
Dipinto di Carl Holsoe (1863–1935) Artista danese, simbolista, maestro della pittura d’interni
Attendere prego! Chissà quante volte abbiamo sentito questa frase. Chissà quanto tempo abbiamo sprecato… nell’attesa (per l’appunto) che arrivasse finalmente il nostro turno. Chissà quanto nervosismo che ci provoca al solo rievocarla. E a ragione, almeno per i più! C’è una certa allergia e insofferenza dentro ciascuno di noi. Perché mai?! Perché tutti noi abbiamo poco tempo o, meglio, non abbiamo tempo da perdere. Perché siamo abituati a vivere “la vita” e la nostra quotidianità “on demand”. Perché viviamo in un clima e in un contesto dove la “lotta” è assurta a modalità di richiesta e di transazione, anche nei confronti di quel bene grande che poco fa abbiamo già citato e che è il “tempo”: infatti siamo soliti dire, in più sedi e ambiti, che “è una lotta contro il tempo”.
D’altra parte, se non ci mettiamo in quest’ottica, rischiamo di essere sbranati e atterriti dalla chimera denominata “branco”. Ma è proprio così?! Non rischiamo forse di aver investito e condito il tutto da “giustificazioni” e “alibi” piuttosto virtuali che reali perché di fatto non riusciamo a sottrarci a un ingranaggio (culturale, sociale, mentale…) di cui ci sembra di non poter fare a meno o che, comunque, è l’andazzo attuale della nostra società?!
Anche in questo caso vale l’andante che “sia sempre colpa di qualcun altro”, e non la nostra.
Non siamo contenti di come vadano le cose, ma è quasi giocoforza rimanere dentro questo meccanismo e sistema, che pare l’unico ammissibile almeno nella considerazione generale e, in parte, per non apparire dei contro-correntisti.
E così ce “ne laviamo le mani”… e “sopravviviamo”, andiamo avanti alla bella e meglio, piuttosto che assumerci le nostre responsabilità ed essere capaci di invertire la rotta, di cambiare strategia, di assumere uno stile che aiuti tutti noi a vivere in una maggiore serenità e condivisione. A vivere in pace e nella pace, come lo facciamo nel periodo natalizio dove, quasi per tradizione e coercitivamente, siamo (o ci autoimponiamo di essere) tutti più buoni.
Perché allora non provare a pensare, a vivere e ad abitare l’“attesa” in un altro modo, piuttosto che entrare in questo loop che sembra non promettere nulla di buono e di sano?! La velocità, la frammentazione in tutte le sue fogge (si pensi anche solo a quella sociale), la conflittualità, la solitudine sono solo e allo stesso tempo alcuni degli effetti e delle cause di tale spirale nella quale ci troviamo immersi e fagocitati. Forse ci potrebbe dare una mano il tempo d’Avvento che stiamo vivendo, almeno per chi si dice credente.
È vero che esperiamo e siamo soliti sperimentare tale periodo fondamentalmente come una sorta di preparazione al Natale! Così almeno lo sentiamo, così ci viene annunciato e proposto. Ma credo che possa essere letto ed esplorato, e di conseguenza vissuto, da un’altra prospettiva, più autonoma, più affascinante, più sfidante.
Quale? Come un tempo e come modalità che hanno in sé una grande potenzialità e che ci regalano un paio di occhiali con lenti luminose e trasparenti.
Per coglierla e per arrivare a indossare questa montatura al meglio, attingo a un’immagine e a uno strumento che pian piano sempre più compare sulle nostre tavole: il decanter.
Questa ampolla, in vetro e cristallo trasparente, con la sua ampia base che va pian piano restringendosi formando il collo, aumenta la superficie di contatto tra il vino e l’aria, permettendo di separare i sedimenti dai vini invecchiati e di accelerare l’ossigenazione dei vini più giovani, per migliorarne il sapore e gli aromi.
