Storia e territorio

I – Le origini

Nel vasto territorio ove dimorarono i diversi popoli di origine sannita e sabellica (pretuzi, vestini, marrucini, peligni, marsi, caraceni, equi, frentani e pentri), successivamente meglio noti col nome di «italici» a motivo delle leghe politico- militari (guerra sociale, 91-88 a.C.) organizzate contro Roma, cui nel tempo presiedettero Corfinium (Italia), Bovianum e Aesernia, il cristianesimo mette antiche radici, agevolato da un non trascurabile plesso viario che collegava tra loro i territori delle due regioni, e queste con la vicina Roma, capitale dell’Impero. Dopo che Lucio Cornelio Sylla ebbe sedato nel sangue l’ardore dei rivoltosi sanniti, l’imperatore Augusto, unificando l’Italia in undici distretti amministrativi, fissò i limiti geografici dell’attuale Abruzzo e Molise tra la I Regio (Latium-Campania, con Venafrum), la II (Hirpinia-Apulia-Calabria, con Larinum), la IV (Sabina-Samnium) e la V (Picenum). In queste ultime erano presenti, fra gli altri, i centri di Alba Fucens (presso Massa d’Albe), Carsioli (Carsoli), Marruvium (San Benedetto dei Marsi), Aveia Vestina (presso Fossa), Amiternum (presso L’Aquila), Peltuinum (Prata d’Ansidonia), Aufinum (Ofena), Pinna Vestina (Penne), Hatria (Atri), Corfinium (Valva), Sulmo (Sulmona), Teate Marrucinorum (Chieti), Hortona (Ortona a Mare), Anxanum (Lanciano), Histonium (Vasto), Aufidena (Alfedena) Bovianum Undecumanorum (Boiano), Saepinum (Altilia, presso Sepino), Aesernia (Isernia), Terventum (Trivento), e Interamnia Prætut ti(an)orum (Teramo) nel piceno. La viabilità antica è quella che, meglio di ogni altro aspetto, comprova la comunanza di vicende e di vita di queste due regioni sorelle, anche dal punto di vista della prima evangelizzazione. Alla Claudia Valeria (sulle cui orme oggi si innesta in buona parte la ferrovia Pescara-Roma), che da Roma, attraverso Carsoli, Cerfennia (Collarmele), Statulae (Goriano Sicoli), Corfinium, Interpromium (Torre dei Passeri) e Chieti, raggiungeva Aternum (Pescara), si aggiunge la via Caecilia, che da Amiternum per Beregra arrivava a Teramo e Castrum novum (Giulianova); poi la Traiana, che da Pescara, attraverso Ortona, Lanciano, Usconium (Guglionesi), Larino, Gerunio (Gerione) e Cales (Casacalenda), arrivava fino a Boiano per unirsi alla strada che da Alfedena conduceva a Brindisi; quindi la Minucia (la «via degli italici»), che da Corfinium, lambendo Prezza, toccava Sulmona, Campo di Giove, Alfedena, Isernia e, diramandosi per Venafro e il fiume Volturno, si dirigeva poi a Boiano-Sepino (Campobasso) per incontrarsi con la Traiano- Frentana, cosiddetta da quando (101 d.C.) Traiano la restaurò, congiuntamente alla costruzione della via Sannita, che da Larino portava nel Sannio. Continuata a nord con la Claudia nova (aperta dall’imperatore Claudio a metà del I sec. d.C. presso le gole di Popoli, per migliorare la Valeria) che passando per Amiternum raggiungeva Interocrium (Antrodoco), la Minucia si arricchisce di un’importante arteria che così mette in comunicazione le genti dell’Etruria, del Sannio e della Campania (questa «via degli Abruzzi», fu dal Medioevo fino all’unità d’Italia la strada maestra di comunicazione e di rapporti politici ed economici delle genti abruzzesi e molisane); vi era infine la via Latina nova (che da Roma scendeva fino a Cassino e Teano per innestarsi presso Capua alla «regina delle vie») e con quella sua diramazione che, partendo dall’ad Flexum (CIL-Corpus Inscriptionum Latinarum X, 477), nei pressi dell’attuale San Pietro Infine raggiungeva Venafro per proseguire nell’antico Sannio. Naturalmente senza tacere la civiltà della transumanza, esistente già molto tempo prima di Roma, su quel «tratturo antico», cantato dal D’Annunzio, e ricordandone almeno le vie principali sulle quali anche il cristianesimo si accompagnerà un giorno ai pastori: L’Aquila-Foggia, Celano-Foggia, Pescasseroli-Foggia. Sebbene recentemente padre Giacinto Marinangeli abbia riproposto – sulla scia del Baronio, dell’Antinori e del Marangoni e sulla base di non trascurabili elementi che emergono da una più attenta considerazione degli Acta Nerei et Achillei, come dalla storiografia, dall’archeologia e dalla stessa viabilità – la datazione del I sec. d.C., come quella più confacente al presbitero e martire Vittorino, il primo evangelizzatore della regione, la presenza cristiana in Abruzzo è sicuramente documentata tra la fine del III e gli inizi del IV sec. La catacomba di San Vittorino ad Amiterno, con le due iscrizioni (una andata perduta; CIL IX, 4319, 4320) relative alla sepoltura e al culto del presbitero-martire omonimo, ucciso presso le Aquae Cotiliae e ricordato dal Geronimiano al 24 di luglio; la probabile catacomba di Santa Giusta a Bazzano, con l’iscrizione dedicatoria (pure perduta; CIL IX, 3601) al giovanissimo defunto Catervio; il cimitero di Cesidio a Transaquæ (Trasacco); la catacomba di Superaequum (Castelvecchio Subequo); le iscrizioni funerarie di Costantino e di Olimpia ad Antrodoco, nella Sabina (CIL IX, 4660, 4662), per le quali potremmo indicare nella Salaria la più antica via di penetrazione del cristianesimo nella regione; quella del diciottenne Lalio Erculenzio, a San Clemente a Casauria (CIL IX, 3073), e quella del ventitreenne neofita Quintus Peticius Habentius, nel museo di Sulmona, cui vorremmo aggiungere anche i tre discussi cimiteri di Forcona (Civita di Bagno), di Priferno (Assergi) e di San Clemente in Fratta (Assergi), attestano inequivocabilmente l’esistenza di comunità cristiane nel III-IV sec. (al V sec. appartiene l’iscrizione di Ilario, proveniente da Barisciano e leggibile nel museo dell’Aquila). Tutto questo, naturalmente, assieme a spettacoli e culti pagani, pure archeologicamente documentati dal tempo di Commodo (180-192) fino a Costantino Magno (†337). Le fonti letterarie del V e VI sec., costituite dagli atti dei sinodi romani del 465, 499, 501 e 502, rispettivamente celebrati sotto i papi Ilaro e Simmaco, nonché dalle lettere dei papi Simplicio, Gelasio I e Gregorio Magno, e dai Dialoghi di quest’ultimo, dimostrano l’esistenza di strutture ecclesiali, con un cristianesimo già penetrato in profondità, se colonie di monaci, legate al noto Equizio amiternino, attivo verso il 510, fioriscono ben presto nella regione e nella provincia Valeria in particolare. Ai tanti monasteri equiziani sia maschili che femminili, tra i quali Sant’Equizio (poi San Benedetto di Pizzoli), San Mauro di Amiterno, Santa Maria ad Silicem di Assergi, San Nicola di San Vittorino, San Maria in Lauriano, nonché quello che il futuro papa san Bonifacio IV (608-615), abruzzese di nascita, realizzò nella sua casa romana, si aggiunsero nel paese dei sabini le sedi vescovili di Amiterno e di Pitinum (Pettino); in quello dei vestini le sedi di Aveia e di Ofena; in quello dei peligni le sedi di Valva, Sulmona e Alfedena; in quello dei marrucini Ortona; nei frentani la sede di Vasto; nei piceni Aprutium (Teramo), mentre una sede è documentata anche nei marsi. L’invasione longobarda degli anni 571-574 comporta l’uccisione del vescovo san Ceteo e la fine di Amiterno; la definitiva scomparsa di Pettino e di Ofena; quella di Aveia, che successivamente riappariva nella sede di Forcona (Civita di Bagno), mentre nei marsi rimase una sede ma in località diversa; delle tre sedi dei peligni scompaiono Sulmona e Alfedena e si perdono anche maggiori informazioni sul cristianesimo primitivo in Abruzzo. A quest’epoca, seppure parimenti segnato dalle incursioni barbariche, il cristianesimo è bene attestato anche nel Molise. La presenza, infatti, dei martiri Primiano, Firmiano e Casto, uccisi a Larino nei pressi del tempio di Marte situato inter murum et muricinum, nonché quella di Nicandro, Marciano e Daria apud Venafrum, tutte vittime della persecuzione dioclezianea degli albori del IV sec., cui aggiungeremo le attestazioni archeologiche della basilichetta paleocristiana del IV-V sec. in località San Primiano a Larino, nonché l’iscrizione funeraria del piccolo C(aio) Probiliano a Boiano (CIL, 2584) e il quantitativo di lucernette recanti il cristogramma, rinvenute a Venafro nel rione Portanuova intorno alla metà del XX sec., ne sono indubitabile testimonianza. Nel V sec., rispettivamente per il paese dei frentani e quello dei pentri, sono documentate le sedi vescovili di Larino, Isernia (?), Venafro e nel VI quelle di Boiano e di Saepinum, quest’ultima poi assorbita da Boiano, in quanto definitivamente scomparsa con le invasioni barbariche, che segnarono una forte battuta d’arresto, in più casi anche di secoli, nell’attività ecclesiale di diversi centri, con penuria di vescovi e di clero e talvolta con accorpamenti diocesani de facto o trasferimenti di sedi vescovili e pievi cittadine in altri luoghi. Toccherà ai benedettini operare qua e là a pro della vita religiosa e civile delle desolate popolazioni, spesso in sostituzione dei vescovadi scomparsi. Quanto san Gregorio Magno scrive a proposito dell’invasione longobarda vale più di ogni altra documentata analisi: «Infatti, le città sono deserte, le fortezze devastate, le chiese incendiate e i monasteri, sia maschili sia femminili, distrutti. Le proprietà terriere sono nella desolazione del più completo abbandono, e la terra, senza più un uomo che la coltivi, è arida e infeconda come un deserto. Non c’è più un padrone che vi abiti. Le bestie hanno fatto il loro covo là dove prima viveva una densissima popolazione. Non so che cosa avvenga altrove » (Dial. III, 38). Un anonimo episcopus civitatis Aufidianae (Aufidena; Alfedena/Castel Di Sangro) è menzionato alla fine del V sec. in una lettera di papa Gelasio I: al territorio di questa diocesi il Lanzoni farebbe corrispondere quello dell’attuale diocesi di Trivento.

