SAN GIUSEPPE, FIORE NEL DESERTO

Certamente il fiore più bello nel deserto della quaresima è san Giuseppe. Lo sentiamo profumato e vigoroso. Capace di darci quella speranza che ci è necessaria, per trasformare ogni deserto in giardino. La quaresima infatti è costante richiamo alla realtà difficile ma vitale dell’esperienza dura del passaggio.  Il Papa insiste molto su questo cammino, raccogliendo le grandi meditazioni dei santi, lungo il cammino della Storia della Chiesa. Quest’anno ha presentato il deserto come il ritorno del popolo di Israele al primo Amore, sperimentato proprio nella fatica di camminare nella sabbia. Eppure, qui, nel deserto, il popolo si è sentito coccolato da Dio, nutrito di manna e difeso dai morsi velenosi dei serpenti, contemplando, con occhi di speranza, il serpente di bronzo.

Sempre Papa Francesco, da buon maestro, nel suo bel Messaggio, ci mette subito in guardia dalle nostalgie delle cipolle d’Egitto, per superare la sottile insidia del diavolo, che vuole riempire il cuore nostro di amarezza nostalgica e non di coraggiosa speranza progettuale.

Per questo, Giuseppe, in questo duro cammino, ci insegna a valorizzare la tenerezza, come risorsa di fede educativa, sia nel rapporto con il figlio Gesù, sia nel dialogo sponsale con Maria. Si fa così per noi guida sicura. A san Giuseppe, al suo cuore di padre, affidiamo la missione pastorale del nostro caro nuovo arcivescovo, Mons. Biagio Colaianni, che ha fatto ingresso nella nostra arcidiocesi proprio in questo mese dedicato a lui. Ciascuno faccia sentire a Mons. Biagio la personale preghiera, la vicinanza fattiva e affettuosa, perchè ogni giorno possa rispondere alla chiamata a prendersi cura, come san Giuseppe ha custodito con amore Maria e Gesù.

Non dimentichiamo che Gesù ha imparato ad amare Dio, tramite il volto di tenerezza di suo papà Giuseppe che lo custodì con dedizione infinita. In quel volto di lavoratore, di coraggio, di speranza, di fedeltà Gesù ha intravisto il volto del Padre del cielo, per dirci che ciascuno di noi (papà, educatore, prete o vescovo…) offre la sicurezza di un volto che diventa il volto di Dio, lungo le strade della vita. Sempre, perché la fede è fatta di mediazioni, di esempi, di testimonianza. Mai astratta, ma sempre incarnata, vitalmente legata a persone e cuori. è questa la grandezza e la gratuità di Giuseppe! è grande, perché è stato necessario nel far crescere, sicuro e coccolato, il figlio suo Gesù. Gratuito, perché quel bambino è suo, ma non del tutto! Dato a lui ma non generato da lui, perché è opera dello Spirito santo. Così Giuseppe è il Papà di Gesù, ma non è il suo Genitore. Grande è la differenza! Bastano pochi attimi per essere genitore. Ma occorre tutta una vita, per diventare padre. Giuseppe ha educato il suo Gesù, senza far ombra al Padre del cielo. Scopre, pur nell’angoscia, che quel Gesù, che era cresciuto con lui, a Nazaret, aveva poi maturato una consapevolezza inattesa e sorprendente: “non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre Mio!” (Luca 2,49). Quel ragazzo-mistero, che ha cercato il tempio come luogo di preghiera e non come spazio di fuga, ora sorpassa la semplice relazione di famiglia umana. Non è più soltanto suo! Come non lo è ogni incarico o mandato ricevuto all’interno della Chiesa, che ci viene affidato, ma non va trattenuto in modo esclusivo. Fatto servizio e non possesso! In piena gratuità.

Per questo il Papa insiste su un concetto conseguente, di fortissima valenza formativa. Ci chiede di imparare da Giuseppe a trasformare le nostre fragilità in gradino di crescita verso la santità. Tocchiamo certo i nostri limiti, ma senza ascoltare il diavolo, che si fa sempre nostro Accusatore nei confronti delle fragilità, nostre e altrui. Solo se assunte, consapevolmente, potremo trasformarle in risorsa. Guai perciò a cadere nell’insidia dell’accusatore, il diavolo, perché allora, davanti ai limiti e difetti dei fratelli, ci trasformeremo anche noi in loro accusatori. 