Il vino così viene a “respirare”, a risultare più limpido e gradevole al palato (specialmente per i vini rossi vecchi e corposi) e a sprigionare i suoi profumi e aromi (soprattutto nei vini giovani e strutturati).
Il tempo dell’Avvento – come il tempo dell’attesa e come tempo di attesa – “funziona” proprio così: ci permette di “decantare”, ci ossigena, ci libera da tante scorie che appesantiscono il nostro vivere e il nostro credere, sprigiona e ci permette di assaporare “aromi” altri e nuovi… finora rimasti impercettibili al nostro palato.
Come? Aiutandoci e portandoci a guardare oltre l’immediatezza e a comprendere come le cose, gli eventi (interiori ed esteriori), i vissuti abbiano una loro consistenza e una loro significatività (prima ancora di essere in relazione a…); a “gustare” il desiderio, il silenzio, la vigilanza, quali modalità che ci rendono più attenti a noi stessi, alla nostra interiorità, agli altri, a Dio; a capire che le realtà (interiori ed esteriori) e la loro maturazione e crescita necessitano dei loro propri tempi, che nulla hanno a che spartire con la fretta e l’immediatezza; a comprendere che nel ritmo della storia e del tempo ci sono dei “kairòi”, vale a dire delle opportunità, delle occasioni uniche e irripetibili, dei tempi giusti e qualitativi per decidersi ed agire, che occorre afferrare.
Allora il tempo dell’attesa e dell’Avvento hanno una loro trasparenza, una loro decisività e una loro significatività che non possiamo perdere, disperdere, sminuire. Pena: la scomparsa e la perdita di sapore della vita e della fede.
Non possiamo allora che allenarci – proprio nel tempo dell’attesa – in queste “azioni”, per ritornare e ritrovare i sapori veri, genuini, naturali e autentici, e non quelli virtuali, artefatti, omologati, pieni di additivi che alla fine ci stomacano e ci nauseano.
Provare, riprovare, esercitarci approfittando dell’attesa… che allora si pone davanti al nostro sguardo, alla nostra mente, al nostro cuore e alle nostre mani e gambe come un prezioso decanter capace di ossigenarci e di farci cogliere e sviluppare nel modo migliore quel “bouquet aromatico”, fatto di piccoli ma preziosi germi di speranza e di luce che stanno in tante forme nascoste di solidarietà presenti nei nostri contesti sociali e comunitari; nei tentativi impegnati di ricostruzione dei rapporti all’interno di realtà familiari ferite; nella ricerca appassionata e motivata di molti giovani; nella robusta custodia della memoria e della saggezza negli anziani; negli infiniti gesti quotidiani di bene che resistono e sono impermeabili al cinismo e all’usura del tempo; nella capacità di porsi e di camminare al passo e al fianco dei più deboli e indifesi; nelle attive, miti e pazienti attese che ogni giorno ci troviamo a vivere frequentando i luoghi del nostro lavoro, studio, sport.
Il tempo dell’attesa allora diviene così un importante paio d’occhiali che ci permette di vedere luci nel e attraverso il buio dei nostri tempi, delle nostre paure, delle nostre ferite, del nostro mondo in fibrillazione continua per una pace che ogni giorno sembra più distante.
Non solo, questo tempo ci consente di divenire “abili di risposta” (= responsabili) e di risposte concrete perché anche il Natale, a cui il tempo dell’Avvento e dell’attesa ci apre e ci conduce, possa divenire spazio per “rinascere” nuovamente.
E allora, in questo tempo di decantazione e di lenti nuove, prova anche tu a chiederti (= a far decantare) e a dare una risposta decisa e decisiva, fattiva ed effettiva a queste due domande: “Quale parte di me deve ancora nascere? E quale parte del mondo dipende dalla mia e dalla nostra capacità di portare alla luce proprio lì… proprio oggi, dove mi e ci sembra impossibile?”. Buona attesa impegnata, abitata, valorizzata!
Padre Gianpaolo Boffelli