II – Il Medioevo

Con la costituzione dei ducati longobardi di Spoleto e di Benevento, ecco che l’Abruzzo entra a far parte del primo, mentre Teate e il Molise del secondo (ma con Carlo Magno Chieti passerà a Spoleto). In questo periodo i figli di san Benedetto mettono piede in Abruzzo e Molise. L’esperienza prebenedettina legata al citato Equizio di Amiterno offrì il terreno adatto per un gran numero di comunità, via via affiliate alle case madri di Montecassino, Farfa, San Vincenzo al Volturno, San Clemente a Casauria. Sparute cellule monastiche di basiliani erano già presenti a Lanciano (Santi Legonziano e Domiziano, ove avverrà il miracolo eucaristico) e a Larino (San Basilio). Nel 703 Gisulfo I di Benevento fonda il monastero di Santa Maria di Cinquemiglia (presso Roccacinquemiglia), mentre le propaggini della Maiella già pullulavano di addensamenti monastici, sì da avviare quel processo di trasformazione del massiccio in una «tebaide monastica»: a essa, un giorno, si dirigeranno, per elevarsi a Dio, anche Desiderio di Benevento (futuro Vittore III) e Pietro Angelerio di Isernia (futuro Celestino V). Tra i cenobi maggiori del periodo vi erano Santo Stefano a Rivo Mare (Casalbordino, 842), San Giovanni in Venere (Fossacesia, IX sec.), San Clemente a Vomano (874), San Liberatore a Maiella (Serramonacesca, ante 884). La ripartizione territoriale in «gastaldati » (divenuti «comitati» sotto la dominazione franca iniziata nel 774), comporta anche una nuova carta geografica delle sedi vescovili, mentre l’antica Interamnia Prætutti(an)orum rinasce con il nome di Castrum, per divenire ben presto Aprutium (nome già noto dalle lettere di Gregorio Magno) e designare così, come generalmente ritengono gli studiosi, l’intera regione Abruzzo. La fondazione della celebre abbazia di San Vincenzo ad fontes Vulturni, nell’attuale provincia di Isernia, attuata col favore dei duchi di Benevento agli albori dell’VIII sec. dai tre nobili giovani Paldo, Tato e Taso – qui dirottati da Tommaso di Morienna, abate di Farfa – fece rifiorire la speranza per l’evangelizzazione e la civilizzazione delle popolazioni a essa legate. I tre giovani benedettini, con la croce e con l’aratro, riportarono nell’alta valle del Volturno uomini, vita e cultura. Il monastero da essi fondato su preesistenti strutture sannitiche e romane divenne ben presto un polo di vitale importanza per l’Italia centro meridionale assieme a Montecassino (che oggi ne vivifica la raccolta eredità) e a Farfa. Qui l’abate Ambrogio Autperto (†784) scrisse, tra l’altro, il grandioso Commento all’Apocalisse, i Sermoni sulla purificazione e assunzione della Madonna, il Conflictus vitiorum atque virtutum; qui Giosue (†817), il nobile abate carolingio, edificò una tra le più grandi e ricche chiese del medioevo, sempre intitolandola a san Vincenzo martire; qui Epifanio (†842) costruì e affrescò la stupenda cripta, regalando ai posteri una tra le più importanti testimonianze della pittura del IX sec.; qui il monaco Giovanni presiedette alla redazione del Chronicon Vulturnense, tra le fonti principali della storia di Abruzzo e Molise, quando (XII sec.) il monastero va rinascendo nelle vicinanze dell’antico, ove, alla fine dell’VIII, i feroci saraceni di Saugdan avevano portato distruzione e morte, trucidando circa novecento persone tra monaci e famigli della badia. Gli odierni scavi di questa «Pompei monastica » dicono assai meglio di qualsiasi altra descrizione. Alla cura pastorale degli abati vulturnensi saranno sottoposti i vari paesi sorti ben presto intorno all’abbazia. Nell’802 il condottiero franco Aymone di Dordona, nel contesto delle lotte tra franchi e longobardi, distrugge Histonium, per poi ricostruirla col nome di «Guasto (Vasto) di Aymone» ed averne il diretto controllo. Le turbolenze del momento storico accelerarono probabilmente quell’esigenza di ricomposizione e ristrutturazione dell’organizzazione ecclesiastica di Teate e del suo territorio (che comprendeva ora anche quelli di Ortona e Vasto), come risulta nella Institutio de clericis ad normam vitae canonicae redigendis del sinodo teatino celebrato dal vescovo Teodorico il 12 maggio dell’840. Dal documento citato – che attesta in questo momento l’esistenza della diocesi a Chieti – emerge anzitutto l’esigenza di una profonda unità tra il vescovo e il clero locale anche a fronte della missione pastorale da compiere. Presso la cattedrale, sede del vescovo, è costruita l’abitazione per i canonici, e in queste strutture è organizzato lo scriptorium, principalmente finalizzato al servizio liturgico. Intanto, la presenza di Benedetto a Termoli, e di Leone a Trivento, entrambi vescovi intrusi allontanati dal papa Agapito II nel 946, costituirebbe, secondo diversi studiosi, indizio storico sulla coeva origine delle diocesi omonime nei due centri bassomolisani. A vicende spicciole del vissuto quotidiano, legate al patrimonio ecclesiastico, si collegano i primi segni della scrittura volgare in Molise: in un documento del 976, in cui è registrata la donazione di alcune terre, costituenti il primo nucleo della badia di Sant’Elena nel territorio di San Giuliano di Puglia, fatta dai principi longobardi Pandolfo e Landolfo, e ancora nel 1068, con la Cartula del monastero di San Giovanni in Verde a Pescopennataro, e nel 1171, con la Regola (o Memoratoria) del monastero di San Giovanni di Monte Capraro (Capracotta). Durante il X sec., mentre la Marsica si andava riorganizzando anche religiosamente, conoscendo un ampliamento dei confini diocesani sotto il vescovo Alberico, la città di Ortona a Mare, sull’Adriatico, si poneva sotto la giurisdizione spirituale di Ravenna. Al 14 marzo 962 risale la fondazione dell’abbazia di San Bartolomeo a Carpineto della Nora, nel territorio diocesano di Pescara-Penne, successivamente ceduta ai cisterciensi di SantaMaria di Casanova. Intorno al Mille, ad Agnone, erano attive una decina di fonderie specializzate nella fusione di campane, segno di un non lieve fermento economico, sociale e religioso, e nei primi anni del secolo, sotto l’abate Teobaldo, rinasceva il magnifico complesso di San Liberatore a Maiella (Serramonacesca), danneggiato dal terremoto del 990. Le maestranze, i tecnici e gli operai specializzati che vi posero mano formarono la nota scuola di San Liberatore, la cui genialità è presente in molte chiese e costruzioni abruzzesi. Con l’XI sec. dapprima il Molise, poi l’Abruzzo, passarono progressivamente alla dominazione normanna. Il gastaldato di Boiano, che comprendeva all’incirca il territorio posto tra Isernia e Sepino, assegnato dal duca