
La natività di Arcabas
Ci si sta avvicinando a grandi passi verso la solennità del Natale, che ormai coinciderà con la quasi conclusione delle celebrazioni che hanno arricchito – si spera in positivo – l’esperienza di fede di tanti credenti sparsi nel mondo e, nel nostro piccolo, anche all’interno delle comunità parrocchiali della nostra diocesi. È dunque quasi inevitabile domandarsi, come gruppi di credenti e come singoli discepoli, con quale spirito ci si stia approssimando a questa ricorrenza che, nell’ottica mondana che caratterizza sempre più il nostro Occidente, si tende a ridefinire in termini sciattamente laicistici come occasione di puro godimento fine a se stesso o, nella migliore delle ipotesi, come una non meglio identificabile festa nella quale, volenti o nolenti, si deve essere “buoni” per forza, a prescindere dal senso reale della bontà. Il pericolo che una tale concezione riduttiva della Nativitas Domini venga a oscurare, nella nostra comunità credente, il vero e più autentico significato della nascita del Redentore è concreto; per questo occorrerebbe, prima che sia troppo tardi, restituire al Natale cristiano quel valore spirituale e quella rilevanza sociale che gli competono.
In tale prospettiva è più che mai urgente tornare a guardare alla solennità del 25 dicembre come a un evento capace di stravolgere le nostre consuetudini e le nostre abitudini. Gesù sceglie di farsi nostro compagno di viaggio e di vita, se ci pensiamo, nel cuore della notte: un’indicazione non solo cronologica, ma anche ricca di significati simbolici. Se non si è troppo distratti nel riflettere sui contenuti della liturgia, non sfuggirà che le circostanze più significative della vita della Chiesa – il Natale, ma anche la Pasqua – trovano nel buio notturno la loro cornice più eloquente. La nascita del Bambino divino in un luogo sperduto e al buio non richiama un vuoto romanticismo, ma la precisa scelta del Redentore di venire ad abitare nel nostro mondo nella più totale umiltà e, per certi aspetti, nell’anonimato. A conferma di questa lettura dell’evento natalizio sta il fatto che anche nella Notte Santa, come in ogni celebrazione domenicale, risuonerà nel “Credo” la frase che ne riassume il senso profondo: «Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e, per opera dello Spirito Santo, si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo». La nascita di Cristo a Betlemme si pone, così, come un improvviso faro di luce capace di allontanare l’uomo dalle tenebre del male e farlo rinascere, dentro la storia, verso nuovi orizzonti di speranza e consolazione.
A offrirci questa dimensione incoraggiante della solennità ormai prossima è la splendida narrazione di Luca che si proclamerà nella Messa della notte, un racconto che si sviluppa lungo due orizzonti antitetici: alla povertà estrema della cornice terrestre si accompagna una risonanza cosmica e celeste. Lo sfondo spaziale in cui incontriamo il neonato Bambino è quello di Betlemme, «la città di Davide»: Gesù giunge a noi in uno spazio umano, fisico e spirituale, legato a un territorio ma anche a una promessa divina. All’interno di questo spazio l’evangelista pone l’attenzione su due punti topografici. Il primo è il luogo della nascita di Gesù, una mangiatoia per animali probabilmente scavata nella roccia. Il Battista era nato nella casa del padre sacerdote; Cristo, invece, nasce nell’emarginazione e nell’oscurità della notte. L’altro punto geografico è il “campo dei pastori”. Due residenze provvisorie, due località misere, due segni di quotidiana povertà che diventano però il centro di una speranza cosmica.
Esiste anche un duplice sfondo temporale per la nascita di Cristo. Il primo è quello dei giorni di Ottaviano Augusto e del suo «primo censimento» in Oriente: un atto “imperialistico” che ci ricorda come Cristo nasca da un popolo oppresso. Ma c’è anche un secondo tempo indicato da Luca, quello della notte, già richiamato in precedenza. La tradizione giudaica distingueva quattro notti nella storia dell’umanità: quella della creazione, quando apparve la luce; quella della vocazione di Abramo, il primo dei credenti; quella della liberazione dalla schiavitù faraonica; e quella messianica, nella quale si aprirà il giorno perfetto che non conosce tramonto. È quest’ultima la notte che ci apprestiamo a celebrare, una notte vinta per sempre dalla luce. Alla notte si collega inevitabilmente il silenzio, oggi più che mai bandito da una società abituata non solo al chiasso inconcludente, ma alla prevaricazione verbale che rende difficile, quando non impossibile, ogni forma di relazione e dialogo. In questo senso il Natale, specialmente nell’anno giubilare, può diventare per ciascuno di noi l’occasione per riscoprire il dono dell’umiltà anche nell’uso, talora sconsiderato e violento, delle parole. È nel silenzio – che non è assenza di rumore, ma disposizione interiore alla riflessione e all’ascolto – che spesso siamo chiamati a prendere decisioni fondamentali per la nostra vita; ed è nel silenzio che diventiamo più capaci di percepire la voce dello Spirito.
Nel Bambino di Betlemme, in quella fredda notte, impariamo dunque a riconoscere il Signore del cielo e della terra, e contemporaneamente il Salvatore della Pasqua. Il dono giubilare che potremo ricevere è la pace messianica: «Pace in terra agli uomini che Dio ama». Com’è noto, la pace biblica è un concetto denso, che implica benessere, prosperità, sviluppo, gioia, giustizia. La pace che Cristo continua a portare, anche nel Natale di quest’anno, significa armonia tra uomo e uomo, tra uomo e cosmo, tra uomo e Dio. La pace, del resto, è la definizione stessa del Vangelo, che è «Vangelo di pace», come ricorda Paolo (Efesini 6,15). Solo facendo nostre queste considerazioni il Natale potrà diventare davvero l’occasione di un’autentica gioia e di una reale conversione esistenziale, al di là di qualsiasi luccichio esteriore o ritornello pubblicitario capaci di suscitare forme di bontà banali e artificiali, lasciandoci però vuoti e indifferenti al prossimo non appena il calendario segnerà, come sempre, il passaggio dal 25 al 26 dicembre.
Giuseppe Carozza



