Francesco, divulgate mediante il suo messaggio per la Giornata mondiale della pace: “La speranza è sovrabbondante nella generosità, priva di calcoli, non fa i conti in tasca ai debitori, non si preoccupa del proprio guadagno, ma ha di mira solo uno scopo: rialzare chi è caduto, fasciare i cuori spezzati, liberare da ogni forma di schiavitù”. Penso che la parola che debba caratterizzare questo Giubileo sia proprio la “sovrabbondanza”. Un termine usato poco, perché forse poco incarnato! Nella Bibbia, invece, quando scorgiamo questa parola, la troviamo per descrivere un cuore generoso, colmo di fiducia, di bontà e di grazia. Gesù stesso la adopera per narrarci la sua missione, quando dice che è venuto per darci la vita in sovrabbondanza (cfr Gv 10,10).
Lì dove ancora ci sono resistenze derivate dall’egoismo, lì sappiamo che è difficile che questo tratto bellissimo della vita fraterna sia assunto ed esercitato. Ma resta questo il grande tema dell’antropologia cristiana che tutti dobbiamo sempre più approfondire e attuare, perché solo una fede incarnata può cambiare il volto del mondo. Come riportava un inno che spesso cantavamo da giovani seminaristi: “Sii Tu la mia visione, o Signore del mio cuore, poiché è nulla è tutto il resto, se non ci sei che Tu. Tu il mio miglior pensiero, di giorno o di notte, veglia o sonno. La tua presenza è la mia luce. Non bado alle ricchezze, né alle vuote esaltazioni dell’uomo. Sei Tu la mia eredità, ora e sempre. Tu e Tu solo, primo nel mio cuore, Sommo Re del cielo, il mio tesoro Tu sei. Sii Tu il mio scudo di battaglia, la spada per la lotta; Sii Tu la mia dignità, tu la mia delizia. Tu il rifugio della mia anima, tu la mia alta torre. Sollevami verso l’Amore, perché possa io raggiungere le gioie del cielo e trasformar con esse le lacrime della terra in perle di pace. Cuore del mio cuore, qualunque cosa accada, sii sempre la mia visione, o sovrano di tutto”.
Ogni giorno, davanti a questo scontro tra la cultura della morte e la cultura della vita, tutti siamo chiamati a deciderci per una di queste strade. Una volta scoperto il valore sacro della vita, di ogni vita, è immediata e indubbia la nostra scelta. Ma finché non siamo consapevoli di questo, le insidie del male possono arrivare alle porte della nostra coscienza e sedurci, intrappolarci nelle logiche mortifere del mondo che scommette e investe tutto sulle divisioni e sulle armi. Ricordiamo che accanto alla parola “dignità” va posta sempre la parola “responsabilità”. Non abbiamo bisogno di una dignità decorativa! È nel nome della dignità che Dio ci ha dato che siamo inviati nel mondo ad annunciare responsabilmente il messaggio del Vangelo, in un dinamismo di amore, di stima, di servizio reciproco, spezzando il pane con spirito di comunione. Varcando, sì, tutte quelle porte dove ci sono lacrime da asciugare, solitudini e sfiduciati da ascoltare, ingiustizie da risanare. E sappiamo che, oltre quelle porte, tutti siamo raggiunti dall’invito perenne di Gesù: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11, 28). E ancora di più, permettendo agli altri di oltrepassare la porta del nostro cuore e lì schiudere gratuitamente i sentimenti più puri, più limpidi. Siamo convinti che solo se è aperta prima la porta del cuore possiamo poi cogliere il significato profondo delle porte sante delle basiliche!
La speranza sollecita a uscire dalle ristrettezze interiori che ci impediscono ancora di germogliare a vita nuova. Le parole del nostro vescovo Biagio sono una importante sintesi, per dare una svolta concreta, un impulso illuminato alla realtà storica in cui stiamo camminando: “La speranza non è passività, stasi, sedersi e attendere il miracolo. È costruire una chiesa e una società nella quale la speranza è attuata, diventa realtà nella quale i fratelli guardano con fiducia al futuro, pensano, dialogano, ma assieme, facendo il bene comune, per tutti”. Ciò presuppone un processo di conversione radicale, perché la storia, la nostra storia divenga trasparente all’azione di Dio, docile al Suo invito ad impregnare l’Anno Santo di preghiera, di forti segni di carità, di mitezza, davanti all’aggressività prepotente, di liberazione da ogni forma di violenza: da quella che si riveste di mormorazione a quella più palese, come forma di disumanità contro gli innocenti e i fragili. Mentre nei tempi antichi, il tempo era concepito nel senso ciclico, dove tutte le cose accadevano con ripetitività, la visione che offre alla Storia la venuta di Gesù è invece un tempo che ha un principio e un compimento. Per questo ogni momento della nostra vita è depositario di una novità che viene dall’armonia del Kairos. Guardando alle terre martoriate dalle guerre, sentiamo forte, impellente il richiamo ad abbracciarci al Kairos, alla sua forza trasfigurante, perché chi resta imprigionato nelle logiche del Kronos, è sopraffatto dall’impeto del male e si muove nel mondo divorando, sprecando, abusando, bombardando. È questo il fondamento della nostra speranza! Tu sei ciò che speri! Sempre, ovunque. Abitare la speranza nelle contraddizioni del mondo è segno di incoraggiamento, per spalancare ogni prigione interiore alla luce che viene dalle promesse e dall’intervento di Dio.
Siamo allora certi che la Speranza non delude, perché noi non deludiamo la Speranza, che bussa al nostro cuore sovrabbondante di verità e bellezza. Di qui l’orientamento per una vita che non si lascia sfuggire le meraviglie l’oro lucente della Grazia, perché si riveste di attività quotidiane, grandi o piccole che siano, ma tutte volte alla gioia di possederla, di condividerla, di comunicarla, come ci raccomanda il patrono di noi giornalisti, il pastore comunicatore, san Francesco di Sales, nella sua celebre opera “Trattato dell’Amor di Dio”: “Le grandi opere non sono sempre sulla nostra strada, ma possiamo farne di piccole con grande amore. […] Le api raccolgono miele sui gigli, sulle rose, ma non fanno minor raccolta sui fiorellini del rosmarino e del timo. Ivi colgono più miele non solo in maggiore quantità ma di migliore qualità, perché in questi vasellini più chiusi vi si conserva pure meglio. Nei bassi e minuti esercizi di devozione, la carità si pratica con maggiore umiltà, e quindi più utilmente e santamente”. È questo il cammino della Speranza che ci attende e ci coinvolge nella salmodia della piccolezza umana che può accogliere la magnificenza divina. Buon Anno Santo!
+ padre GianCarlo Bregantini, Vescovo emerito