di Benevento allo slavo Alczeco, costituì il nucleo originario della futura Contea normanna di Molise. In concomitanza con questo passaggio, nel 1033 (o 1048) il metropolita di Capua, Atenolfo, provvide a un momentaneo accorpamento di più diocesi ponendo temporaneamente sotto il pastorale di uno stesso vescovo le chiese di Isernia, Venafro, Boiano e San Vincenzo al Volturno, come ancora farà nel 1053 papa Leone IX, ponendo sotto il pastorale del vescovo Domenico di Valva anche la chiesa di Sulmona. Nel 1035, con la definitiva conquista da parte dei normanni, il territorio molisano fu ripartito nelle contee di Loritello (l’antico territorio dei frentani) e di Molise (quello dei pentri); quest’ultima ebbe vita più lunga della prima e nel 1140 raggiunse la massima estensione da Venafro fin quasi all’Adriatico. Proprio da una famiglia normanna (probabilmente da Ugone di Mülhausen, o Mulhouse, città francese dell’Alsazia) deriva il nome Molise. Ma nel 1061 i nipoti di Roberto il Guiscardo già estesero a nord la Contea adriatica dei Loritello, abbattendo la Contea longobarda del chietino e di Manoppello e piantandovi Giustiziarati normanni. Con la conquista della Contea dei marsi nel 1143 ad opera dei figli di Ruggiero II, la presenza normanna in Abruzzo può dirsi definita. Di fronte ai nuovi signori, i conti Berardi dei marsi si vedono ridotti a malpartito. Erano ormai lontani i tempi in cui avevano addirittura determinato uno scisma (1050-1057) all’interno della Chiesa marsicana, favorendo un loro congiunto, Attone, nella creazione della civitas carseolana, contrapposta alla civitas marsicana presieduta dal vescovo Pandolfo, al quale un concilio diede ragione, ristabilendo la giustizia e ampliando ulteriormente i confini della diocesi. Essi donarono allora le loro proprietà a Montecassino, creando Chiese feudali. La lettera inviata da Niccolò II ad Attone vescovo di Chieti ai primi di maggio del 1059, che conteneva un nuovo disegno dei confini della diocesi, era il preludio di quella signoria anche civile riconosciuta dai normanni di Roberto di Loritello al vescovo della città. E sempre in connessione con le turbolenze sorte tra papato e normanni, nella seconda metà dell’XI sec., Alessandro II istituì la diocesi di Guardialfiera – il cui primo vescovo fu tale Pietro (1071-1075) – probabilmente come premio di quella ospitalità usata al predecessore Leone IX che vi transitò nel 1053, diretto alla sfortunata impresa di Civitate nella valle del Fortore. Nel XII sec., assieme alla scomparsa della diocesi di Limosano (un suo vescovo, Ugone, sarebbe raffigurato nella famosa porta di bronzo del duomo di Benevento), si conoscono notizie riguardanti diverse altre Chiese locali. Tra il 1155 e il 1156 Teramo fu completamente rasa al suolo dall’irrequieto Roberto di Loritello; la città rinacque grazie al vescovo Guidone II (1123-1170), a ragione considerato il suo secondo fondatore, che edificò la nuova cattedrale e il nuovo episcopio, ricevendo poi in feudo, da re Guglielmo il Malo, tanto la città quanto i territori aprutini. A Guidone Anastasio IV inviava, già alla fine del novembre 1153, la bolla che definiva i confini della diocesi, sostanzialmente coincidenti con quelli attuali. Ma bolle pontificie riguardanti conferme di possedimenti e definizioni di confini – più o meno corrispondenti agli attuali – troviamo ancora nel 1115 per i marsi, nel 1172 per Venafro, nel 1173 per Chieti, nel 1183 per Larino e per Isernia (il vescovo di quest’ultima, estendeva ora temporaneamente la giurisdizione ai paesi della plaga vulturnense appartenenti all’abbazia di San Vincenzo), mentre per questioni di giurisdizione e di privilegi ecclesiastici i sulmonensi e i valvensi scelsero la via spicciola delle armi, a differenza dei venafrani e degli iserniesi che si rivolsero ai tribunali pontifici. Durante l’XI e XIII sec. la presenza monastica si rafforzò notevolmente con nuove congregazioni e fondazioni, maschili e femminili, di benedettini, celestini, cisterciensi (cui si affiancheranno via via francescani, domenicani, agostiniani), sovente sotto l’egida del papato nell’opera dell’evangelizzazione e in quella di riscatto delle popolazioni dalle oppressioni dei signori locali, che correva di pari passo con l’espansionismo territoriale di questi nuovi ordini religiosi. Gli splendori dell’architettura e dell’arte sacra in genere riflettono tutto questo impegno religioso, politico e sociale. Solo a titolo di esempio citeremo la nuova chiesa abbaziale di San Giovanni in Venere (giunta al massimo splendore nel XII sec. con l’abate Oderisio II), quella di Santa Maria Assunta a Bominaco (cui, nel XIII, fu aggiunto il magnifico oratorio di San Pellegrino); sotto l’abate Leonate venne riedificato l’intero complesso di San Clemente a Casauria, nel cui scrittorio Magister Rusticus compose le pagine del Chronicon Casauriense. Ricordiamo poi le monumentali chiese di San Pietro in Albe (Alba Fucens), Santa Maria in Valle Porclaneta a Rosciolo (arricchita in questo periodo di un ciborio, ambone e recinto presbiterale), Santa Maria al Lago a Moscufo, Santa Maria di Ronzano a Castelcastagna, Santa Maria di Propezzano a Morro d’Oro, San Clemente al Vomano a Notaresco, la cattedrale valvense a Corfinio, la cattedrale di San Berardo a Teramo, San Pietro ad oratorium (o ad aratorium) a Capestrano, la cattedrale di Termoli, San Nicola a Guglionesi, Santa Maria di Canneto sul fiume Trigno (Roccavivara), San Giorgio martire a Petrella Tifernina, Santa Maria della Strada presso Matrice, e la chiesa di Santa Maria D’Arabona a Manoppello, gioiello dell’architettura cisterciense. All’opera di Pietro Angelerio, nato in terra d’Isernia nel 1210, e divenuto Pietro del Morrone, dal monte prediletto delle sue ascensioni spirituali, si devono, sulla Maiella, diversi romitori con chiese dedicate allo Spirito Santo e alla Madonna. Ricordiamo Santo Spirito a Maiella, San Nicola, San Giovanni d’Orfente, San Bartolomeo di Legio, senza dimenticare i numerosi cenobi nei centri abitati ai piedi del massiccio, tra i quali quelli di Campo di Giove, Palena, Lama dei Peligni, Pennapiedimonte, Guardiagrele (patria del celebre scultore Nicola), Manoppello, San Valentino, Caramanico e Pacentro. Alla Madonna Pietro Angelerio dedicò la chiesa della badia morronese (casa madre della congregazione celestina fino al 1807), nonché la grandiosa basilica di Collemaggio (Collemadii), consacrata il 25 agosto 1288 con il concorso dei vescovi Niccolò Sinizzo dell’Aquila, Giacomo dei Marsi, Egidio di Valva, Roberto di Isernia, Benedetto di Avellino, Ruggiero di