
Il Parlamento della città autonoma di Buenos Aires ha conferito a Toto Evangelista, personalità ben nota negli ambienti letterari e sportivi argentini, l’onorificenza di “Personalità di spicco della cultura di Buenos Aires”. Abbiamo chiesto a Toto di raccontarci la storia di emigrazione della sua famiglia.
Mio padre Filippo Evangelista giunse in Argentina nel 1939 all’età di 14 anni. Salpò da Napoli sulla nave Principessa Giovanna, e la sua occupazione era indicata come day labourer (operaio) e a Buenos Aires – dove c’era già mio nonno Nicola – abitava nel quartiere Palermo. Trovò lavoro in un bar del centro come lavavetri, ma poi un napoletano che riparava i tetti – all’epoca in lamiera zincata – lo prese con sé come apprendista. Quest’uomo, Donato, aveva una casa e un negozio nel quartiere Caballito e mio padre imparò rapidamente il mestiere divenendo un ottimo saldatore. Avendolo studiato a Buenos Aires, parlava correttamente la lingua spagnola; in uno di quei lavori nel quartiere conobbe mia madre, Inés García, argentina ma figlia di spagnoli. Si sposarono e formarono una famiglia da cui nacquero tre fratelli, Carlos Alberto, María Teresa, e io Felipe Antonio.
Prima che noi nascessimo, scoppiò la guerra in Europa e mio zio Giuseppe Evangelista, fratello di mio padre, fu gravemente ferito e segnato a vita; i tempi erano difficili in Italia e quindi spinse suo figlio Nicola, che aveva solo 11 anni, a raggiungerci in Argentina. Nicola arrivò quando io non ero ancora nato. Coco, come lo chiamiamo qui, era mio cugino ma in realtà era come un fratello maggiore.
S’integrò subito nella vita di Buenos Aires, e a Caballito c’era una squadra di calcio di cui s’innamorò subito, dividendo la sua passione per il calcio tra il Ferro Carril Oeste e Sportivo Italiano. Eravamo tutti tifosi del Ferro Carril Oeste, club del quale nel 1993 sono stato eletto Presidente.
Qualche anno dopo arrivò Antonietta, anche lei figlia di mio zio Giuseppe, sposata per procura con Rafael Mucciarone di Sant’Angelo in Grotte. Giunse a Buenos Aires quasi senza conoscere Rafael ma formarono una famiglia forte e molto “italiana”. Anche Antonietta era come una sorella, perché, al pari di Nicola, i miei genitori la trattavano come una figlia. Mio padre rimase nell’azienda di Donato, il napoletano, e in pari tempo studiò per diventare montatore di impianti a gas; comprò la sua casa e non ci siamo mai allontanati da Caballito, dove il nostro cognome è diventato parte del luogo.
Memori delle usanze di Sant’Angelo, avevamo spesso feste e riunioni di famiglia; la nostra casa era sempre un punto d’incontro e quando riavemmo la democrazia organizzai, con l’aiuto di mio padre e di Nicola, una festa di Carnevale che durante la dittatura era vietata. Fu una festa storica, considerata come un’azione di recupero del Carnevale di Buenos Aires, che oggi è patrocinato e riconosciuto come cultura popolare dal Governo della Città. A pochi metri dalla sede dell’attività di nostro padre, aprimmo il bar El Viejo Buzón, che in seguito fu dichiarato Bar Notevole della Città per la sua rappresentatività di quartiere: sono solo 88, a Buenos Aires, i Bar che hanno una tale onorificenza.
Durante la mia prima visita a Sant’Angelo si rafforzò il legame con le mie radici e promisi a zio Giuseppe che mi sarei impegnato per la colletta che i “paisanos” organizzavano fin da mio nonno per la festa di San Michele. Alla fine degli anni ‘80, rendendoci conto che la data della festa coincideva con quella della Vergine di Lujan patrona dell’Argentina, decidemmo di inviarne un’immagine in Italia; Giuseppe e Agostino Mucciarone, uno dei suoi nipoti, andarono a Fiumicino a ritirarla: oggi brilla luminosa all’ingresso del paese. Sono autore di 5 libri pubblicati in Argentina – uno dedicato a Sant’Angelo in Grotte – e autore dei testi di diverse canzoni, una intestata a Sant’Angelo, “Entre Nubes y Montañas” (Tra nuvole e montagne).
Molti protagonisti di questa storia sono scomparsi, ma sicuramente saranno felici che mi abbiano nominato “Personalità di spicco della cultura di Buenos Aires”. In questa occasione non c’erano – come quando assunsi la presidenza del Ferro Carril Oeste che all’epoca militava nella Prima Divisione argentina – ma sono sicuro che dal cielo Filippo, Nicola, Inés, Antonietta, Carlos Alberto e Maria Teresa avranno gioito accanto a me.



