CULTURA E TERRITORIO

IL CULTO DELLE RELIQUIE TRA FEDE E MEMORIA

Occasione di conversione o semplice “operazione nostalgia”? Tra peregrinatio e devozione popolare, il senso autentico delle reliquie.

Anche la nostra diocesi ha vissuto, proprio in queste settimane pasquali di aprile, un lodevole impegno spirituale grazie al contatto anche fisico con i “resti” o, almeno, con una minima parte del corpo di alcuni testimoni significativi della fede cristiana. Non solo, tuttavia, del loro corpo, ma anche di qualche oggetto legato in qualche modo alla loro quotidianità o, se si vuole, alla loro testimonianza. Se infatti, dal 6 al 10 di aprile, è stata la reliquia di santa Bernadette Soubirous, la veggente di Lourdes, a visitare in successione le comunità di Ripalimosani, Monacilioni, Pietracatella e Macchia Valfortore, dal 16 al 18 aprile è stata invece la preziosa teca con alcuni resti mortali di Giuseppe Moscati, il santo medico napoletano, a far visita, in modo particolare, alle case di cura e ai reparti ospedalieri presenti nel territorio della città capoluogo di regione. Ad ulteriore coronamento di tali iniziative, ed in concomitanza con l’ottavo centenario della morte di san Francesco, i conventi di Campobasso e di Sant’Elia a Pianisi avranno, a loro volta, la gioia di accogliere fra le loro mura, fra l’11 ed il 15 giugno prossimi, la reliquia, ugualmente preziosa e cara alla pietà popolare, del mantello del Poverello di Assisi.

Ora, come si può facilmente constatare, ci si trova di fronte alla riproposizione – evidentemente contestualizzata entro un ambito cronologico e sociale del tutto nuovo – di due eventi oltremodo legati alla storiografia cristiana: quello della peregrinatio e quello relativo al culto delle reliquie. Quanto al primo termine, ci si trova di fronte a un sostantivo dalla chiara derivazione latina che indica il viaggio, l’andare erranti di qua e di là o, in ultima istanza, anche il pellegrinaggio. Il vocabolo descrive, in particolar modo, il pellegrinaggio come un allontanamento dalla propria terra, spesso inteso metaforicamente anche come cammino interiore verso un luogo sacro, reale o simbolico. In tal senso può riferirsi sia al viaggiare devozionale sia all’azione di “vagare”. Ecco allora che la peregrinatio o, sarebbe più corretto dire, le peregrinationes di santa Bernadette, di san Giuseppe Moscati lungo le nostre contrade appaiono come il pellegrinaggio itinerante di questi modelli di fede lungo la diocesi campobassana. Un cammino fisico che, evidentemente, non può non richiamare i cammini, non meno faticosi, dei nostri antenati che, in spirito di penitenza e di preghiera, si ponevano spesso in cammino, facendo leva unicamente sulle proprie forze e sulla propria capacità di resistenza alle tappe di un lungo viaggio, verso le impervie salite del monte Gargano o verso il Partenio, l’attuale Montevergine nell’Irpinia. Ma perché, verrebbe da chiedersi a questo punto, si affrontavano tali e tanti sacrifici? Non sarebbe bastato pregare stando comodamente a casa, evitando magari di imbattersi – come purtroppo accadeva di frequente – in disavventure lungo il viaggio? Si può rispondere correttamente a questa domanda solo tenendo presente il diverso atteggiamento di devozione che animava i nostri progenitori, rispetto ai tempi moderni, nei confronti del “santo”. Nei confronti di quest’ultimo, infatti, si nutriva non solo una inveterata fiducia, ma il desiderio innato di volerlo a tutti i costi “vedere”, affinché, anche solo da un sì breve contatto fisico, potesse sorgere o rinnovarsi nell’animo della persona a lui devota il desiderio di imitarne le virtù e di avere, di conseguenza, la certezza della sua potente intercessione nei momenti più importanti della vita. È dunque unicamente in questa prospettiva che si riesce a comprendere in maniera compiuta il fenomeno, spirituale e umano insieme, legato al culto delle reliquie.

Anche in questo caso è sempre la nostra lingua madre per eccellenza, cioè il latino, a venirci incontro per dare il senso più compiuto del termine in questione. “Reliquie”, in effetti, non è altro che il volgarizzamento del sostantivo femminile latino reliquiae, a sua volta derivante dall’aggettivo a tre uscite reliquus, che significa «restante». Di conseguenza, il nostro vocabolo non fa altro che indicare i resti mortali o gli oggetti che sono stati a contatto con il corpo di un santo o di un beato di cui la Chiesa ha autorizzato il culto pubblico. Fu il II Concilio di Nicea (787) ad affermare la piena liceità del culto delle reliquie e a proibirne il commercio. La venerazione delle reliquie ha pertanto come unica giustificazione e scopo quello di proclamare le meraviglie di Cristo nei suoi servi, offrendo ai fedeli un esempio da imitare. Si legge in proposito nella Costituzione Sacrosanctum Concilium sulla sacra liturgia del 1963: «La Chiesa, secondo la sua tradizione, venera i santi e tiene in onore le loro reliquie autentiche e le loro immagini» (n. 111). È anche espressione di riverenza per il corpo, chiamato ad entrare nella comunione con Dio al momento della risurrezione della carne. I primi cristiani cominciarono a erigere santuari e altari sopra le tombe dei martiri; da ciò è poi derivata la consuetudine di includere, in ogni altare, le reliquie dei martiri o di altri santi.

Pur nella loro brevità, queste considerazioni vogliono evidenziare un dato incontrovertibile e che, purtroppo, non sempre viene tenuto nella debita considerazione da parte delle nostre comunità: le reliquie non vanno venerate come una sorta di amuleto, ma rappresentano un legame tangibile tra il divino e la terra. Il loro culto, pertanto, deve manifestarsi non tanto come adorazione, ma come occasione propizia per favorire la preghiera. In simile prospettiva ben si comprende come, da sempre, le reliquie siano classificate in tre livelli principali, secondo le definizioni della Chiesa: 1) reliquie di prima classe (parti del corpo del Santo; es. frammenti ossei); 2) reliquie di seconda classe (oggetti personali o vestiti usati dal Santo; es. una veste o il mantello nel caso di san Francesco); 3) reliquie di terza classe (oggetti che sono stati toccati da una reliquia di prima classe; es. rosari, stoffe). L’esperienza dell’incontro personale con una reliquia o con un oggetto caro all’esperienza terrena di un santo, lungi dal costituire un semplice momento di folclore o un’occasione magari unica, all’interno della propria esperienza di credente o di devoto, per avvicinarsi alla fisicità concreta di un testimone della fede, dovrebbe tendere invece a rinsaldare l’incontro con il Signore, certo attraverso la mediazione del santo del quale abbiamo la sorte di osservare, seppure in parte, un frammento della sua corporeità. Senza dunque dimenticare che quel frammento osseo o quel mantello non sono dei semplici reperti “archeologici”, magari da immortalare mediante un immancabile selfie, ma piuttosto dei richiami alla bellezza dell’umanità santamente concepita e votata al senso del divino.

 Prof. Giuseppe Carozza