Rapolla, Azzo di Caserta e Tommaso di Chieti. Dalla vita e dall’opera del futuro Celestino V (1210-1296, papa dal luglio al 13 dicembre 1294) furono profondamente coinvolte anzitutto le locali popolazioni, tanto che a tutt’oggi diverse diocesi di Abruzzo e Molise, a cominciare da Isernia, lo venerano con particolare memoria liturgica e diversi centri se ne contendono la paternità dei natali. Nel XIII sec. Federico II di Svevia unificò il territorio «ereditato» dai normanni costituendo il «giustiziarato d’Abruzzo» con Sulmona come città capoluogo e nel 1221, vinta la resistenza del conte Tommaso da Celano – glorioso esponente della nobile casata sempre fedele alla causa papale –, trasformò parimenti la Contea di Molise in «giustiziarato» (Iustitiarius Molisii et Terre Laboris) comprendente anche Loritello. Il caso del vescovo di Venafro Teodoro, esiliato nel 1229 e fatto uccidere in carcere nel 1230 per essersi opposto all’imperatore a favore di papa Gregorio IX, mentre Boiano diveniva il centro collettore di tutte le spoliazioni operate a danno delle diocesi viciniori, la dice lunga sulla condotta dello Svevo anche nei confronti delle chiese locali di Abruzzo e Molise. Il 1° aprile 1251 Innocenzo IV elevò Atri a diocesi, definendone il territorio dal fiume Tronto al Fino; ma nel marzo dell’anno successivo la neonata diocesi fu unita aeque principaliter a quella di Penne. Al 1254, sotto Corrado IV, figlio di Federico II (†1250), risale probabilmente la fondazione della città dell’Aquila, sebbene già papa Gregorio IX, nel 1229, si fosse mostrato attento agli antichi abitanti dei dintorni, incoraggiandone il desiderio di riunirsi in un unico centro: Aquila nascette pé protesta,/Contru le prepotenze e lle ‘ngiustizzie…/La facetteru ‘n tanti,/Vinuti da chhiù parti ‘nturnu, ‘nturnu… (D. Trecco). Nella nuova città, il 22 dicembre 1256, Alessandro IV trasferì la sede episcopale da Forcona, e il 27 febbraio 1257 venne definito il nuovo assetto diocesano, con l’aggiunta di terre della estinta Amiterno, già aggregate a Rieti. Successivamente distrutta da Manfredi, Carlo I D’Angiò la fece risorgere (1265) per elevarla a principale città del Regno di Napoli. Nella piazza antistante la basilica di Santa Maria di Collemaggio, il 29 agosto 1294, avvenne l’incoronazione del papa Celestino V. A questo memorabile avvenimento è collegata la «Perdonanza celestiniana », tradizione ancora viva ai nostri giorni. Il 29 settembre successivo il nuovo pontefice volle concedere una speciale indulgenza plenaria a tutti coloro che vere poenitentibus et confessis, dai primi ai secondi vespri della solennità della decollazione di san Giovanni Battista, ogni anno si fossero recati in Collemaggio. Nel cuore dell’eremita divenuto papa vi erano ancora quei poveri verso cui aveva sempre dimostrato autentica sensibilità umana e cristiana, profondendo negli animi il balsamo della spirituale consolazione, e per i quali da vero pater misericordiarum – come riferisce il discepolo Tommaso da Sulmona – concesse l’indulgenza plenaria. Da questo spirito derivò l’impulso dato alle Fraterne, cominciando da quella costituitasi in Isernia sotto il vescovo Roberto nel 1289, con scopi di pacificazione e promozione sociale e religiosa. La costituzione della città dell’Aquila per trasferimento in essa delle popolazioni viciniori fu fenomeno rilevante anche dal punto di vista religioso, dal momento che alla concentrazione dei popoli e corpi sociali nei vari «quarti» o «locali» della nuova città, si accompagnò, assieme alla sede vescovile, ai conventi, ospedali e confraternite, quella delle rispettive parrocchie di origine, che ora diventarono collegiate cittadine (così almeno per San Biagio, Santa Giusta, Santa Maria di Paganica, San Paolo, San Pietro di Sassa, San Silvestro, originate rispettivamente da Amiterno, Bazzano, Paganica, Barete, Coppito e Collebrincioni). Al XIII sec. appartiene inoltre l’erezione della chiesa del Miracolo eucaristico di Lanciano, affidata alle cure dei minori conventuali, nonché il trafugamento in Ortona (6 settembre 1258), dall’isola di Scio, delle reliquie dell’apostolo Tommaso: Tempore Manfredi Principis Tarentini, riferisce la Historia translationis (1262) riportataci dall’Ughelli. L’impresa, patrocinata dal «pio Leone», si inserisce nel contesto del sostegno dato da Manfredi di Taranto ai veneziani, in lotta contro i genovesi per il controllo delle rotte di navigazione marittima. Nell’XI e XIII sec. si registra pure una certa fioritura di santità. Ai nomi finora menzionati sono da aggiungere quelli di san Domenico da Sora (†1031), particolarmente festeggiato dai noti «serpari» di Cocullo il primo giovedì di maggio, sant’Amico di Avellana (XI sec.), san Giovanni eremita da Tufara (XI-XII sec.), sant’Adamo di Guglionesi (XII sec.), santo Stefano del Lupo da Carovilli (XII sec.), il beato Placido da Roio (†1248) e san Franco da Roio (†1220/1230). Tra i vescovi: Rainerio di Forcona (†1075), Berardo aprutino (†1123) e Berardo dei marsi (†1130), vivamente impegnati nella riforma, specie del clero, mentre il beato Tommaso da Celano (†1260) fu tra i primi seguaci e biografi del Poverello di Assisi, la cui presenza in Abruzzo e Molise è attestata più volte. Ma alla fine del Duecento comparvero per i monti abruzzesi anche focolai ereticali, specie nel teramano e nel confine con la marca anconetana, segnalati da una bolla di Bonifacio VIII a fra Matteo da Chieti. Tra il Duecento e il Trecento, in connessione col vissuto politico e culturale, si trovano, in Abruzzo, le prime attestazioni di un’attività poetica in volgare. Agli inizi del XIV sec., l’aquilano Buccio di Ranallo diede il suo apporto alla fiorente poesia religiosa dalla quale verrà il teatro sacro abruzzese che, nella seconda metà del XV sec., ebbe nella Legenna de Santo Tomascio il principale monumento. Alla letteratura religiosa si affianca quella giuridica locale, legata ai nomi di Marino da Caramanico, Luca da Penne, Leonardo, Alferio e Andrea d’Isernia, operanti nell’ambito della università di Napoli, mentre Sulmona, prediletta da Federico II per l’aiuto prestatogli contro il papa, è da questi dotata di una cattedra di diritto canonico. Verso la fine del 1303, a Montecassino, Nicola da Frattura (futuro abate del Volturno) scrisse l’Expositio in Regulam Sancti Benedicti, quale commento giuridico a questa. Nello stesso periodo il domenicano Bernardo di San Vincenzo scrisse una storia dell’ordine dalla fondazione al 1304, assieme agli annali dei pontefici e degli imperatori, alle vite degli illustri domenicani e ai concili della Chiesa.

