MOLISANI NEL MONDO

IL NATALE A CASTELBOTTACCIO

Memorie d’infanzia tra tradizioni, attese e sapori

Rieccoci al Natale: più passano gli anni, più ho nostalgia di quelli della mia infanzia in un piccolo paese del Molise, Castelbottaccio. Era un paese di emigranti e dicembre era un mese festoso e molto atteso: tanti uomini tornavano per passare le feste con la famiglia. In tutte le case si cominciava, agli inizi di dicembre, a pensare e a fare acquisti per i piatti natalizi. Si preparavano già quelli che duravano di più.

Ricordo “l’ tarall rchjin’”, i taralli ripieni di mosto cotto e noci; molti mettevano anche la buccia grattugiata delle arance, mia madre no, perché a noi sorelle non piaceva. Fantastico, ci sentivamo importanti. Il profumo del mosto era inebriante! Noi bambini ci sentivamo più liberi, perché le nostre mamme erano impegnate a impastare, cucinare, tritare…

Il Natale cominciava molto prima. Già a novembre si facevano gli acquisti; ricordo che mia madre diceva: «Lo compriamo ora, ma sarà mangiato a Natale, quando ci sarà anche vostro padre!». Eravamo felici, pur nella semplicità assoluta, anche di preparare un sacchetto pieno di noci, che avremmo aperto tutti insieme. L’aspettativa aumentava i nostri progetti.

Ricordo il capitone, l’anguilla, che veniva messo in un secchio, chiuso con un coperchio, sul quale veniva appoggiato un sasso, altrimenti sarebbe scappato. Ora non mi piacerebbe vederlo girare vorticosamente nel secchio.

Come si cambia… però, stranamente, i ricordi mi rendono nostalgicamente felice, cosa che non mi succede con quelli di alcuni anni dopo. È proprio vero: la vita in un piccolo paese, almeno per me, ha avuto un buon sapore, degli odori che non ho più sentito nelle strade dei luoghi attuali. Forse sono io a non sentirli, perché manca tutto ciò che c’era intorno. Il profumo delle arance, dei dolci, dei sughi che proveniva da tutte le case sapeva di buono, di attesa: eravamo tutti uno. Aumentava il nostro senso di appartenenza, eravamo tutti uguali.

Ovunque c’erano brulichio e fervore che non erano quelli degli acquisti dei regali, ma quelli del preparare il pranzo di Natale. Tra l’altro non esisteva il negozio dove comprare i regali: bisognava aspettare che passasse un venditore; esisteva solo il cibo. Ora non ci sono sorprese che possano equiparare quei giorni, perché manca tutto: mancano i rapporti con i propri simili, manca la condivisione dei trucchi per preparare meglio “u baccalà arrcanat”, il baccalà con la mollica di pane e l’uvetta, il calore del camino e del forno a legna accesi per fare più piatti contemporaneamente e, insieme a essi, il calore umano che solo un piccolo paese può dare. Ognuno è barricato dietro la propria porta del proprio appartamento in un condominio.

Ricordo che fra gli antipasti, a base di polenta e sottaceti fatti in casa d’estate con le verdure del proprio orto, c’erano le ultime salsicce sotto la sugna, conservate apposta per il Natale. Tanto, poco dopo, ci sarebbe stato — non me ne vogliano gli animalisti — il rito dell’uccisione del maiale che grugniva nella stalla. Questo però è tutta un’altra storia che, come sempre, coinvolgeva scambievolmente il vicinato.

Poi, con i dolci rigorosamente casalinghi, arrivava la famosa cioccolata riportata dai padri che tornavano dall’estero. Era buonissima, nulla a che fare con quella dei pupazzetti natalizi che sapevano di poco e che venivano attaccati all’albero.

La festa non era solo cena o pranzo, ma anche ritrovo di tutti in chiesa e, a differenza di oggi, il Bambinello nasceva davvero a mezzanotte. Ora, sempre più spesso, viviamo con fretta anche questo rito e usciamo dalla chiesa prima di finire di cantare “Tu scendi dalle stelle”: la ricordo tutta anche ora.

Proprio stamattina ho sentito un parente del mio paese: lì organizzano un mercatino natalizio con tutto fatto a mano, dai biscotti alle presine, dai cavatelli ai pupazzetti natalizi. Mi ha detto che la gente che partecipa è sempre più straniera, mentre molte persone locali non hanno più voglia.

Sono stata felice di sapere che alcune tradizioni culinarie continuano a esserci, ma il fatto che i paesani siano stati poco presenti mi ha rattristata. Lo straniero, così viene chiamato chi non è del luogo, va e viene; prima o poi tutto finirà, anche i miei ricordi  sbiadiranno.

Silvana Lucarelli è nata a Castelbottaccio.

Appassionata di scrittura, vive a Firenze, dove ha insegnato per molti anni matematica.