Giuseppe diventa così maestro di crescita. Per dirci che ogni realtà nostra, anche fragile, in mano a Dio può trasformarsi in ricchezza umana e spirituale. Ogni fratello e ogni Padre va perciò accolto nella sua specifica identità, senza fastidiosi e spesso altezzosi confronti. Ciascuno di noi è un dono unico e irrepetibile! In benedizione. Come la spina nella carne di san Paolo diventata forza: “Quando sono debole, è allora che sono forte”, conclude l’apostolo (2 Cor 12,7-10). Anche nel peccato, come ci dice il Preconio Pasquale, canteremo con esultanza, nella notte della Risurrezione: “o felix culpa…”.

Vera Pasqua è allora trasformare, non eliminare!

Guardare oltre, non restare rigidi sul passato di un fratello e sorella che ci viene a chiedere la benedizione per una unione irregolare. Sarà possibile allora anche alzare la bandiera della pace per trattare, senza attendere che sia l’altro a farlo, anche se è stato lui a sbagliare, per primo.

La notte dell’angoscia

E c’è un altro insegnamento in cui Giuseppe ci educa alla tenerezza, in casa, tra sposo e sposa. Giuseppe è simile a tanti nostri ragazzi, in cammino verso l’amore familiare. Anche lui ha imparato, anche lui ha avuto paura di fronte a responsabilità nuove.

Perché, come ci racconta Matteo (1,18-25) anche Giuseppe ha fatto un percorso di crescita, seguendo la chiamata di Dio nella sua vita, davanti al mistero di Maria. Notti di angoscia, su strade inedite, come esigono i nostri adolescenti, che ci chiedono di rivedere i percorsi educativi verso l’affettività e la sessualità.

Anche lui, persona integrale (ma non integralista!) in una visione personalista, aperta al Mistero, si è chiesto come leggere il suo corpo, di chi fosse. Chi porre cioè al centro della sua vita: se stesso o il piano di Dio. E nella preghiera, in una visione di fede, si è sentito chiamato a donare il suo affetto a Maria, per dare casa a Gesù, generato dallo Spirito santo.

Ha saputo dire di no all’autorealizzazione narcisistica, che ci porta a dire: “Io uso te, per poter star bene me, con me stesso!”. Ha invece detto un chiaro sì, ad un’obbedienza relazionata, aperta al piano di Dio: “Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore…prese con sé Maria, sua sposa e diede al Bambino il nome di Gesù, perché salvasse il suo popolo dai suoi peccati…”. Ed anche quando la polizia di Erode, indispettita, stava per uccidere Gesù, egli, Giuseppe “si alzò, nella notte, prese con sé Maria e il Bambino e si rifugiò in Egitto!” (cfr Matteo 2, 13-15).

è proprio la tenerezza di uno sposo, che difende, protegge e abita con la sua sposa e suo figlio, offrendo a loro tutto il suo cuore di Padre!

Così il cuore dei nostri ragazzi. Cresceranno se sapranno aprirsi al piano di Dio, senza ripiegamenti egoistici. Per una sessualità ed affettività relazionata e non assoluta, trovando in noi, adulti, un cuore rispettoso, che non li giudica con toni moralistici, ma li comprende nelle loro paure, come ha fatto l’angelo con Giuseppe.

E come ha fatto Giuseppe, nei confronti di Maria, che egli sposa dopo un lungo travaglio, non per  sospetto ma per rispetto. Si trovava infatti di fronte ad una chiamata dai confini infiniti e del tutto inediti, percorribili solo con un cuore colmo di fede e non di paura. Come deve essere il cuore di ogni prete o vescovo o consacrato/a, per poter fiorire in ogni deserto della vita!

Questo mi dice, oggi san Giuseppe, Padre e Sposo nella tenerezza!

Auguri a tutti coloro che portano questo bel nome, vivi e defunti, come i miei nonni e don Pino Romano, che ha obbedito al piano di Dio, anche nel tumore.

E si è ritrovato in Paradiso!

+ padre GianCarlo Bregantini