III – L’età delle riforme

Nel tempo in cui la Chiesa e la cristianità erano lacerate all’interno a causa del grande scisma d’Occidente (1378-1417) per il quale il papato era oggetto di contesa prima fra due, poi tre pretendenti, e confraternite di flagellanti o battuti sorgevano un po’ ovunque pure in Abruzzo e Molise, il 24 giugno 1386 nasceva Giovanni da Capestrano (†1456), il futuro «apostolo dell’Europa», l’assertore convinto della riforma all’interno del francescanesimo (osservanza), della chiesa e della società, il difensore del papato specie di fronte al conciliarismo di Basilea. Nella predicazione come nell’opera di pacificazione e di socializzazione del Capestranese, le popolazioni di Abruzzo e Molise trovano un potente deterrente alla crisi che caratterizzava questo triste periodo, nel quale si registrò fra l’altro il breve pontificato del sulmonese Innocenzo VII (Cosma Migliorati, 1404-1406), alla vigilia del concilio di Pisa (1409) che condusse la Chiesa «dall’empia dualità alla maledetta triplicità». Vescovi scismatici e lacerazioni erano presenti anche in Abruzzo e Molise. Emblematico il caso dell’Aquila, ove lo scismatico vescovo Berardo da Teramo fu ucciso dagli aquilani insofferenti del suo iniquo operato, mentre lo scismatico Giacomo Donadei, pentito e riconciliato con Bonifacio IX, fu da questi, nel 1401, canonicamente reintegrato nella direzione della diocesi. Nel 1426, dopo la vittoria su Braccio da Montone, Martino V aggiunse al territorio diocesano aquilano ben diciotto paesi appartenenti fino ad allora a Valva. Dopo aver tanto predicato anche in Abruzzo e Molise specie sulla devozione al Nome di Gesù, mentre quell’osservanza cominciata nel 1415 dal «lochetto» di San Giuliano andava sempre più consolidandosi in tutto l’Abruzzo, nel 1444, sotto l’episcopato di Amico Agnifili, Bernardino da Siena morì all’Aquila. Qui Giovanni da Capestrano volle edificata (1454) la grande basilica che tuttora accoglie le spoglie dell’amico e maestro. Giacomo della Marca, terzo campione dell’osservanza francescana, operò in questo periodo a Teramo, e grazie all’impulso dei francescani si diffusero in Abruzzo monti di pietà e frumentari a tutela dei poveri dagli usurai. Nuove figure di santità incoraggiarono e sostennero il travagliato cammino dei cristiani e delle comunità ecclesiali. Assieme ai beati francescani Francesco d’Aragona (o di Campobasso, †1480) e Bernardino da Rio – nero Sannitico (†1505), non manca l’apporto contemplativo-penitenziale di esponenti femminili, come santa Gemma da Goriano Sicoli (†1439), la beata Antonia da Firenze (†1472), fondatrice delle clarisse di stretta osservanza all’Aquila, e la beata Cristina da Lucoli (†1543). Un cenno particolare meritano il beato Antonio Fatati, vescovo di Teramo negli anni 1460- 1463, nella cui opera pastorale sono anticipati i tratti caratteristici della futura riforma di Trento, e il gesuita beato Rodolfo Acquaviva (nipote di Claudio Acquaviva), missionario e martire in Cina nel 1583. Con il passaggio del Regno di Napoli dalla dominazione angioina a quella aragonese, il territorio abruzzese e molisano fu teatro di guerre e di lotte, tra fazioni che richiamavano quelle del Centro-nord Italia. Agli inizi di giugno 1424 Braccio da Montone, che cingeva di terribile assedio L’Aquila, è sconfitto nella battaglia dell’Aterno dalle truppe congiunte di Giacomo Caldora, Francesco Sforza e Antonuccio Camponeschi; alla fine del giugno 1442, nella battaglia di Carpinone-Sessano del Molise, Alfonso I d’Aragona sconfigge gli angioini comandati da Antonio Caldora. Mentre gli spagnoli fortificavano Chieti – ove nel 1526 fu istituita la sede arcivescovile metropolitana – come avamposto a fronte delle invasioni a nord della penisola, ripristinando la Contea di Teate (già in auge ai tempi della guerra bizantinogotica), la Contea di Molise fu frazionata in tanti feudi e aggregata ora all’una, ora all’altra delle province limitrofe (Terra di Lavoro, Capitanata). In questo periodo emerse la figura di Nicola da Monforte (il conte Cola), cui si deve la costruzione nel 1458 del bel castello che a tutt’oggi domina Campobasso, città capoluogo del Molise. La Chiesa locale dovette allora misurarsi con quel generale decadimento che si registrò un po’ ovunque; potenti famiglie, spesso imparentate con la corte, finanzieri e creditori di corte, vennero in possesso, come di feudo, di città e campagne, quindi di benefici ecclesiastici, mentre malgoverno e conformazione geografica del suolo favorirono il brigantaggio all’interno e il contrabbando (specie del sale) ai confini. Nel frattempo la Chiesa andava radunandosi in concilio a Trento (1545-1563), sia per realizzare l’attesa reformatio in capite et in membris, sia per rispondere alle istanze dei riformatori luterani, sia per offrire alla cristianità le coordinate della dottrina cattolica e della rinnovata disciplina ecclesiastica. All’assise conciliare parteciparono diversi presuli delle Chiese di Abruzzo e Molise, assieme a taluni originari delle terre dell’antico Sannio come, ad esempio, l’umanista monsignor Onorato Fascitello da Isernia, monaco cassinese e vescovo di Isola in Calabria, autore di uno schema di proposta circa l’obbligo della residenza dei vescovi nelle loro diocesi. Fino alla vigilia di Trento, in Abruzzo intervennero provvedimenti di natura ecclesiasticoamministrativa per la modifica delle circoscrizioni diocesane: il 24 giugno 1502 Alessandro VI elevava Cittaducale a diocesi, nominando finalmente un vescovo tra quelle genti cui, nel 1309, Carlo II d’Angiò aveva concesso l’erezione della città a salvaguardia dalle angherie dei signori e dall’espansionismo di Rieti; il 27 giugno 1515 Lanciano fu elevata a sede vescovile durante il primo episcopato teatino (1507-1524) di Giampietro Carafa (futuro Paolo IV, 1555-1559), con relativo ridimensionamento del territorio chietino; il 1 giugno 1526 Clemen te VII assoggettò Penne e Atri a Chieti, unica sede metropolitana degli Abruzzi, cui assoggettò anche Lanciano; il 9 febbraio 1562, per l’opera del vescovo Marini, Lanciano fu da Pio IV elevata a sede metropolitana, ma senza sedi suffraganee. All’indomani della chiusura di Trento, la figura e l’opera di Carlo Borromeo furono di stimolo anche ai vescovi abruzzesi e molisani, tra i quali non mancarono figure di pastori illustri e zelanti. Parimenti si posero anche per l’Abruzzo e il Molise i problemi di applicazione del concilio nella realtà sociale e religiosa. Cura animarum e ripresa/rafforzamento del potere vescovile furono, sostanzialmente, gli obiettivi perseguiti – ma con notevoli difficoltà che spesse volte ne pregiudicarono la desiderata riuscita – dall’episcopato locale. Per riorganizzare la rete parrocchiale bisognava riorganizzare la proprietà ecclesiastica entro cui ricollocare parrocchie e clero; ma questo significava urtare contro gli interessi dei capitoli cattedrali, dei signori laici, quando non addirittura contro la «rapacità» dei collettori della curia romana; urtare, insomma, contro quegli interessi che si erano rafforzati nel tempo, a misura che le vicende sociali, politiche e religiose disgregavano anche la compattezza dell’imponente tessuto monastico e offrivano a nuovi «padroni», quando non «predoni», la possibilità di arricchirsi soprattutto territorialmente. E quale clero mettere nelle parrocchie per la nuova evangelizzazione? Nel 1564, a Larino, il vescovo Balduino istituì il primo seminario post-tridentino; nel 1568 seguirono Venafro, Chieti e L’Aquila; nel 1570 Penne e, nello stesso periodo, Atri; nel 1580, quando la sede vescovile fu trasferita a Pescina, fu la volta dei marsi; nel 1582 Trivento. Durante l’episcopato del domenicano Vincenzo Montesanto (1592- 1608), un seminario fu istituito a Teramo. Si trattò per lo più di istituzioni traballanti e di scarsa durata, tanto da dover essere ricostituite in seguito, mentre all’Aquila la collaborazione dei gesuiti, che nel 1596 vi inaugurarono un proprio collegio, garantì anche – caso unico rispetto alle esperienze accennate – la qualità della formazione del nuovo clero nel locale seminario, che dalla penosa decadenza degli ultimi anni del secolo, risorse progressivamente fino a contare sessanta studenti nel 1616. Ma a Chieti, Atri e Penne (con breve parentesi a Teramo, 1570-1573) i gesuiti, più che alla formazione del clero, si dedicarono alle confraternite, al popolo, specie a quello della campagna dove bisognava estirpare il malcostume, misto a pratiche