
La preghiera è la forza che alimenta la nostra anima come sorgente nascosta. È interessante scoprire che il verbo “pregare” è uno di quei verbi di movimento tipici della fede. Esso esige, anzi, un duplice movimento: quello verso il profondo di noi stessi e quello di elevarci a Dio. Gesù, quando ricevette anche lui il battesimo da Giovanni, si mise a pregare. L’evangelista Luca dice proprio che “stava in preghiera” per sottolineare questo atteggiamento di raccoglimento, di abbraccio senza fretta, di silenzio regale. Lui pregava il Padre. Il cielo in quel momento si aprì, scese su di lui lo Spirito Santo e si udì la voce che gli diceva: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto». Con questa azione contemplativa di Gesù, la nostra attenzione è richiamata su quei cieli che si aprono e riversano l’esultanza di Dio, il suo compiacimento, la cosiddetta “εὐδοκία”, la carezza del Suo esserci.
Pregare significa fare ingresso nei cieli da intendere proprio come fossero le viscere di Dio. Ogni nostra decisione e ogni nostro passo devono necessariamente essere preceduti dalla preghiera, prepararci con essa. L’unico modo per comunicare efficacemente la nostra fede davanti al mondo è dato dalla preghiera. Solo chi prega, sa parlare. Solo chi prega, sa come accostarsi agli altri, perché è dalla forza interiore che può scaturire la sapienza, lo slancio che darà senso e valore ad ogni incontro.
La preghiera è potenza di vita. Con essa, la nostra anima si riveste di pace nei momenti di fatica, di speranza in quelli di tormento. E’ la presenza segreta di Gesù in me che fa di me una creatura amabile e carica di luce per gli altri. La preghiera dilata il cuore, gli spiana la strada e lo pone di fronte all’evento del dono, che proviene dal cuore stesso di Dio. Credere significa divenire consapevolmente «creature di gratitudine», perché Dio ha fatto i cieli con sapienza, la terra con benevolenza e l’uomo con amore. Non bisogna però limitarsi alle giaculatorie, a ripeterle a memoria. Dio non ha bisogno di chi recita le preghierine come formule anestetizzanti, vuote. Non vuole chi spreca parole! Nessuno sarà ascoltato a forza di parole senza calore, anche se abita un luogo sacro o riveste chissà che incarico. Dio chiede di essere figli impastati di orazione, che incarnino ciò che pregano, anche sotto i colpi della tentazione, della vanità o dell’oppressione esterna. Pregare è andare incontro al Mistero con tutti i propri fardelli e tutti i propri frammenti. Credere in Lui è stare con Lui! Ma non soltanto quando il pendolo della vita è andato verso le delusioni e le pieghe aperte. È sempre bello stare con chi si ama, perché appunto lo si ama. Com’è lontano l’egoismo, e come ci è estraneo il pessimismo, quando c’è preghiera! E ancora, com’è tenero il cuore di chi sta in preghiera!
Com’è radioso il volto di chi prega! Solo la preghiera ci porta a vivere le traversate dell’Amore e quell’unificazione del nostro spirito con lo Spirito, nel radicale distacco da ciò che ci può impedire di vedere, di sentire, di comprendere, di ascoltare, di gustare alla maniera di Dio. Gesù, stando in preghiera, vive in sé ciò che tutti dovremmo vivere se davvero amiamo il Padre e ci affidiamo a Lui: scoprirci interiori alla Grazia, oltre il ritualismo, oltre il fideismo, oltre il moralismo, oltre l’intellettualismo. Gesù è esplicito: «Il regno di Dio è dentro di voi» (Lc 17,22). La preghiera che percorre tutta l’anima è l’intimità che ci trattiene nella beatitudine e ci fa interiorizzare la Parola. La preghiera è un parto incessante di noi stessi tra le mani dell’eternità. È nostalgia dei cieli. Danza delle creature trasfigurate. È atto generativo e spazio vitale per depositare sul fondo delle coscienze il ricordo dell’unica Origine. Densità di affetto che si innalza a Dio e per Lui.
Ylenia Fiorenza



