
Può sembrare un’impresa quasi ardua cogliere dei nessi tra l’evento giubilare che stiamo vivendo e la letteratura, tanto più se il tema che è alla base dell’evento in questione fa riferimento alla virtù della speranza, della quale talvolta oggi sembra non esserci più traccia nelle vicende quotidiane della nostra esistenza. Eppure, se la speranza nel mondo contemporaneo può apparire come una sorta di anticaglia, di essa si ha più che mai bisogno. Sue tracce significative si trovano qua e là in opere letterarie, della cui valenza esistenziale spesso non si ha la dovuta contezza né in ambito scolastico né talora, purtroppo, in contesti legati in qualche modo alla vita spirituale delle nostre comunità parrocchiali o ecclesiali.
Premessa essenziale alla comprensione di questo nostro contributo è che in letteratura la speranza non va confusa con le «buone cose di pessimo gusto» elencate da Guido Gozzano (1883-1916) in una sua famosa poesia. L’equivoco potrebbe nascere dal titolo, L’amica di nonna Speranza, nel quale la parola-chiave si indebolisce fino a diventare irrilevante. “Speranza” non è più l’emblema di una virtù teologale, ma un nome proprio, tanto più dolce quanto più fuori moda. Un fantasma del passato, come la ragazza intravista dal poeta in una vecchia fotografia e subito idealizzata nella fantasia di un amore irrealizzabile. Certo, Speranza è il nome della nonna del nostro autore, non dell’amica, che per l’esattezza si chiamava Carlotta, ma la tentazione di ricacciare la speranza nel ripostiglio delle cose antiche resta comunque forte. Del resto, da allora la situazione non ha fatto che peggiorare.
La speranza ci appare un lusso che neppure gli scrittori possono più permettersi. E invece è esattamente quello di cui, ancora oggi, abbiamo più bisogno.
Senza voler troppo insistere sul valore che, alla speranza, hanno inteso dare filosofi antichi e moderni, ci piace in ogni caso evidenziare l’idea di speranza che un grande autore francese, Charles Péguy, celebra in un suo poema del 1911, Il portico del mistero della seconda virtù. Il tono ispirato di queste pagine non deve trarre in inganno. Nato nel 1873 e caduto nel 1914 durante la battaglia della Marna, Péguy non fu affatto uno scrittore, per così dire, consolatorio. Glielo impediva la sua storia personale, che in principio l’aveva fatto aderire ai princìpi del socialismo. All’indomani della conversione al cattolicesimo, avvenuta nel 1907, Péguy si dedicò tra l’altro al ciclo dei Misteri, all’interno del quale il Portico si segnala per felicità di espressione. La «seconda virtù» è proprio la speranza, che nella sua piccolezza si rivela capace di stupire anche Dio. Perché se «la Fede è una Sposa fedele» e «la Carità è una Madre», la Speranza è per Péguy «una bambina», che parrebbe procedere al seguito delle sorelle maggiori e invece le precede. In sua assenza, afferma il poeta, Fede e Carità non sarebbero altro che due donne già avanti negli anni, costrette a concentrarsi su un presente che continuamente sfugge. Solo la piccola di casa «vede ciò che sarà» e ne dà l’annuncio, in una profezia che non perde nulla della sua delicatezza neppure quando si spinge nella notte più oscura per contemplare lo strazio del Calvario. Ed è in nome di questa speranza, fragile e insieme invincibile, che Péguy sceglie di prestare servizio allo scoppio della Grande Guerra, trovando la morte all’età di 41 anni.
Sulla base di queste osservazioni, ormai dovremmo averlo compreso: la speranza spinge all’azione, non invita alla rassegnazione. Lo conferma il più vigoroso testimone della speranza messo in scena dalla letteratura italiana, e cioè il padre Cristoforo dei Promessi sposi. Anche lui, come Péguy, ha dimestichezza con le armi. Conosce il peso della spada, non può dimenticare di aver colpito a morte un avversario con il quale si è scontrato per caso e per motivi di assoluta futilità. Abbracciata la vita religiosa, il litigioso Lodovico prende il nome del servitore caduto per difenderlo e non si stanca di predicare la necessità della speranza, sempre e in qualsiasi occasione. La sua migliore allieva è senza dubbio Lucia, che anche nel momento in cui deve fuggire dal paese in cui è nata e cresciuta conserva nel cuore la certezza che Dio «non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande». Questa, almeno, è la versione dei pensieri della ragazza che Alessandro Manzoni in persona fornisce nella maestosa sinfonia dell’«addio ai monti».
In realtà, la trama dei Promessi sposi potrebbe essere riassunta nei termini di un gioco al rimpiattino con la speranza. La stessa Lucia è sul punto di perderla quando viene portata al castello dell’Innominato, ma ecco che proprio allora la speranza si riaccende nella preghiera e, più ancora, nell’anima tormentata del suo carceriere, che il giorno seguente si presenterà davanti al cardinal Federigo Borromeo animato dalla «speranza confusa di trovare un refrigerio al tormento interno». Conoscitore infallibile del «guazzabuglio del cuore umano», Manzoni è consapevole del fatto che può esistere anche una speranza «scellerata», come quella che agita don Rodrigo nelle sue macchinazioni. La vera speranza, però, non istiga al male, né se ne lascia scoraggiare. Assomiglia alla testardaggine di Renzo, che non esita a varcare i cancelli del lazzaretto per andare in cerca di Lucia. A benedire in via definitiva la storia sarà, ancora una volta, padre Cristoforo, che affida ai due innamorati la più semplice e impegnativa delle consegne: «Tornate, con sicurezza e con pace, ai pensieri d’una volta».
Questo è, in fondo, la speranza: una pace ritrovata, una rinnovata sicurezza, il ritorno a un’origine benevola che – come ha insegnato Péguy – è radice e meta, destinazione e fondamento. Meglio di ogni altro lo ha argomentato il drammaturgo Václav Havel (1936-2011): «La speranza non è ottimismo. La speranza non è la convinzione che ciò che stiamo facendo avrà successo. La speranza è la certezza che ciò che stiamo facendo ha un significato». Alla luce di queste considerazioni, sicuramente parziali ma ugualmente ampliabili lungo l’arco della tradizione letteraria antica e moderna, ecco che la Speranza potrà diventare per ciascuno, soprattutto lungo i giorni di questo Giubileo, un faro di luce cui guardare per dare un senso sicuro alla nostra esistenza.
Giuseppe Carozza



