
“A Santa Caterina, si coglie bianca e nira”. Questo è l’adagio che mia nonna Pina ripeteva il 25 novembre, festa di Santa Caterina d’Alessandria, data che segnava l’inizio della raccolta delle olive in paese. Ora le stagioni sono cambiate e la campagna olearia è anticipata di almeno un mese. Erano giornate fredde e spesso nebbiose, ma lo stare in compagnia di parenti e amici faceva pesare di meno la fatica del raccogliere e riempire i sacchi di juta, che poi si provvedeva a caricare sull’asino diretto al frantoio. Quando ho partecipato personalmente, l’asino era stato sostituito dai più moderni trattori, così come i sacchi e le modalità di raccolta. Io ricordo bene tutte le fasi di preparazione. La squadra di lavoro era composta da un minimo di tre persone fino a raggiungerne anche otto. Vestiti “a cipolla”, ci si organizzava con teli, rastrelli, guanti, cassette e cibo per il pranzo al sacco. Giunti sul luogo, si stendevano i teli a terra, sistemati in modo da abbracciare tutto il tronco e coprire un’area di diametro più grande della chioma dell’albero. Con i rastrelli o anche a mano si “pettinavano” i rami e gli acini cadevano a terra. Il raccolto veniva stipato in cassette aperte, onde evitare che i frutti ammuffissero, infine venivano trasportati in frantoio. Ora sono a disposizione moderni abbacchiatori, ovvero strumenti meccanici che velocizzano le operazioni di raccolta. Segue la pesatura, dentro al defogliatore si tolgono rami e foglie, i frutti vengono quindi lavati, si passa poi alla frangitura, alla gramolatura, alla centrifugazione della pasta. Quest’ultima operazione permette di estrarre l’olio extravergine, una volta che la pasta è passata nel separatore, che elimina l’acqua in eccesso. In Molise si produce un olio ottimo poiché vi sono tipologie autoctone di olivo, che portano rese eccezionali. Certamente curare gli alberi richiede tempo e competenza: è necessaria la potatura delle piante, la concimazione e poi confidare in un clima favorevole alla fioritura e che eviti la formazione della mosca olearia. Nelle fasi della raccolta, un momento senz’altro più gioioso e atteso è il pasto. Si preparavano panini imbottiti con l’irrinunciabile frittata o anche con formaggio e salsiccia, accompagnati da un bicchiere di buon vino rosso e qualche dolcetto come le scurpelle, fatte con pasta di pane lievitata, fritte e poi intinte nello zucchero. Un’autentica prelibatezza che anticipa i sapori e gli odori del cibo natalizio.
L’olivo è una pianta affascinante, simbolica e ricca di storia. Anzitutto è emblema di pace. L’Orto del Getsemani, detto anche Orto degli Ulivi, è il luogo sacro di tutta la Cristianità perché in quel posto ha inizio il dramma della Passione di Gesù. Oggi purtroppo la pace manca, si cerca di dare un segnale, anche organizzando eventi che coinvolgano la collettività.
Il 26 ottobre si è celebrata la IX edizione della Camminata tra gli Olivi che ha interessato oltre 150 città italiane. Si tratta di una grande mobilitazione popolare che crea unione tra i cittadini attorno allo slogan “Coltiviamo la Pace” ed è terminata l’11 novembre al Parco della Pace di Hiroshima, in occasione degli 80 anni dal bombardamento atomico. In Molise hanno aderito: Guardialfiera, San Martino in Pensilis, Isernia, Larino e Termoli. Sono state organizzate passeggiate tra gli olivi, visite in aziende frantoiane, raccolta delle olive, oltre che piantumazione di alberi, letture e riflessioni sul concetto di pace. Piantare un albero di olivo nel proprio territorio è una testimonianza dell’impegno concreto di mettere radici, di sperare e lottare per un futuro di pace.
L’olivo è pure una pianta forte, che resiste alle condizioni avverse. Questa caratteristica riflette sulla forza dello spirito umano, che ha la capacità di affrontare e superare le difficoltà che si possono presentare nel vivere quotidiano. L’uomo dunque ha un’elevata resilienza che ben si sposa con l’olivo. Il rito della raccolta delle olive avviene con cadenza annuale: questa ciclicità rappresenta la fiducia che l’uomo ha verso il futuro, la forza di non scoraggiarsi e di guardare oltre, con speranza e con l’abnilità di innovare e innovarsi.
Nella Bibbia l’albero dell’olivo è menzionato molto spesso e assume molteplici significati. Il “ramoscello d’ulivo” è il segno del patto tra Dio e l’umanità. La figura di Cristo rappresenta il nuovo “ulivo”, dalla cui sofferenza nascono la pace e la riconciliazione. I ramoscelli d’olivo benedetti nella liturgia della Domenica delle Palme vengono scambiati e conservati nelle case come simbolo e auspicio di pace. La colomba inviata da Noè per vedere se le acque del diluvio universale si fossero ritirate torna a lui recando nel becco un ramoscello d’olivo, come segno di rinascita. Nei rituali cristiani del battesimo e della cresima si utilizza l’olio d’olivo, così come nell’unzione degli infermi. Un gesto che dona conforto, sostegno al malato e speranza a chi è affetto da una malattia. L’olio è utilizzato anche per la consacrazione degli altari delle nuove chiese, a testimonianza del sacrificio di Cristo.
L’olivo ha anche la caratteristica del doppio colore: le foglie sono di verde scuro dal lato superiore e verde chiaro argenteo nel lato inferiore. Questo colore particolare crea una luminosità tipica che ha ispirato diversi pittori, primo fra i quali Vincent van Gogh. Nei suoi dipinti l’ulivo è un elemento presente nei quadri che ha realizzato durante il suo soggiorno a Saint-Rémy-de-Provence. La tecnica utilizzata era quella di pennellate dense per creare movimenti vorticosi e colori accesi, in contrasto tra loro, come il giallo e il blu, il verde e il bronzo. Probabilmente l’ulivo rappresentava per l’artista la vita e la forza che ricavava dall’osservazione della natura.
All’olivo si potrebbe dare anche l’interpretazione della condivisione. Le risorse che Dio concede agli uomini non giungono se non vengono condivise. “Quando bacchierai i tuoi ulivi, non tornare a ripassare i rami. Sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova” (Dt 24,19).
Questi versi del Deuteronomio sottolineano come è necessario condividere con gli altri, specialmente gli indigenti e i bisognosi, ciò che ci viene donato dalla natura.
I frutti della terra devono essere distribuiti in maniera più ampia per vivere in una società più dignitosa, che protegge il diritto dei poveri a essere nutriti con il cibo che si è contribuito a procurare loro.
Mariarosaria Di Renzo



