UN’UMANITÀ FERITA ATTENDE UN ANNUNCIO DI PACE

UN BAMBINO NELLA NOTTE DELLE GUERRE

La luce che nasce dove il mondo sanguina

VATICAN MEDIA

 

Quanti bambini vivono le sofferenze della notte delle guerre! Li vediamo ogni giorno: in televisione, sui social, qualche volta persino nei nostri cuori.

Eppure, per loro e per il mondo intero, c’è un bambino particolare che annuncia la pace e dissipa le oscurità del conflitto.

Con l’avvicinarsi della nascita di Cristo si apre un tempo di luce e speranza, un tempo che richiama i valori di pace, amore e misericordia portati da Lui. Il Natale non è solo una commemorazione storica o un rito religioso: è un invito a rinnovare lo spirito umano e a riflettere sul significato di amore, uguaglianza e tolleranza per il bene e la pace sulla terra. “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra…”

In questo orizzonte di pace, nel pieno dell’Avvento, si colloca la visita di Papa Leone XIV in Libano dal 30 novembre al 2 dicembre 2025. Il viaggio è stato presentato come un pellegrinaggio di pace, “Beati gli operatori di pace…”, e come un ponte di dialogo interreligioso e riconciliazione in una regione profondamente segnata da conflitti e divisioni.

La pace, come fiamma natalizia che illumina l’oscurità, è giunta in Libano con il Papa; e il versetto evangelico di Matteo non è risuonato come semplice parola, ma come impulso che risveglia le coscienze: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Matteo 5,9).

Pur stringendo la mano a leader ricchi e benedicendo coloro che avevano alimentato la corruzione, sperando nella loro conversione, Papa Leone XIV è apparso in Libano umile, quasi portasse sulle spalle i pesi del mondo. Sembrava conoscere a fondo i meccanismi interni del paese, come se ne avesse letto migliaia di pagine. Nelle sue parole non descriveva soltanto il Libano: ne leggeva l’anima, indicando il punto in cui la ferita smette di sanguinare e inizia a emergere un senso nuovo — la pace che nasce dall’interno prima che dall’esterno.

Richiamandosi a Cristo, “Principe della Pace” (Isaia 9,6), ricordava che il Suo Vangelo è un Vangelo di riconciliazione, e che il Suo Regno non si fonda sulla lotta per il potere, ma su “giustizia, pace e gioia nello Spirito” (Romani 14,17). Per il Papa, il Libano, sfiancato e portatore della sua croce fino quasi a spezzarsi, resta capace di resurrezione se comprende che il dolore non è una fine, ma una porta che si apre alla trasformazione.

Al di là delle celebrazioni e dell’accoglienza, vedeva il Sud sanguinante, il Nord ferito, la Beqaa abbandonata, la periferia di Beirut ridotta a macerie della memoria. Negli applausi dei giovani riconosceva l’eco della loro paura: paura del futuro, delle armi incontrollate, della catastrofe economica, dei corrotti al potere, della migrazione silenziosa che attraversa i mari fino alla morte. Dietro la rara bellezza con cui Dio ha adornato il Libano, scorgeva forze oscure che lo deturpano con esplosioni e colpi di cannone al posto del Cantico dei Cantici. E vedeva povertà, dolore, ferite, disperazione. Negli occhi dei bambini, vedeva il vuoto di una mangiatoia in cui un Salvatore non è ancora nato.

Di fronte a tutto questo, la sua voce annunciava un bambino portatore di luce: “Il Regno di Dio… è un ramo, un piccolo ramo che cresce da un ceppo” (Isaia 11,1).

Questo piccolo ramo promette una nuova nascita quando tutto sembra morto: così viene annunciata la venuta di Cristo. Egli viene come un ramo tenero, visibile solo a chi sa vedere i dettagli nascosti della storia, le tracce di Dio nelle pieghe più dolorose. È un segno anche per noi: saper riconoscere le piccole luci nella notte, i germogli che spuntano nel deserto della storia, i semi nascosti nel terreno sterile del presente. È il Verbo incarnato che ci invita a vedere queste luci e questi germogli che aprono la porta della speranza.

Il messaggio del Papa e il significato della sua visita in Libano – terra di grande diversità religiosa e culturale, ma anche di crisi politiche, economiche e sociali – assumono un valore speciale alla luce del Natale e del Bambino della Mangiatoia che illumina la notte delle guerre con la pace cristiana. Una pace che non è circostanza esterna né miracolo calato dall’alto, ma moto interiore che si espande mentre il mondo si restringe: purificazione del cuore dalla lussuria, liberazione dall’avidità, passaggio verso un’essenza più profonda, non toccata dai tumulti.

È questo che il Papa è venuto a ricordare con voce calma e carica di un appello potente: la riforma inizia quando l’uomo osa affrontare l’oscurità, non quando si limita a ripetere slogan.

La sua preghiera nel luogo dell’esplosione del porto di Beirut del 2020, la visita all’ospedale psichiatrico, il dialogo con le altre religioni, la Messa con il popolo, i gesti di vicinanza e di solidarietà: tutto ciò è come un’anticipazione concreta dei valori del Natale — amore, attenzione ai poveri, speranza per chi soffre e pace per tutti.

Da una prospettiva sociale e spirituale, Natale e visita papale si uniscono in un unico messaggio: speranza, tolleranza, misericordia, impegno per il bene comune. Come Cristo porta la luce al mondo, il Papa ricorda ai libanesi che dialogo, rispetto e convivenza sono possibili, e che ogni passo verso l’unità è un passo verso la pace vera.

Il Papa lo ha riassunto in due parole: la pace “è un desiderio e una vocazione”.

La nascita di Cristo e la visita del Papa condividono dunque un significato essenziale: nuovi inizi, vittoria sulla disperazione e sul conflitto, rinnovamento dello spirito fraterno e umano. È un tempo di riflessione e un’opportunità per rinnovare l’impegno verso amore e pace, costruendo insieme un Libano migliore mentre celebriamo la luce di Cristo che illumina ogni cuore e tutte le notti delle guerre.

Padre Abdoo Raad