negromantiche e superstizioni di ogni genere. Non sappiamo quanto durò la parentesi gesuitica dentro il seminario di Venafro, ove nel 1568 il vescovo Acquaviva d’Aragona – ancora residente a Napoli – li aveva chiamati allo scopo di rassettarlo come refresca, dal momento che le cose non funzionavano bene. Più particolare oggetto delle premure pastorali dei vescovi di Larino e di Termoli diventarono in questo periodo quelle popolazioni albanesi e slave, massicciamente infiltratesi sulla costa adriatica e originanti aree linguistiche e culturali nei centri di Ururi, Campomarino, Chieti, Portocannone, Montecilfone, Santa Croce di Magliano, Acquaviva Collecroce, Montemitro e San Felice. Seminari per l’istruzione di un clero destinato a queste comunità di rito «greco» troviamo in diocesi di Termoli (Termoli, Guglionesi e Montenero di Bisaccia), durante l’episcopato dell’otrantino Federico Mezio (1602-1612), antico precettore nel collegio greco di Roma, mentre in alcune comunità albanesi in diocesi di Larino (Portocannone, Campomarino, Chieti) la presenza di minoranze italiche era per i vescovi motivo valido per affiancare sacerdoti latini ai parroci di rito greco. Ciononostante il rito greco rimase preponderante per tutto il XVII sec. Pressoché carente anche l’attività sinodale. Fatta eccezione di Isernia, ove ventisei sono i sinodi celebrati dal 1627 al 1693, un generale rallentamento si nota per le restanti diocesi: se solo sei sono i sinodi che si contano a Sulmona tra il 1572 e il 1715 – rallentati dalle diatribe tra i capitoli delle due cattedrali, che scoraggiano i vescovi –, e sporadici quelli tenuti per le rimanenti chiese, ci si rende conto di come l’istituto sinodale fosse generalmente languente, non di rado per l’opposizione del clero locale, maldisposto alle riforme. Tuttavia, i resoconti delle visite pastorali e delle relazioni ad limina, oltre che delle visite apostoliche e dei vari processi concistoriali o datari, offrono sempre molto più di quanto si possa semplicemente indicare. Quanto, poi, al rafforzamento del potere episcopale, i vescovi dovevano prima di tutto far ritorno – dopo lunghissimi vuoti – alle rispettive sedi e stabilirvisi; quindi operare nel senso indicato, sovente in condizioni di isolamento, e non solo giurisdizionale, sia per la prepotenza baronale, ben coperta dall’amministrazione civile, sia per la riottosità di un clero ostinato e generalmente parassitario, sia per le pretese di diocesi confinanti e prelature nullius (Teramo), sia per la mancata vicinanza-protezione da parte di Roma, dalla cui fiscalità, almeno a Teramo, Chieti e Larino bisogna guardarsi. Grossomodo dalla vigilia di Trento a quella di Vestfalia, per gli effetti della ripresa e del rinnovamento in atto, si rafforzò ulteriormente la presenza religiosa, anche dei nuovi ordini, sebbene non in modo uniforme: maggiore nell’Abruzzo ulteriore, più lieve in quello citeriore, minore nel Molise. Cappuccini, gesuiti, minori osservanti riformati, minori conventuali, minori osservanti, minimi, carmelitani, oratoriani, serviti, camilliani, barnabiti, crociferi, scolopi affiancarono in questo vasto territorio gli ordini antichi e le fondazioni monastiche femminili di benedettine, celestine, cisterciensi, olivetane, clarisse, domenicane, gerosolimitane, agostiniane, basiliane. In questo periodo giganteggiano per santità altri figli d’Abruzzo: Camillo de’ Lellis (1550-1614), fondatore dei camilliani, e Francesco Caracciolo (1563-1608), fondatore dei caracciolini, assieme a quei padri teatini (cosiddetti dal loro cofondatore, il citato arcivescovo di Chieti Gianpietro Carafa), tra gli esponenti insigni del rinnovamento cattolico. Chietino fu il gesuita Alessandro Valignano (maestro di Matteo Ricci) che, nella seconda metà del XVI sec., operò all’evangelizzazione del Giappone; atriense è il quinto generale dei gesuiti Claudio Acquaviva. Il 12 maggio 1600 venne fondata la diocesi di Campli, la cui giurisdizione territoriale abbracciava paesi all’uopo staccati dalle diocesi di Teramo e di Montalto (nello Stato pontificio), e fu unita a Ortona, quest’ultima sede vescovile dal 20 ottobre 1570. Con la morte di san Francesco Caracciolo, avvenuta ad Agnone nel 1608, non si estinse nella città molisana la luce della santità. Nel corso del nuovo secolo vi troveremo quella del beato Antonio Lucci, futuro vescovo di Bovino, amicissimo del de’ Liguori e del Fasani, e del cappuccino fra Matteo da Agnone (†1616). Nel 1654, a dieci anni dalla pubblicazione delle notissime Memorie Historiche del Sannio, moriva Gianvincenzo Ciarlanti, iuridicus eximius/veridicus historicus, arciprete della cattedrale di Isernia, alla cui opera storiografica attingeranno gli studiosi di tutti i tempi, a cominciare dall’abate Ferdinando Ughelli. Ma alla metà di questo secolo l’ingrandimento e l’ascesa sociale ed economica dell’antico piccolo borgo di Campobasso (Campus bassus/Campus vassorum, IX sec.) erano già una realtà, che motivò alcuni vescovi boianesi a trasferirvi la residenza, pur restando ancora ufficialmente Boiano il capoluogo della diocesi in cui si celebravano sinodi e, sotto l’episcopato del Iannone (1685-1707), venne eretto il seminario. L’avvilente degrado al tempo della dominazione spagnola, unito alla depressione sotto i viceré mandati da Madrid a Napoli, fu all’origine dei moti insurrezionali scoppiati, alla metà del Seicento, a L’Aquila, Chieti, Lanciano, Guardiagrele, Campobasso, a loro volta saldantisi con la rivolta di Masaniello a Napoli. Per gli effetti della guerra di successione spagnola, agli inizi del Settecento il Regno di Napoli passò dalla Spagna all’Austria; un passaggio che anche in Abruzzo non avvenne pacificamente, come dimostra l’accanita resistenza del duca di Atri che invano, a Pescara, si oppose agli austriaci.

IV – Dal Settecento ai nostri giorni

Quanto mai correlate con le vicende sociali, politiche ed economiche di questo periodo che giunge sino a noi, si mostrano le vicende ecclesiastico-religiose di Abruzzo e Molise. Nel susseguirsi di avvenimenti lieti e tristi, la presenza e l’opera di nuovi santi, come quella di personaggi che si distinguono tanto nell’evangelizzazione e nell’apporto alla vita dei cristiani e della Chiesa, quanto nella fedeltà a questa anche a fronte delle prepotenze e delle persecuzioni, si unisce alle diverse vicende della vita religiosa, inevitabilmente condizionata dai fattori sociali, politici ed economici, mentre ulteriori definizioni di assetti e confini diocesani segnano i nuovi ambiti dell’azione ecclesiale. In maniera sempre più ravvicinata appare la perenne verità dell’Ecclesia in hoc mundo posita. Ai primi del Settecento l’Abruzzo è funestato da tremendi terremoti, uno dei quali distrusse L’Aquila (1703), ove, con la morte in esilio del vescovo De La Cerda, fiero oppositore delle prepotenze spagnole (che hanno visto processato in foro civile tale Caruso da Fossa, membro del clero locale), e con il sequestro dei beni vescovili, era appena cominciato un periodo quasi ventennale di vacanza della sede episcopale. È un triste preludio alla terribile prova che per tutto l’Abruzzo e il Molise arriverà a fine secolo con l’invasione dei francesi giacobini. Nondimeno, il XVIII sec. pure conosce in Abruzzo e Molise un vivace moto culturale: accademie fioriscono all’Aquila e a Chieti; l’arcivescovo di Lanciano Antonio Ludovico Antinori – a ragione definito «il Muratori d’Abruzzo» – recò un impareggiabile contributo alla storia della regione; il chietino abate Ferdinando Galiani passò dalla sferzante satira ai notissimi (e allora fondamentali) studi di economia. Ulteriori mutamenti, relativi a trasferimenti interni di residenze vescovili e acquisizioni territoriali si registrano nel corso di questo secolo: nel 1738 il vescovo di Boiano Domenicantonio Manfredi fissò la sua residenza a Campobasso, portandovi anche l’archivio e la cancelleria; nella seconda metà del secolo il vescovo dei marsi, Mattei, trasferì la sua residenza a Celano per il cattivo stato dell’episcopio di Pescina, mentre, a fine secolo, il vescovo di Teramo Pirelli poté reincorporare alla diocesi i territori di Mosciano, Notaresco e Morro d’Oro, dal 1530 al 1795 prelature nullius degli Acquaviva. Purtroppo negli anni 1798-1815 anche l’Abruzzo e il Molise sono funestati dall’invasione dei francesi giacobini. I noti volumi di Luigi Coppa-Zuccari sulla vita degli abruzzesi e molisani, tra le distruzioni e i crimini di questi anni, per l’odio feroce degli