«Sant’Antonio è stato un esempio di forza e determinazione
perché ha abbandonato le sue ricchezze per farsi
povero e nutrirsi della ricchezza che Dio gli offriva»
Il culto per Sant’Antonio di Padova, la cui memoria cade il 13 giugno, è molto sentito in Molise. In tante comunità viene festeggiato il giorno del dies natalis, in altre viene abbinata a Corpus Domini e al Sacro Cuore. La venerazione per il santo portoghese ha incoraggiato la fondazione di diverse associazioni che portano il suo nome e organizzano la festa nel proprio borgo. A Monacilioni, paesino in provincia di Campobasso, è interessante ricordare la tradizione dei “monacelli”, ovvero dei bambini che indossano il saio come il santo. In passato, c’era un vero e proprio rito che consisteva nel vestire il fanciullo davanti alla statua processionale e alla presenza del parroco. Il signor Mario Mezzacappa, componente del Comitato festa, mi ha raccontato che, quando il bambino raggiungeva l’anno di vita, la mamma provvedeva a confezionare il saio e poi si recavano in chiesa. Il pargolo veniva vestito davanti al prete e all’effigie del santo. Lo indossava ogni martedì per tredici mesi, trascorsi i quali ritornava con la madre in chiesa e, sempre davanti alla statua e al parroco, si spogliava dell’abitino. Tutto questo a dimostrazione della fortissima devozione nei confronti del “santo dei miracoli”. Il culto era talmente grande che le famiglie o i bambini stessi prenotavano il saio, recandosi dalla famiglia di Antonio e Rosa Goffredo, Antonio furnarelle, per essere sicuri di averlo. Anche la processione era caratteristica: sfilavano i bambini vestiti con il saio e con in mano il giglio o la candela accesa (molti sai infatti erano imbrattati di cera), i cavalli addobbati con coperte ricamate, fiori e pennacchi realizzati con canne e coccarde di carta colorata. La presenza dei cavalli deriva da una tradizione che mio nonno, Ignazio Nicola Di Renzo, ha portato a Monacilioni negli anni ’30, quando si trasferì da Gambatesa. Così come il pane offerto dalla famiglia Porfirio, arrivata da Gildone. Esso viene posto in grosse ceste e portato sul capo dalle signore che utilizzano la spara (cercine). Trattasi di un fazzoletto avvolto a forma di ciambella che attutisce il peso. Sfilano poi i cavalli e i carretti addobbati con fiori freschi colorati e drappi ricamati.
Anche a Pietracatella nei giorni del 12 e 13 giugno si celebra una grande devozione a Sant’Antonio di Padova. Il signor Saverio Pasquale, presidente dell’associazione onlus “Sant’Antonio Pietracatella”, mi ha detto che la sera del 12 viene organizzata una fiaccolata nella quale sfilano i cavalli delle associazioni “I Cavalieri della Morgia” e “I cavalieri dei Sentieri Antichi”. Si accende poi un grande fuoco, u lavt, con le ginestre secche che, con il loro scoppiettìo, creano un’atmosfera particolare. Alla solenne processione, partecipano i “monachèll(i)”, cioè i bambini vestiti col saio, i carretti trainati dalle pecorelle, sui quali in passato erano posti i bimbi che non ancora camminavano, vestiti sempre col saio. Oggi ne approfittano anche i più grandi, per evitare di compiere a piedi il percorso della processione. Seguono le “panicelle”, ovvero il pane benedetto, poi distribuito ai fedeli e i cavalli adornati con un mantello marrone, sul quale sono ricamate le lettere S e A. Durante il percorso c’è la benedizione dei mezzi agricoli.
Con molta probabilità, la presenza degli equini è dovuta, come spiegatomi da Mauro Gioielli, a un miracolo, noto come il “miracolo della mula”, che il santo avrebbe compiuto a Rimini nel 1227.
Egli fu sfidato da un certo Bonovillo, eretico càtaro. Costui disse ad Antonio che avrebbe creduto che l’ostia fosse il Corpo di Cristo solo se la sua giumenta vi si fosse inginocchiata. L’uomo tenne l’equino digiuno per alcuni giorni e poi lo portò in chiesa, al cospetto del santo che aveva in mano l’ostia consacrata. La giumenta ignorò il fieno offertole dal padrone e si inginocchiò davanti all’ostia.
Mi piace narrare anche l’aneddoto dell’amico Giuseppe, originario di Pietracatella, il quale fin dall’anno di vita indossava il saio di sant’Antonio nel giorno della festa. La sua famiglia ha sempre nutrito una forte devozione nei confronti del santo, al punto da aggiungere il nome Antonino al proprio. Ricorda che era sempre emozionante onorarlo, indossando l’abito.
Le due comunità menzionate sono solo alcune di quelle presso le quali si onora Sant’Antonio di Padova. A Campolieto, Castellino del Biferno, Oratino, Petrella Tifernina, Sant’Elia a Pianisi è tradizione accendere fuochi e riunire le persone per trascorrere un momento di preghiera e condivisione. A Jelsi è consuetudine festeggiare Sant’Antonio in agosto tant’è che si suole parlare di “santo rinaticcio”, a significare santo rievocato in un periodo successivo alla ricorrenza.
A Campobasso, nella chiesa a lui intitolata, l’arcivescovo Colaianni ha presieduto la messa solenne. Nell’omelia ha sottolineato le virtù del santo taumaturgo esortando i fedeli a seguirne l’esempio. Ha rammentato la frase: “Cessino le parole e parlino le opere”, che caratterizzava le sue prediche. Egli infatti è stato un esempio di forza e determinazione perché ha abbandonato le sue ricchezze per farsi povero e nutrirsi della ricchezza che Dio gli offriva. Per Sant’Antonio, l’amore era triplice: al primo posto l’amore per Dio, poi per il prossimo e infine quello per se stessi. L’ultimo và buttato fuori perchè crescano gli altri due. Noi fedeli siamo portati a imitare sant’Antonio, facendoci testimoni della parola di questo santo eroico, così come lo definisce fra Giovanni Dicosola, parroco della chiesa. Dopo la processione è stato distribuito il pane benedetto dai volontari della parrocchia.
A Isernia la “Confraternita di Sant’Antonio” organizza la festa del santo, la cui effigie è custodita all’interno della cappella (Cappellone) che si trova nella chiesa di San Francesco. La statua viene vestita con l’abito regale e addobbata con ex voto costituiti da orecchini, bracciali, spille, anelli. Alla processione partecipano i cavalli bardati con drappi vistosi e nastri colorati, quasi tutti di proprietà delle comunità Rom che vivono nella cittadina pentra.
Nonostante il Molise abbia un numero non elevato di abitanti, è una regione in cui ci si impegna fortemente per onorare Sant’Antonio. L’auspicio è che non manchi mai il supporto a tutti coloro che, a vario titolo, si adoperano per mantenere vive le espressioni di fede e devozione nei confronti di un santo tanto amato.
Mariarosaria Di Renzo




