EDITORIALE

NÉ PACE NÉ PANE

Guardare alla durezza di cuore nelle trattative, alla mancanza di strade di pace, ai bombardamenti contro persone che, in fila, silenziosi, disperati e sfigurati, chiedono solo pane, ci porta inevitabilmente alle radici, all’infanzia di Gesù, che ebbe come patria propria la Palestina, lui che sfuggì alla persecuzione spietata di Erode. La domanda che ci interpella è la seguente: a cosa conviene essere esperti sul piano militare e perdere la propria umanità?

Davanti ai molti Erode del nostro tempo, sentiamo, sì, forte il monito del Vangelo: «Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?» (Mc 8,36). Quale può mai essere il vantaggio? La storia ha sempre dimostrato che, a lungo andare, tutte le strade bellicose portano ad una vera rovina per sé e per coloro che gemono e soffrono dentro l’inferno della prevaricazione. “E’ l’inganno della potenza” – come ben scrive il noto giornalista Mauro Magatti, nell’editoriale dell’Avvenire di sabato 5 luglio 2025. Così infatti motiva la sua analisi: “Accettare passivamente la violenza, l’ingiustizia e la distruzione significa rinunciare a ciò che ci rende umani, ossa la capacità di reagire, di immaginare alternative, di costruire un mondo diverso!”. Per questo mette a confronto due realtà opposte, che ora sono ben fisse nelle mani dell’umanità, con conseguenze opposte. Da una parte la forza strumentale e dall’altra la saggezza morale, come ben ci descriveva Papa Francesco nella sua Enciclica Laudato Si, di crescente attualità, quando denunciava che: «Abbiamo troppi mezzi per scarsi e rachitici fini» (n. 203). Perciò la tecnica crea l’impressione di poter sciogliere i nodi della storia con mezzi sempre più potenti, ma poi in realtà lascia i cuori vuoti, danneggiati per generazioni, con ferite che si rimargineranno troppo tardivamente. Gli obiettivi, agognati e propagandati, non portano alla pace, non creano futuro, non danno sicurezza. Il mondo non può avere come basi le propagande.

L’odio non ha mani per modellare il futuro!

Ecco perché allora è l’aspetto antropologico che va curato, in modo sempre più deciso e convinto! La pace vera va costruita su quel ponte solido che garantisca l’incontro tra il pensare e il sentire; tra l’individuo e la comunità; tra l’essere umano con le sue potenzialità e la terra con le sue fragilità.

La forza della santitàsul sentiero della pace.

Sono diverse e fortemente esemplari le figure di sante che festeggiamo in mesi estivi. Ogni santo lascia nel cuore una scia di serenità e di speranza. Ma alcune figure femminili ci parlano con tono accorato. Parlano di pace, poiché anch’esse, nel loro tempo, hanno dovuto affrontare litigi, guerre, avversità ed anche mortali scontri diretti. E proprio in queste avversità ci hanno lasciato un chiaro percorso di pace, da seguire.

Un esempio eroico ce lo ha donato santa Elisabetta di Portogallo (1271-1336), regina giovanissima, capace di far maturare anche un marito inquieto e voglioso. Lei porta pace tra il figlio e il genero sempre bellicosi. Fa perciò piacere pregare con la coletta della sua festa (4 luglio), benedicendo il Signore perché Elisabetta ha avuto il dono mirabile di riconciliare tra di loro i nemici Ed ecco perché chiediamo a Dio di essere anche noi operatori di pace, per essere chiamati Figli di Dio!”.

E non pensiamo solo alla realtà delle famiglie in tensione. Ma entriamo anche dentro i conventi, spesso luogo di difficile convivenza pacifica. Come avvenne per una santa trentina che festeggiamo il 9 luglio, santa Paolina Visintainer, nativa delle vallate dolomitiche, zone belle ma povere sul finire dell’ottocento. Per questo, furono attraversate dalla ondata di migrazioni verso il Brasile, riempiendo di laboriosa gente trentina intere province della vastissima nazione sudamericana, con positivi frutti sociali.

Paolina ha un cuore grande e si impietosisce soprattutto dei Mori, schiavi di fatto nelle immense fazende agricole brasiliane. La schiavitù in Brasile era stata abolita, sul piano giuridico; ma non sul piano della povertà reale. Attorno allo zelo fattivo di Paolina si raccolgono altre ragazze, una piccola comunità che viene approvata dal vescovo di Curitiba, con il nome di piccole Suore dell’Immacolata Concezione. Lei è superiora della sua comunità, ma deve affrontare prove durissime, perché ad un certo punto viene esautorata dalle sue stesse suore, andando incontro a dolorose tensioni morali e fisiche, fino alla cecità. Lei tace, soffre in silenzio, affronta situazioni impensabili. È il morire del chicco di grano, che cresce nell’ombra, da solo, per dare poi alla stessa sua comunità una vitalità inattesa, riconosciuta tardivamente. Semina speranza, proprio dentro il tessuto di invidie e gelosie, che sono la ragnatela della morte, che lei sconfigge con il suo silenzio adorante. Ieri ed oggi, la vita spirituale e sociale cresce proprio così, nel morire per dare vita! In Brasile come in Molise o in Palestina!

Ma la figura più eloquente, sul piano del perdono, è santa Maria Goretti, che festeggiamo il 6 di luglio. La sua vicenda potrebbe essere paragonata, oggi, ad uno dei frequenti casi di femminicidio, ma la sua storia, letta in profondità, ha uno spazio ben maggiore e più significativo. Dietro vi è la realtà vergognosa di un lavoro umiliante, nell’Agro pontino, con le numerose morti di malaria. Anche il papà di Maria, a soli 41 anni, cui si aggiunge la convivenza forzata di altre famiglie vicine.

I figli sono tanti, il lavoro nei campi è duro, il tempo libero nullo. Maria non ha né giochi né scuola. È analfabeta, ma ha un animo dove soffia lo Spirito santo, nella educazione religiosa dei fratellini.

La sua storia si fa tragedia per la voglia di possesso, da parte di un vicino di casa, Alessandro. È un ragazzo chiuso, scontroso, senza la mamma. La tragedia è nel pomeriggio del luglio 1902, alle Ferriere di Conca. Alessandro sa che è sola e si precipita in casa, con malvage intenzioni. In mano ha un punteruolo, ma nel cuore ha soprattutto una voglia di uccidere, perché la vuole tutta sua! Marietta si difende, lo ferma, gli parla. Ma lui non ascolta.

I colpi del punteruolo le straziano il ventre. La gravità è subito constatata. All’ospedale infatti di Nettuno tentano invano una ricucitura. Ma nella notte Marietta si aggrava e muore il giorno dopo. Il parroco aveva fatto in tempo a farle visita, con la eroica domanda: vuoi perdonare Alessandro? Si – risponde lei – per amore di Gesù lo perdono e desidero che venta vicino a me in paradiso!

Questo è il vero cammino dell’umanità. Queste le parole che salvano e aprono le tanto sperate strade di pace, per tutti i popoli!

Padre GianCarlo Bregantini, Vescovo emerito