
Esistono, sparse per tutto il mondo, innumerevoli opere d’arte che narrano la nascita di Gesù. Tele incalcolabili che hanno cercato di immortalare quel momento irripetibile e atteso dall’inizio dei tempi. Ma la mente umana può solo immaginarlo e sognarlo. Nessuno ha potuto assistere Maria nel parto, così come nessuno era presente quando il suo utero divenne il primo tabernacolo di Gesù. E Giuseppe era lì, custode innamorato di quel mistero immenso, in cui la sua Maria e il cosmo diventavano una sola carne. Tra le loro braccia respirava l’Impossibile divenuto Bambino. Lo stupore più grande è sapere che il velo dell’Eterno si è infranto con il loro sì.
A tutti, per fede, è dato di immergere l’anima dentro quel silenzio squarciato dal primo vagito di Gesù, segno che il divino si è veramente incarnato. Da ciò è chiaro che la nascita del Figlio di Dio non è soltanto una data scritta nella storia. Gesù continua a venire, finché non nasce in tutti! Perché la scelta di Dio è dichiarata fin da quella notte: la radice della nostra salvezza è nel Suo venirci incontro.
I pennelli che hanno saputo incidere sapientemente il sacramento di questo Principio sono quelli di Caravaggio, nella tela raffigurante l’Adorazione dei pastori (1609). Una preziosa pala d’altare, attualmente custodita presso il Museo Regionale di Messina. Caravaggio è il pittore, che più di tutti, ha saputo condensare l’avvento definitivo della Rivelazione e tratteggiare con alto realismo l’epifania degli estremi. In quest’opera il Merisi ci fa dono di un’apoteosi mistica, dove la condizione terrena è resa capace di una vera fusione con la Grazia. Lo sguardo è spinto senza sforzo proprio lì dove non c’è una culla, dove non ci sono coperte. Il vuoto della stalla accentua però solennemente il consegnarsi dall’alto della Luce del Verbo. Ed ecco, c’è Maria che si fa altare per il suo Gesù. La tenera Madre, è adagiata per terra, come segno della sua totale umiltà davanti all’Altissimo. Con una mano lo accarezza e con l’altra lo protegge. A destra c’è lo sguardo dei pastori che si fa sintesi di adorazione e di estasi: le creature che ritrovano il Creatore.
Dentro questo dinamismo simbolico, la pittura arriva a farsi memoria del fragile spazio umano, cambiato in dimora del Redentore. La scena ci porta a vedere santificata la povertà. Perché dove finisce l’oro, lì inizia la nudità di Dio. È il miracolo di cui non si accorge Erode, perché reso cieco dal potere. Non vedrà, infatti, l’astro luminoso, né l’orizzonte nuovo, verso il quale l’angelo sollecita i pastori. Nel cuore di pietra di Erode è sovrano il buio del peccato: non accoglie Dio, perché non rinuncia a se stesso!
Gesù viene invece come il Re amabile, non come un sovrano temibile, né terribile. Il Suo Regno è un pezzo di pane. Il suo trono è la Pace. L’unico scettro che possiede è il sorriso che risana chiunque è perduto nella tristezza o piagato dalla sofferenza. È il Re che vuole essere riconosciuto in chi non conta, in chi è dimenticato. È il solo Re che annovera tra gli eletti coloro che lo servono nei fratelli. È il Re che invita al suo banchetto solo gli umili e gli ultimi. È il Re, sì, che ci rende ricchi con la sua spoliazione. E l’unica legge che ha stabilito, entrando nelle nostre vite, è l’Amore. Nutre, infatti, il popolo con la nostalgia di Suo Padre. E come baluardo ci ha lasciato la dolcezza di Sua Madre. Non posti d’onore, ma abbracci, come quelli che hanno avuto un inizio senza fine nella stalla di Betlemme. Ecco il Re che contempliamo nella notte Santa. Gesù, il Signore del cielo e della terra. Buon Natale!
Ylenia Fiorenza



