Carità e impegno sociale

PROMUOVERE LA NONVIOLENZA E LA FRATERNITÀ NEL MONDO DI OGGI

«Non essere complici del male significa educare le nuove generazioni alla convivenza e al rispetto dell’altro»

L’evento

Il 28 gennaio scorso, presso la Cripta di Sant’Antonio di Padova, l’Arcidiocesi di Campobasso e la comunità locale hanno incontrato mons. Giovanni Ricchiuti, presidente nazionale di Pax Christi.

Oggetto dell’incontro una riflessione sul tema “Verso una pace disarmata e disarmante”, dalla sollecitazione rivolta da Papa Leone XIV alla comunità intera.

Come mons. Colaianni ha evidenziato, “si prova a parlare di pace con la pace”.

Dopo aver fatto un breve excursus sulla nascita di Pax Christi (1945, dopo la seconda guerra mondiale che causò oltre 50 milioni di morti), mons. Ricchiuti ha affermato che la pace è un lungo percorso, una sfida complessa, un impegno che tocca molte dimensioni della vita personale e sociale e che chiede un discernimento attento.

Non può esplicitarsi esclusivamente in un proclama o in un’elencazione di pensieri, ma, al contrario, la promozione della pace deve declinarsi con l’educazione al riconoscimento dell’altro, trovando “vie di convivenza e riconciliazione”.

Deve “diventare un’indicazione chiara e diffusa, testata d’angolo delle scelte pastorali ed educative” come chiaramente esplicitato nella “Nota pastorale Educare a una pace disarmata e disarmante” della CEI (novembre 2025).

Attualmente nel mondo vi sono oltre 60 conflitti, un mondo incendiato dall’odio, ma soprattutto dalle brame di potere di pochi aspiranti imperatori del mondo intero che, come moderni Erodi, uccidono persone innocenti che attraversano le loro strade — donne, bambini, anziani che nulla hanno a che fare con le guerre.

Oggi il mondo è “sconvolto nell’ordine dei valori e mescolando il male col bene, gli individui e i gruppi guardano solamente agli interessi propri e non a quelli degli altri; così il mondo cessa di essere il campo di una genuina fraternità, mentre invece l’aumento della potenza umana minaccia di distruggere ormai lo stesso genere umano” (Gaudium et spes, n. 37).

È in famiglia e a scuola che si comincia ad apprendere la nonviolenza con l’uso delle parole “disarmate e disarmanti”, determinanti per diventare “operatori, costruttori di pace, architetti di pace” del futuro. Ogni cambiamento ha bisogno di un cammino educativo per far maturare una nuova solidarietà universale e una società più accogliente.

Nella società civile e nella politica, urlata e sorda ai bisogni delle persone, si dovrebbero attuare i principi della solidarietà e dello sviluppo, oggi nuovi nomi della pace, per evitare che la corsa agli armamenti e la proliferazione di nuove armi nucleari diventino, nell’indifferenza collettiva, l’unica politica possibile.  È attraverso la creazione di nuovi nemici che si opera una distrazione di massa dai reali problemi che affliggono il mondo oggi: l’umanità e l’ambiente continuamente violati.

La pace non riguarda solo la Chiesa, ma interpella le coscienze di tutti, in primis della politica, delle istituzioni e della società civile. Le risorse impiegate (molti miliardi) in armi (costruite anche in Italia) sottraggono fondi alle politiche sociali, all’istruzione e alla sanità, con conseguente impoverimento (voluto) della società.

Assistere silenti ed attoniti a quanto quotidianamente accade oggi non vuol dire essere impotenti, ma significa essere complici, corresponsabili del male. Come ben ricordava papa Francesco: “la guerra è una pazzia, è sacrilegio, è omicidio del fratello”, la pace, al contrario, è fondata sulla fraternità, sostituendo la narrazione dell’omicidio di Abele, sangue innocente versato, pure accaduto, con l’abbraccio fraterno che dimentica il torto subito. “Mai più guerra!”

Impegno

Facciano nostro, allora, l’invito di papa Leone XIV: Auspico, allora, che ogni Diocesi possa promuovere percorsi di educazione alla nonviolenza, iniziative di mediazione nei conflitti locali, progetti di accoglienza che trasformino la paura dell’altro in opportunità di incontro.

Ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. La pace non è un’utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione. E che chiede oggi, più che mai, la nostra presenza vigile e generativa (LEONE XIV, Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana, 17 giugno 2025).

Silvana Maglione