invasori verso le popolazioni cattoliche del Regno di Napoli, costituiscono il più notevole ed eloquente monumento. A L’Aquila i frati di san Bernardino da Siena (ventisette tra sacerdoti, fratelli laici e novizi e due canonici) vennero fucilati per aver preso le difese del popolo in armi contro l’invasore, che aveva profanato le reliquie di Celestino V e cercato quelle di san Bernardino da Siena per riservargli analogo trattamento. Fucilazioni e conseguente oltraggio dei cadaveri, saccheggi e imposizioni di forti contributi pecuniari, incendi di città e villaggi, distruzioni di chiese e monasteri, assieme alla risposta armata delle popolazioni fedeli ai Borboni e alla causa cattolica, si succedono a ripetizione da Teramo a Chieti a Ortona (ove vennero profanate la tomba e le reliquie di san Tommaso), Guardiagrele, Vasto, Sulmona (centro di raccolta e di cura dei francesi feriti e malati), Termoli, Ripalimosani ecc., mentre Isernia, se è risparmiata dalle fiamme a motivo della base militare costituitavi dai francesi, è però pillée et plus que décimée per la fiera opposizione armata all’invasore che all’Aquila aveva profanato le reliquie del suo «Santone »: il vescovo Michelangelo La Peruta e il canonico Iadopi furono arrestati e poco mancò che fossero passati per le armi. In un generale clima di smarrimento e di incertezza (a Sulmona la sede rimase vacante dal 1799 al 1818), mentre il clero non sempre si uniformava alle direttive e alle scelte della chiesa ufficiale, schierandosi o dalla parte delle masse antirivoluzionarie, o dalla parte di quelle «democratiche » tra le quali non mancavano esponenti «cattolici», si preparò quel fatidico 1818, quando numerose sedi vescovili scomparvero dalla geografia ecclesiastica del Regno di Napoli. Dai tempi della Repubblica partenopea (1799) all’avvento di Gioacchino Murat (1811) il territorio molisano fu per cinque volte smembrato e riunito, fino alla costituzione murattiana della provincia molisana, territorialmente reintegrata con il distretto di Larino e con comuni precedentemente aggregati all’Abruzzo. Si registra in questo periodo la nascita del Molise quale entità regionale con specifica fisionomia territoriale e culturale; notevole in tal senso l’apporto di intellettuali illuministi molisani come Francesco Longano, Giuseppe Maria Galanti, Gabriele Pepe, Vincenzo Cuoco, Giuseppe Zurlo. Caduto il dominio napoleonico, Gioacchino Murat ripose sull’Abruzzo le migliori speranze per il suo tentativo indipendentistico del 1815, andato ben presto fallito. Nel 1817, a Pescosansonesco, nasce Nunzio Sulprizio (†1836), il giovane fabbro che Paolo VI dichiara beato il 1° dicembre 1963, durante la seconda sessione del concilio ecumenico Vaticano II; accanto a lui si pone il passionista Gabriele dell’Addolorata (Francesco Possenti, 1838-1862), originario di Assisi ma abruzzese di adozione, dichiarato santo da Benedetto XV nel 1920 e patrono dell’Abruzzo dal beato Giovanni XXIII nel 1959, che conclude la vita a ventiquattro anni alle falde del Gran Sasso d’Italia, ove oggi un nuovo santuario ne custodisce le spoglie. In forza del concordato tra la Santa Sede e il Regno di Napoli, ecco che nel 1818 scompaiono in Abruzzo e Molise le sedi di Campli, Cittaducale, Guardialfiera, Ortona, Venafro, rispettivamente accorpate a Teramo, L’Aquila, Termoli, Lanciano e Isernia; Chieti rimane senza suffraganee, mentre Sulmona acquista i territori di Pratola e San Benedetto in Perillis, già appartenuti alla badia di Santo Spirito dei celestini, e dal vescovo Tiberi, nel 1824, è dotata di seminario diocesano per la formazione di un clero che fosse all’altezza del compito, dopo la breve parentesi di vita di analogo istituto eretto a Pentima (Corfinio) nel corso del XVIII sec. I provvedimenti ecclesiastico- amministrativi riguardanti le diocesi in questo periodo segnano il tracciato dei passi futuri. Nel 1834 Gregorio XVI ripristina Ortona, che però è data in amministrazione perpetua al vescovo di Lanciano (rimanendo così fino al 1945, quando avverrà l’unione aeque principaliter delle due diocesi); nel 1852 è reintegrata la sede di Venafro, ma unita con pari formula a quella di Isernia, mentre di Campli, Guardialfiera e Cittaducale giunge fino a noi soltanto il titolo. Nel 1853 Pio IX erige la diocesi di Vasto, assegnandole quel «distretto di Vasto», separato dalla giurisdizione ecclesiastica teatina, sebbene solo più tardi (1857) sarà istituita come cattedrale la chiesa collegiata di San Giuseppe, essendo ora Vasto dichiarata unita a Chieti e concessa in amministrazione perpetua al vescovo teatino. Arriviamo, così, alle rivoluzioni che attraversano l’Italia per la causa unitaria, e il papato e la Chiesa sono messi a dura prova dalla recrudescenza dell’anticlericalismo. La tradizione rivoluzionaria si è già mostrata notevole anche in Abruzzo, con moti prima di ispirazione carbonara, poi mazziniana (emblematico il caso di Penne nel 1837), e durante l’impresa garibaldina, governi provvisori sorgono in nome di Vittorio Emanuele II un po’ dappertutto anche nel Molise. Isernia, nel settembre 1860, si impone all’attenzione per il suo legittimismo borbonico (patrocinato dal vescovo Saladino) che, però, ha tragiche conseguenze. Con il febbraio 1861 giunge il decreto di Eugenio di Savoia-Carignano, che sopprime tutti gli ordini religiosi, ad eccezione delle congregazioni ritenute di pubblica utilità; nel maggio cade la fortezza di Civitella del Tronto, ultimo baluardo borbonico, mentre vacanze di seggi vescovili già si registrano sia in Abruzzo (Sulmona) come in Molise (Isernia e Venafro) depauperato, quest’ultimo, in questo stesso anno, di quindici comuni, passati alla provincia di Benevento, e politicamente aggregato all’Abruzzo. Interventi ancora più pesanti dello Stato sulla Chiesa si registrano negli anni 1866-1890. Mentre la Chiesa è chiamata da Pio IX a radunarsi in concilio, e diversi vescovi di Abruzzo e Molise sono incamminati alla volta di Roma, è già in atto la conversione dell’asse e la liquidazione dei patrimoni ecclesiastici, con confisca dei beni, chiusura di monasteri, conventi e seminari, e conseguente occupazione degli edifici. Nel gennaio del 1876 L’Aquila è elevata ad arcidiocesi, ma il primo suo arcivescovo, monsignor Luigi Filippi, è subito obbligato ad andare in esilio col pretesto di rappresentare una minaccia per l’ordine pubblico. Il 22 marzo 1888, ormai a conclusione di un secolo così tormentato e ad apertura di un altro che risulterà ancor più travagliato, a Cesa tra Santi, nel comune di Castelpetroso, iniziano le apparizioni della Vergine addolorata, che si mostra inginocchiata in atteggiamento supplice presso il Figlio morto, dapprima alle veggenti Bibbiana e Serafina, poi a diverse altre persone, tra le quali il vescovo di Boiano monsignor Macarone- Palmieri e il conte Carlo Acquaderni: in questo segno celeste le popolazioni molisane e abruzzesi (e non solo queste) che accorrono a migliaia a Castelpetroso, ritrovano anche la speranza e l’incoraggiamento per un rinnovato impegno di vita, nonostante un crescente fenomeno migratorio vada spopolando numerosi centri, trapiantando, specie nelle terre del nuovo mondo, tanti abruzzesi e molisani unitamente a quegli usi e costumi religiosi che li contraddistinguono. Al trapasso dal vecchio al nuovo secolo, e nel corso di questo, ecco una nuova fioritura di santità. Sotto l’episcopato degli arcivescovi Filippi e Vicentini, troviamo all’Aquila Barbara Micarelli, Maria Francesca de Sanctis e Maria Ferrari, fondatrici rispettivamente delle suore missionarie francescane di Gesù Bambino, delle suore missionarie della Dottrina cristiana, delle suore zelatrici del Sacro Cuore, mentre notevole è l’apporto fornito all’espansionismo missionario da alcuni figli d’Abruzzo, che con il loro sangue firmano la causa del Vangelo: i francescani beato Salvatore Lilli (da Cappadocia di Tagliacozzo), ucciso in Armenia nel 1896, e san Cesidio Giacomantonio da Fossa, che non ancora trentenne dà la vita in difesa della fede e dell’eucarestia durante la rivolta dei boxer in Cina (1900), che ne bruciano il corpo, nonché la beata Maria della Pace (Marianna Giuliani), delle francescane missionarie di Maria, dell’Aquila, anch’essa uccisa dai boxer a venticinque anni. Nel corso del XX sec. troviamo i servi di Dio Dino Zambra, don Gaetano Tantalo, Santina Campana, Nicolino d’Onofrio, camilliano, e fra Giuseppe Immacolato di Gesù da Campobasso, dei carmelitani scalzi. Agli inizi del Novecento