
Abbiamo un moto di pena per gli operai di Stellantis e di tante aziende che oggi e non da oggi soffrono la tragedia di sentirsi minacciato il lavoro e ogni risorsa per vivere. 49 mila posti di lavoro a rischio per il green. Una realtà amara anche per i nostri corregionali del basso Molise, che potrebbero pagarne le conseguenze negli stabilimenti di Termoli o nell’indotto. Li vediamo divisi tra chi attribuisce responsabilità all’azienda (Stellantis o le altre), chi al governo, chi ai manager superpagati, chi al mercato, chi alla politica europea della green economy.
L’individuazione della vera e fondamentale causa sarà parte della soluzione. Per questo desideriamo aggiungere alla semplice solidarietà per le famiglie che rischiano di essere messe in mezzo alla strada in forme diverse, a seconda che si tratti di licenziamento, cassa integrazione, monoreddito, un’analisi approfondita e non pregiudiziale della situazione, con le responsabilità in campo.
In verità c’è qualcuno nell’universo dei protagonisti che da tempo richiama, purtroppo non sempre ascoltato, all’origine del drammatico quadro che osserviamo.
Sono protagonisti della politica, dell’economia, della produzione industriale e del sistema mediatico che ammoniscono ormai da anni sull’effetto sconvolgente della strategia green inaugurata dai massimi vertici continentali senza dare il minimo ascolto alle voci preoccupate per il destino di quegli operai che sono pagati infinitamente meno e lavorano infinitamente più dei parlamentari europei che decidono la loro sorte. Del resto non siamo soli. Soprattutto la Germania con la Volkswagen subisce un’affrettata transizione con un calo di produzione e di vendite dei motori endotermici. Ma anche se ci dicessimo pronti alla riconversione dovremmo fare i conti con la Cina, che dopo avere fornito la componentistica per le auto del passato continuerebbe a dominare il mercato come quasi unica fornitrice delle tecnologie necessarie e come esportatrice di prodotti elettrici a minore costo. I media continuano a ripetere il mantra del riscaldamento climatico attribuendolo al fossile, dicendosi confortati dall’opinione della stragrande maggioranza degli scienziati, un’affermazione infondata che scambia i tanti luminari foraggiati dalle organizzazioni internazionali con la totalità degli onesti conoscitori della materia. Con il corollario, quello sì sconsolante, di una superfetazione di fotovoltaico e pale eoliche, che sta creando guasti irreparabili per esempio in Sardegna.
La green economy di matrice europea ci sta dissanguando, elimina con un colpo di spugna il grande sviluppo tecnologico che ci distingueva nel mondo dei motori e in genere nella produzione automobilistica, finora semmai contrastata dai giapponesi ma mai come adesso dai cinesi.
La linea che si è affermata in Europa non tiene conto delle visibili conseguenze occupazionali e per altro non risolve nulla, considerato che siamo soltanto la decima parte del globo e influiamo solo marginalmente sull’eventuale svolta.
La natura andrebbe salvaguardata in ambiti ben altrimenti cruciali e vicini alla nostra esperienza quotidiana, come l’invasione della plastica, la gestione dei rifiuti, la prevenzione e la cura autentica del dissesto idrogeologico che riguarda noi più di altri paesi. Incredibile quanta energia e risorse economiche si consumino in questo infausto periodo per un’impresa folle invece di concentrare l’azione degli Stati in soluzioni più probanti ed efficaci.
Naturalmente presto, dopo i primi effetti devastanti, si è mosso il treno mediatico ispirato dai grandi gruppi che temono per la loro quotazione sui mercati o dalle istituzioni europee per difendere la insana politica di riduzione delle emissioni entro il 2035. Ma questo grande sforzo non può impedire di registrare, a titolo semplicemente indicativo, i dati relativi alla disoccupazione tedesca negli ultimi 4 anni: la crisi nella Volkswagen è costata il posto a 55mila lavoratori tedeschi, solo tra il 2020 e il 2024, con trend di 186mila entro il 2035 se non cambia la situazione, con riflessi in Italia per l’indotto e per la produzione diretta. E gli utili dell’azienda sono calati dal 3,27 % alla metà nell’ultimo trimestre.
A tutto si aggiunge il timore di successive più frequenti delocalizzazioni delle produzioni di massa per mantenere stabile soltanto il mercato di nicchia.
Questa la conseguenza del diktat europeo di far circolare un’auto elettrica ogni 5 entro il 2025, 2 entro il 2030 e 3 entro il 2035.
I nostri operai salveranno il loro lavoro se riconosceranno le vere insidie che si celano dietro le sirene mediatiche, politiche e sindacali.
Roberto Sacchetti



