GIUBILEO E LETTERATURA

LA VOCE DEI POETI DELLE ORIGINI

Continuando il nostro percorso giubilare in un’ottica spiccatamente letteraria, con il presente contributo intendiamo evidenziare come non siano pochi i poeti delle origini della letteratura italiana ed europea che, ispirati dall’Anno Santo, hanno messo in versi i loro ricordi giubilari. Gli eventi legati a tale appuntamento, come pure la figura dei pellegrini, hanno ispirato infatti diversi autori sui quali, seppure con l’inevitabile sintesi divulgativa, può tornare utile offrire qualche considerazione. I riferimenti, evidentemente, potrebbero essere davvero tanti; la presente indagine, tuttavia, non potrà che limitarsi ad alcune testimonianze note, in qualche modo, a buona parte dei nostri lettori.

In tal senso, il primo richiamo non può che riferirsi a Jacopone da Todi (1230 circa – 1306). A lui, infatti, che trascorse il primo Anno Santo rinchiuso in un carcere da Bonifacio VIII, dobbiamo uno stupendo laudario, vademecum per ogni Giubileo. All’Anno Santo del 1300 potrebbero alludere i versi del suo testo contro il suddetto pontefice, che inizia con: «O papa Bonifazio, molt’ài iocato al mondo / pensome che iocondo non te ‘n porrai partire!», laddove scrive: «Intro per Santo Petro e per Santa Santoro / mandasti tua famiglia faccenno danza e coro; / li pelegrini tutti scandalizzati fòro, / maledicendo tu’ oro e te e to cavalieri».

Dal celebre francescano “giullare di Dio” eccoci subito a Dante (1265-1321), che pure non amava Bonifacio VIII. Il richiamo qui meriterebbe spazi mai sufficienti. Ricorderemo innanzitutto che l’Alighieri, già nella Vita Nova, aveva tratteggiato la figura del pellegrino («chiunque è fuori de la sua patria»), descrivendo il comportamento di alcuni viaggiatori di passaggio a Firenze («Deh peregrini che pensosi andate»), riconosciuti appunto come romei perché, se fossero stati abitanti di paesi vicini, sarebbero apparsi turbati per la morte di Beatrice.

Quanto al Giubileo, anche se non è sicurissimo, potrebbe avervi partecipato. Mentre è certo che il primo Anno Santo fu all’origine della Divina Commedia, con il viaggio ultraterreno datato al 1300. E allora chi non ricorda, nel XVIII canto dell’Inferno, le terzine che paragonano le file dei peccatori a quelle dei romei su e giù, nel doppio senso di circolazione, lungo Ponte Sant’Angelo? «Come i Roman per l’esercito molto, / l’anno del giubileo, su per lo ponte, / hanno a passar la gente modo colto, / che da l’un lato tutti hanno la fronte, / verso ‘l castello e vanno a Santo Pietro / da l’altra sponda vanno verso ‘l monte».

Altro canto da menzionare è il XXXI del Paradiso. Dante, contemplando angeli e santi nella luce della Trinità, prima paragona il suo stupore a quello d’un pellegrino giunto alla meta che spera di riferire al ritorno a casa i particolari («e spera già ridir com’ello stea»). Poi, contemplando il volto di san Bernardo, sceglie la similitudine con il romeo che fissa il velo della Veronica: «che per l’antica fame non sen sazia / ma dice nel pensier, fin che si mostra: / “Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace, / or fu sì fatta la sembianza vostra?”»

Infine, nel II canto del Purgatorio scopriamo un altro rimando giubilare nell’incontro di Dante con l’amico Casella, collocato tra le anime dei penitenti che scendono dalla barca dell’angelo nocchiero sulla spiaggia del Purgatorio.

Lasciamo a questo punto il Padre della lingua italiana e passiamo al poeta e pellegrino più illustre dell’Anno Santo 1350, Francesco Petrarca (1304-1374), come documentano brani spigolati dai Familiarum Rerum Libri, nei quali si rivolge ad alcuni suoi amici. Come il Boccaccio, al quale scrive: «Or ecco la quinta volta io son in viaggio per Roma, e chi può dirmi se sarà l’ultima, come certamente è di tutte la più felice, perché delle mondane cure più nobile è la cura dell’anima, e più d’ogni gloria mortale degna d’accendere i nostri desideri è la gloria celeste».

Lettere a parte, il Petrarca cantore del Giubileo sta indubbiamente nel Canzoniere. In particolare, nel sonetto in cui la sua irrequieta ricerca del volto di Laura nei profili femminili è raffrontata alle speranze del pellegrino che sogna di vedere la Veronica, la cui presenza è attestata a Roma dal secolo VIII. È indubbio che l’incontro con questo velo singolare, per secoli suscitò davvero sentimenti di religiosa commozione, e a lungo i romei cantarono testi medievali dedicati alla sacra reliquia (l’Ave facies praeclara ai tempi di Innocenzo IV e la Salve sancta facies attribuita a Giovanni XXII).

Ma proseguiamo il nostro viaggio nel tempo. Tra la fine del Medioevo e l’Umanesimo, negli Anni Santi abbondano testi di mercanti diventati cronisti, curiali nelle vesti di diaristi, improvvisati redattori di guide, ma non troviamo poeti noti. Almeno italiani. Di atmosfera giubilare sono gli Epigrammi di un poeta straniero: l’ungherese Csezmicei Jànos, cioè Giano Pannonio. Versi pungenti, rivolti ora all’oste romano che si arricchisce («Goditi, oste, il tuo anno, l’anno del Giubileo»), ora ai pellegrini che arricchiscono Roma e dintorni: «Ispani, Galli, Sclavini, Teutoni, Unni, andate / verso il santo soglio di Pietro, il Portachiavi? / Ma dove correte, stolti, ad arricchire i doganieri laziali? / Ma dunque proprio nessuno si può salvare, in patria?»

Ma, in omaggio alla verità, per l’umanista Pannonio si dovrebbero evocare anche versi più tranquilli.

In ogni caso, come si può facilmente constatare fin da questa piccola antologia evocativa, fin dalle sue origini il Giubileo è occasione, a livello letterario ed artistico in generale, sia di creazioni di altissimo profilo sia, più banalmente, di meno elevati componimenti che, dell’evento sacro in questione, mettono in luce, in maniera talora ironica talora popolareggiante, aspetti meno legati allo spirito e, invece, più connessi a una lettura, per così dire, “turistica” dell’avvenimento.

Giuseppe Carozza