l’esigenza di una rinnovata formazione del clero è avvertita con urgenza anche in Abruzzo e Molise (quest’ultimo smembrato tra le regioni ecclesiastiche abruzzese, con Trivento, e beneventana con le rimanenti diocesi). Nei primi trent’anni del nuovo secolo tale formazione è fortemente riformata secondo le indicazioni della Santa Sede. Dapprima l’istituzione di un seminario interdiocesano abruzzese (1908) nella sede dell’antico seminario diocesano di Chieti, poi quella dell’attuale Pontificio seminario regionale abruzzese-molisano (1912-1914), intitolato a san Pio X, sono come l’inizio di quel processo che, unitamente al concilio plenario abruzzese del 1924, tenutosi sotto l’influsso dell’arcivescovo di Chieti Nicola Monterisi, fisserà i punti cardine della rinnovata missione del clero regionale: il primato assoluto dell’evangelizzazione, la rigida riconduzione delle forme di culto nell’alveo della liturgia, l’incremento e sviluppo delle associazioni laicali e, segnatamente, dell’Azione cattolica. Ma questa impronta pastorale, potentemente rafforzata da Pio XI, dovrà ben presto cedere il passo ai nuovi problemi che si agiteranno nell’ampio scenario compreso fra le due guerre mondiali: lo scontro tra le organizzazioni di massa, la ricostruzione materiale e spirituale, l’industrializzazione, l’adeguamento infrastrutturale, ivi compresa l’illusione del momento propizio per la riconquista cattolica della società. In Abruzzo e Molise si avrà allora un episcopato ricostruttore e mediatore, un episcopato, insomma, che condivide quel certo stile di mobilitazione impresso da Pio XII a tutta la chiesa italiana. Alla vigilia della prima guerra mondiale (13 gennaio 1915) – che, fra l’altro, vedrà fraternamente ospitate in Abruzzo migliaia di profughi del Veneto, invaso dopo la sconfitta di Caporetto – un violento terremoto provoca trentamila morti nella Marsica: è in questa triste occasione che lo scrittore Ignazio Silone (Secondino Tranquilli, di Pescina) vi incontra «uno strano prete», apostolo della carità, che ora è san Luigi Orione. Per le conseguenze del sisma, nel 1920 la sede vescovile dei marsi è trasferita ad Avezzano, dopo la breve parentesi intermedia da Pescina a Tagliacozzo. Nel 1924 è sancita, nella persona del vescovo, l’unione di Termoli a Larino (nuovamente formulata nel 1970). Con l’istituzione della nuova provincia di Pescara (1927) si punta verso una decisiva ripresa economica della regione, ma proprio Pescara riceverà i colpi più duri nel corso della guerra successiva (inverno 1943-1944). Tra i vescovi abruzzesi e molisani in prima linea nell’opera di soccorso, di conforto e tutela delle popolazioni colpite, durante il secondo conflitto mondiale, emergono le figure di Giuseppe Venturi, cui Chieti deve la dichiarazione di «città aperta» e la totale salvezza dalla distruzione bellica, Pietro Tesauri, che salva Lanciano dalla rappresaglia nazista, Carlo Confalonieri (futuro cardinale) all’Aquila, e Secondo Bologna che rimane vittima delle bombe esplose su Campobasso. Nel 1945 una nuova scoperta stimola e incoraggia il cammino di fede delle locali popolazioni nel segno della tradizione apostolica: l’11 maggio, infatti, nella cattedrale di Termoli, è rinvenuto un piccolo loculo coperto da una rozza lastra di marmo. Rimosso fugacemente il tutto alla presenza del vescovo Oddo Bernacchia, si scopre nel rovescio della lapide l’iscrizione: IN NO(m)I(n)E XPI.A(men).ANNO D(omi)NI. M.C.C.XXX.V.IIII. † HIC REQVIESCIT CORP(us) BEATI TIMOTHEI DISCIPV/LI PAVLI AP(osto)LI. RECO( n)DITV(m) A VENERAB(i)LI STEPHA( n)O EP(iscop)O/ T(er)MVLA(n)O VNA CV(m) CAPITVLO. Si tratta, come la scienza archeologica dimostrerà e annuncerà ufficialmente nel 1947, delle reliquie di san Timoteo «discepolo dell’apostolo Paolo». Negli anni del dopoguerra, mentre diminuisce radicalmente l’importanza della pastorizia (principale attività di un tempo), spopolamento e regresso demografico corrono di pari passo. La Chiesa, quasi in prima persona, assume il generale processo di ripresa, lo accompagna e lo sostiene fattivamente: gli esempi di Campobasso (nel 1927 sede della ristrutturata diocesi di Boiano-Campobasso) e di Pescara (nel 1949 sede della ristrutturata diocesi di Penne-Pescara), massimamente esprimono la portata della presenza ecclesiale e quel generale operato dei vescovi e delle chiese abruzzesi e molisane nei rispettivi contesti sociali. Fra le numerosissime istituzioni diocesane di carattere pastorale-catechetico-caritativo-assistenziale, realizzate nelle varie diocesi dal dopoguerra ai nostri giorni, meritano un cenno le istituzioni culturali ecclesiastiche che sul territorio interagiscono con quelle civili: l’Istituto teologico abruzzese-molisano, eretto nel 1971 all’interno del seminario regionale di Chieti e affiliato alla facoltà di teologia dell’Università lateranense di Roma, per la formazione dei futuri presbiteri, specialmente quelli della regione ecclesiastica; lo Studio teologico-biblico aquilano e i vari istituti superiori di scienze religiose, che sorgono all’Aquila, Chieti, Pescara, Campobasso con gli istituti e scuole di teologia per laici, sorti all’incirca negli anni 1985-1986 nelle rimanenti diocesi, quando a Sulmona, con il vescovo Francesco Amadio, troviamo già attivato (24 novembre 1978) nella casa dello studente il corso triennale di cultura teologica per laici. Nell’ottobre 1946 è presentata la prima domanda per l’autonomia regionale del Molise, con il conseguente di stacco dall’Abruzzo, e il 17 dicembre 1963 il Molise diviene la ventesima regione d’Italia; il 3 marzo 1970 Isernia è capoluogo della omonima provincia molisana. Il 6 dicembre 1973, con la lettera apostolica Quanto honore (AAS, 1974, 320), Paolo VI proclama l’Addolorata di Castelpetroso patrona del Molise, sebbene solo nel 1975 può dirsi completato il grande santuario cominciato, in suo onore, nel 1890. Nel 1977, a Pescara, Paolo VI conclude il XIX congresso eucaristico nazionale (l’XI si celebrò a Teramo nel 1935), e Giovanni Paolo II è più volte in Abruzzo e Molise, rispettivamente all’Aquila (1980), a San Salvo e a Termoli (1983), nonché ad Avezzano e a Teramo-Atri (1985). Gli anni Settanta e Ottanta del Novecento conoscono quelle generali ristrutturazioni che porteranno progressivamente all’attuale configurazione amministrativo-territoriale delle diocesi italiane. Sorvolando sulle particolari modifiche delle circoscrizioni territoriali diocesane che in questo momento intervengono anche in Abruzzo e Molise, con acquisti e perdite di parrocchie specie nelle zone di confine con altre diocesi, e rinviando per questo aspetto ai singoli lemmi del presente dizionario, arriviamo ai momenti più salienti di questo cammino: nel 1972 L’Aquila è sede metropolitana; il 21 agosto 1976, con l’elevazione di Boiano- Campobasso a sede metropolitana, è costituita la nuova provincia ecclesiastica molisana; nel novembre è costituita la conferenza episcopale abruzzese e molisana; il 2 marzo del 1982 è soppressa la metropolia di Lanciano (diocesi ora soggetta a Chieti) ed è eretta quella di Pescara- Penne; nel settembre del 1986 l’assetto ecclesiastico delle diocesi abruzzesi e molisane compie, anche dal punto di vista delle nuove denominazioni, quel lungo e faticoso cammino avviato dal 1818 e rafforzato negli anni del postconcilio Vaticano II, per approdare a quella sistemazione riferita all’inizio di questo discorso. Il 19 marzo 1995 Giovanni Paolo II è di nuovo in Molise: a Campobasso, sul monte Vairano, benedice e pone la prima pietra del «Centro di Ricerca e Formazione ad alta tecnologia nelle scienze biomediche» dell’Università cattolica del Sacro Cuore; a Castelpetroso celebra l’eucarestia ai piedi della Vergine addolorata; ad Agnone incontra il mondo del lavoro, ribadendo con forza che il lavoro non è una merce, ed esortando i molisani a non venir meno nel progettare il proprio futuro (al papa la fonderia Marinelli dona quella «campana della pace» che il pontefice porterà nell’ottobre successivo all’Onu). Nel magistero della Chiesa, negli insegnamenti del Concilio Vaticano II, oltre che in quello dei propri vescovi e nelle direttive dei sinodi che ai nostri giorni si celebrano nelle varie diocesi, la Chiesa di Abruzzo-Molise, alle prese con i nuovi problemi dell’evangelizzazione e della pastorale, trova l’incoraggiamento autorevole a proseguire il cammino nel segno del dialogo e della fattiva operosità.

Bibliografia

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