
L’apertura o la riapertura di una chiesa, intesa anche nella sua dimensione fisica e architettonica, va sempre interpretata – oltre che come un evento di cui arricchire, a futura memoria, gli annali di una città, di una nazione o di un semplice borgo – come un accadimento da leggere, almeno da parte di chi crede, in chiave provvidenziale se non addirittura “escatologica”. È il caso, a nostro parere, della splendida cattedrale parigina di Notre-Dame che, dopo i restauri per ripristinare i danni del grave incendio del 2019, lo scorso 8 dicembre, solennità dell’Immacolata Concezione di Maria, è stata riaperta per tornare a risplendere come simbolo della fede e dell’identità dei francesi. Come in un novello racconto della tradizione romantica di quel Paese, ecco che sono tornate a suonare le campane di questo tempio, che ha fatto spesso da sfondo a testi letterari di straordinaria notorietà: chi non ricorda, ad esempio, la storia pubblicata da Victor Hugo (1802-1885), a soli ventinove anni, con il titolo, appunto, di Notre-Dame de Paris? Una storia ambientata nel 1482, che vede protagonisti Quasimodo, il gobbo campanaro della cattedrale, la bellissima zingara Esmeralda e il malvagio arcidiacono Frollo? Ebbene la cattedrale della “Signora”, capolavoro dell’arte gotica, è tornata a risplendere e, come si addice alle solenni celebrazioni, sono tornate a suonare in segno di gioia soprattutto le sue campane. Un felice concerto intonato dal suono possente di “Gabriel”, quattro tonnellate di peso, chiamata così, come da tradizione, in ricordo dell’angelo che annunciò a Maria la lieta novella. E proseguito da “Jean-Marie”, la più piccola, di soli (si fa per dire…) 782 chili, in omaggio al cardinale Lustiger, che è stato arcivescovo di Parigi dal 1981 al 2005. Con le otto campane della Torre nord, è tutta la cattedrale ad essere tornata in forma, dopo essere stata restaurata a tempo di record: una rinascita resa possibile da uno slancio di solidarietà senza precedenti, che ha visto affluire da tutto il mondo donazioni per circa un miliardo di euro in totale.
Ma perché, viene spontaneo chiedersi, è così importante il ritorno di Notre-Dame? Certo, lo è in funzione del richiamo culturale che da sempre il sito parigino esercita su chiunque, credente o no, entri fra le sue mura possenti; lo è ancora in relazione al suo essere semplicemente emblema turistico, insieme alla Torre Eiffel, della capitale francese. Al di là di queste pur valide ragioni, a nostro modesto parere, la ricostruzione e la restituzione di Notre-Dame al mondo costituiscono un evento unico dal momento che si torna ad ammirare un segno che parla dell’Invisibile a chi lo sta cercando. Un segno. Dal 1160, poi ampliata fino al 1345 e rimessa in sesto molte volte. Fino all’incendio oscuro e, pochi giorni fa, al ripristino e alla inaugurazione, con i capi del mondo. Una chiesa. Dedicata alla “Nostra Dama”. Tutti, che lo pensassero o no, sono stati lì l’8 dicembre scorso per una ragazza che viveva a Nazareth.
Una ragazza di nome Maria. Il suo segno nel cuore di una Francia post-cristiana, ma anche di una Europa ormai da tempo lontana dalle sue radici cristiane. Francia ed Europa del resto, come suggeriva il poeta Charles Pèguy (1873-1914), cercano di dimostrare che non c’è bisogno di Cristo e del Cristianesimo. Peccato che, però, spesso ne rimpiangano i frutti: quelli della pietà, dell’attenzione all’altro, del perdono, della dignità per tutti. Ma non si gode dei frutti se si taglia il ramo, diceva un altro poeta, il britannico T.S. Eliot (1888-1965). E dunque in un’Europa in guerra, preda di totalitarismi soft che impongono dall’alto parole e atteggiamenti, questo segno cristiano è stato e viene onorato, ma – chiediamoci – quanto davvero compreso? Solo un bel monumento? Così sembrerebbe, nella retorica della cosiddetta grandeur francese che ha accompagnato l’evento della riapertura. Eppure quella è veramente e semplicemente una chiesa. Un segno della fede di chi la costruì e desiderò come onore a quella ragazza, eletta “Nostra Dama”, anche in mezzo a difficoltà e a povertà oggi inimmaginabili. Torneranno ad onorarla tantissimi tra i potenti e gli impotenti della terra e tanti la ammireranno. Cosa avvertiranno in cuore? Cosa sentiranno i grandi, torneranno magari evangelicamente “piccoli”? E cosa le migliaia di persone comuni, con dolori e problemi comuni? Penseranno che un Dio li ha amati in modo non comune? O avvertiranno comunque qualcosa di confuso in cuore, qualcosa di smisurato che sfugge al modo di pensare fluido e nichilista del nostro tempo?
Gli uomini hanno sempre creato segni visibili per conoscere l’invisibile. E le realtà più importanti della vita (l’amore, il dolore, l’amicizia …) non si vedono, ma se ne vedono i segni.
I nostri figli non vedranno mai direttamente il nostro amore, lo conosceranno attraverso i poveri segni che doniamo a loro. Le testimonianze parlano dell’Invisibile. Il segno intitolato alla Nostra Dama è stato voluto da uomini carnali e peccatori, ma che avevano deciso di avere sotto gli occhi un segno eloquente e bello dell’Invisibile. Un segno dell’amore più misterioso della storia. Ed è ancora lì, ancora testimonia, ancora parla e indica quell’amore, accogliendolo.
Chiunque entrerà sotto le sue volte, potente o impotente del mondo, ricco o povero, uomo o donna, contento o rattristato, avvertirà che quel segno eccezionale gli parla di qualcosa di eccezionale. Qualcosa che molti di coloro che la ammireranno forse non sapranno decifrare; ma in molti sentiranno comunque uno strano richiamo nell’anima, forse una nostalgia o una confusa aspirazione.
I segni sono il modo in cui conosciamo le cose più importanti della vita. Ma noi siamo persone libere e i segni non impongono il loro significato. No, i segni indicano, suggeriscono. Sono discreti, anche quando sono maestosi come questo. Non si impongono per forza, sono rispettosi, anche nel loro splendore. Il segno è stato donato nuovamente a Parigi, alla Francia, a tutti. Come domanda, memoria e invito. Segno del passato ma anche per il futuro. Potrebbe sopravvivere l’Europa senza la Nostra Dama? Senza il suo misterioso amore?
Giuseppe Carozza



